Tajani sfida la Svizzera sulla giustizia e riaccende le polemiche italiane

Giustizia penale e grandi tragedie collettive
Nel dibattito pubblico italiano il richiamo alla giustizia torna puntuale dopo ogni tragedia collettiva. Eppure la memoria giudiziaria del Paese mostra una costante: quando a essere coinvolti sono apparati dello Stato, grandi imprese o infrastrutture strategiche, l’accertamento delle responsabilità penali diventa incerto, lento, spesso inconcludente.
Questa asimmetria alimenta sfiducia sistemica e mina la credibilità delle istituzioni, trasformando il dolore delle vittime in una lunga, estenuante attesa.
Stragi irrisolte e verità giudiziarie parziali
Dalla strage di Piazza Fontana a Ustica, dal Moby Prince fino a Viareggio e al ponte Morandi, il copione si ripete: processi lunghi, competenze frammentate, conflitti tra perizie, ricorsi infiniti. Le verità processuali arrivano tardi e quasi mai complete. Il quadro dei responsabili si sfuma, molti reati cadono in prescrizione, i livelli decisionali più alti restano protetti da zone grigie normative e tecniche, mentre per i familiari delle vittime il tempo giudiziario non coincide mai con il tempo del lutto.
Il risultato è una “verità zoppa”, che raramente individua un responsabile ultimo.
Responsabilità diffuse e architettura dell’impunità
Le grandi opere e le infrastrutture pubbliche coinvolgono catene decisionali lunghe: ministeri, concessionari, subappalti, organismi di vigilanza. Questa complessità viene spesso usata come scudo: ogni anello scarica su un altro il dovere di controllo. Norme costruite su misure cautelari, deleghe, esternalizzazioni e pareri tecnici generano una responsabilità “policentrica” che diventa responsabilità di nessuno. La giustizia penale, pensata per conflitti più semplici, fatica ad adattarsi a scenari dove colpa, rischio e profitto sono distribuiti su decine di soggetti, pubblici e privati, tutti parzialmente colpevoli e quindi, nei fatti, quasi sempre assolti.
Repressione del conflitto sociale e giustizia selettiva
Nello stesso ordinamento che fatica a colpire le catene decisionali complesse, la risposta è invece rapida quando il conflitto riguarda movimenti sociali e protesta organizzata. Il trattamento riservato al movimento No Tav mostra una macchina penale capace di velocità e severità esemplari, lontane dall’inerzia riscontrata nei grandi disastri.
Il caso No Tav come laboratorio penale
Dopo le azioni di protesta al cantiere di Chiomonte nel 2013, alcuni attivisti, tra cui Chiara Borgogno, hanno ricevuto condanne a diversi anni di reclusione per danni materiali senza vittime. Pene poi rimodulate, ma in larga parte effettivamente scontate. Custodie cautelari, lunghi domiciliari, misure restrittive ripetute hanno segnato gli anni successivi. In alcuni procedimenti è stato persino utilizzato il reato di devastazione e saccheggio, norma di origine autoritaria raramente applicata ad altri contesti. Anche figure simboliche come Nicoletta Dosio hanno conosciuto direttamente il carcere.
Qui la giustizia non è lenta, né incerta: è tempestiva e rigorosa.
Quando la tutela dell’ordine pesa più della tutela della vita
Il contrasto è evidente: per una funivia che precipita o un viadotto che crolla la giustizia procede con cautela estrema; per una protesta che blocca un’infrastruttura agisce in modo quasi automatico. Il bene giuridico “ordine pubblico” è spesso difeso con più determinazione del bene vita quando in gioco sono grandi poteri economici e amministrativi. Questa sproporzione produce un messaggio politico preciso: chi contesta le scelte sulle grandi opere è colpito duramente, chi ne trae profitto e trascura sicurezza e manutenzione rischia pene modeste, differite, simboliche.
La selettività non è un incidente, ma una costante.
Le radici strutturali della disparità di trattamento
Per comprendere la distanza tra la severità verso il conflitto sociale e la mitezza verso i poteri economici serve guardare all’architettura complessiva del sistema penale: norme, prassi, risorse, cultura giuridica. Non è solo questione di singole sentenze, ma di priorità implicite che orientano quotidianamente uffici giudiziari e forze dell’ordine.
Norme penali, risorse e gerarchie di priorità
I reati legati alla protesta sono spesso chiari, documentati da video, referti, rapporti di polizia; la prova è immediata, il danno è circoscritto, la catena di comando è breve. In tema di disastri industriali o infrastrutturali, invece, servono anni di consulenze tecniche, ricostruzioni complesse, analisi di documenti aziendali e decisioni politiche. Gli uffici giudiziari sovraccarichi tendono a concentrarsi sui procedimenti più “gestibili”, dove l’azione penale produce risultati misurabili in tempi brevi. Ne deriva una gerarchia di fatto: la contestazione di piazza viene perseguita con continuità, la responsabilità d’impresa e amministrativa resta spesso sullo sfondo.
Cultura giuridica e deferenza verso poteri forti
Nella prassi giudiziaria italiana persiste una forma di deferenza verso i livelli apicali istituzionali e aziendali. Le imputazioni si concentrano sui funzionari intermedi, sui tecnici, sui responsabili di cantiere, raramente sui vertici politici o sui consigli di amministrazione. Il linguaggio delle “scelte discrezionali” e della “complessità gestionale” viene spesso utilizzato per schermare decisioni che hanno prodotto esposizione al rischio. Al contrario, quando l’imputato è un attivista o un manifestante, la responsabilità individuale viene tracciata con nettezza e il contesto sociale pesa poco nella valutazione della pena.
La giustizia appare così forte con i deboli e prudente con i forti.
FAQ
Perché molti grandi disastri italiani finiscono senza colpevoli in carcere?
I procedimenti sono lunghi, tecnicamente complessi e soggetti a prescrizione. Le responsabilità sono diffuse tra enti pubblici, aziende e controllori, rendendo difficile individuare un singolo responsabile penale. Spesso le pene vengono ridotte nei gradi di giudizio o convertite, producendo un effetto di sostanziale impunità.
In cosa il trattamento del movimento No Tav è diverso?
Nel caso No Tav le indagini sono state rapide, le misure cautelari frequenti e le condanne spesso effettivamente eseguite. Per danni materiali e blocchi di cantiere sono state applicate norme severe, inclusi reati come devastazione e saccheggio, con un uso estensivo dello strumento penale rispetto ad altri contesti.
Che ruolo hanno le grandi aziende nelle indagini sui disastri?
Le grandi aziende dispongono di risorse legali e tecniche notevoli, capaci di influenzare il contesto probatorio. Possono produrre contro-perizie, sollevare questioni procedurali, allungare i tempi. La complessità societaria e contrattuale rende più facile frammentare le responsabilità, riducendo il rischio di pene detentive effettive per i vertici.
La giustizia penale italiana è uguale per tutti?
Formalmente sì, ma nella pratica emerge una forte selettività. I reati legati al conflitto sociale sono perseguiti con maggiore rapidità e severità rispetto ai reati economici complessi e ai disastri industriali o infrastrutturali. Le differenze nei tempi, nelle risorse impiegate e negli esiti mostrano una disparità strutturale.
Che effetti ha questa disparità sulla fiducia nelle istituzioni?
La percezione di una giustizia dura con i movimenti sociali e indulgente con apparati e grandi imprese alimenta sfiducia e risentimento. I familiari delle vittime vedono puniti più facilmente i contestatori che non i decisori che hanno autorizzato o gestito opere rischiose, minando la legittimità dello Stato di diritto.
Qual è la fonte originale che ha ispirato questa analisi?
L’analisi prende spunto da un editoriale che, a partire dalle parole di Antonio Tajani sulla richiesta di giustizia per una tragedia all’estero, mette a confronto la retorica istituzionale con la storia delle stragi italiane e con il trattamento giudiziario riservato al movimento No Tav.




