Strage di Crans-Montana, pannelli fonoassorbenti nel mirino: materiali infiammabili e gas tossici sotto accusa
Ipotesi sui pannelli fonoassorbenti e dinamica dell’innesco
Crans-Montana, notte di Capodanno, locale Le Constellation: le prime verifiche investigative indicano un innesco verosimilmente accidentale partito dal soffitto, in prossimità dei pannelli fonoassorbenti. Una “fontanella” pirotecnica applicata al collo di una bottiglia, utilizzata per animare la serata, potrebbe essere stata collocata troppo vicino al controsoffitto, proiettando scintille o calore diretto su superfici sensibili alla fiamma. La sequenza ipotizzata: contatto con il materiale del rivestimento, accensione puntuale, rapida propagazione delle fiamme lungo i pannelli e ricaduta di braci incandescenti sull’area sottostante, con sviluppo immediato di fumo denso e riduzione drastica della visibilità.
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Le immagini amatoriali e i video circolati online mostrano un pannello che prende fuoco in pochi istanti, confermando un fronte di fiamma inizialmente localizzato sul soffitto e poi diffuso per convezione e radiazione termica. In un ambiente chiuso e affollato, l’accumulo di calore negli strati alti innesca un rapido aumento della temperatura: i fumi caldi stratificano, superano la soglia di accensione dei materiali esposti e precipitano le condizioni per un potenziale flashover. In questa fase, ogni ulteriore sorgente d’ossigeno o superficie combustibile accelera la corsa del fuoco.
Gli investigatori della polizia cantonale del Vallese escludono al momento un atto doloso e concentrano i rilievi sul comportamento al fuoco del controsoffitto, sulla posizione delle fonti di scintille e sul rispetto delle distanze di sicurezza. Il layout del seminterrato, la presenza di un’unica via di fuga e la probabile ventilazione limitata avrebbero aggravato gli effetti dell’innesco, trasformando una combustione inizialmente circoscritta in un evento fuori controllo in pochi secondi. La dinamica compatibile: accensione da scintilla, coinvolgimento dei pannelli, collasso del controllo fumi, rapida estensione delle fiamme e condizioni ostili all’evacuazione.
Resta da chiarire con i risultati dei rilievi tecnici la natura dei materiali e l’eventuale presenza di trattamenti ritardanti di fiamma, le distanze effettive tra le fonti pirotecniche e il controsoffitto, nonché la cronologia precisa dei primi minuti. La ricostruzione, supportata da testimonianze e tracciati video, converge su un innesco alto, su elementi acustici del soffitto, favorito da scintille o calore localizzato e seguito da una propagazione estremamente rapida tipica di un ambiente chiuso con carico d’incendio significativo.
Composizione dei materiali e rischi di infiammabilità
I pannelli fonoassorbenti impiegati in contesti come discobar e sale da intrattenimento sono spesso realizzati con schiume a base di poliuretano, talvolta alternate a fibre di vetroresina o a elementi in legno pressato. La scelta dipende da costi, facilità di installazione e performance acustica. La schiuma poliuretanica, in particolare, è leggera, porosa e con ampia superficie esposta: caratteristiche utili per l’assorbimento sonoro, ma critiche sotto il profilo della reazione al fuoco.
La letteratura scientifica documenta che le schiume PU presentano un’elevata facilità d’innesco e sostengono la combustione con velocità di propagazione significative. Studi di revisione pubblicati sul Journal of Applied Polymer Science evidenziano che il materiale si accende con apporto energetico relativamente basso, sviluppa fiamme intense e mantiene la combustione anche dopo la rimozione della fonte di calore. L’aggiunta di ritardanti di fiamma può ridurre la velocità di crescita dell’incendio e limitare il gocciolamento incandescente, senza annullare il rischio in condizioni reali di scarsa ventilazione e alto carico termico.
Le alternative più diffuse – pannelli in fibra di vetro rivestiti e sistemi in lana minerale – offrono prestazioni migliori in termini di reazione al fuoco, ma richiedono corretta sigillatura superficiale e ancoraggi certificati. La presenza di rivestimenti decorativi, pellicole, colle o vernici può alterare la classificazione di resistenza, introducendo strati combustibili che fungono da ponte di propagazione lungo il soffitto. In locali affollati, la combinazione di materiali porosi, correnti convettive calde e superfici continue crea un “tetto” di combustibile che accelera l’innesco puntuale in incendio generalizzato.
Il comportamento al fuoco varia sensibilmente in base a densità, spessore, additivi e conformazione del pannello. Schiume a bassa densità tendono a bruciare più rapidamente e a generare gocce incandescenti; pannelli scanalati o con geometrie tridimensionali aumentano la superficie specifica, favorendo un fronte di fiamma più veloce. Anche i sistemi di fissaggio e i vuoti nel controsoffitto possono contribuire a canali di ventilazione nascosti, alimentando la combustione alle spalle del rivestimento visibile.
Per ridurre il rischio, le norme tecniche e le buone pratiche prevedono la selezione di materiali con classificazioni di reazione al fuoco adeguate al tipo di locale, l’uso di trattamenti ignifughi testati e la corretta installazione lontano da potenziali sorgenti di ignizione, inclusi effetti pirotecnici da tavolo. Tuttavia, anche con materiali trattati, la presenza di calore radiante intenso o scintille dirette in prossimità del soffitto può superare le soglie di stabilità termica, con rapida transizione da combustione locale a coinvolgimento dell’intera superficie.
Gas tossici sprigionati e impatto sulla sopravvivenza
La combustione di schiume a base di poliuretano in ambienti chiusi e scarsamente ventilati genera una miscela letale di prodotti di decomposizione. La letteratura di settore indica come principali responsabili della compromissione fisiologica il monossido di carbonio (CO) e l’acido cianidrico (HCN), affiancati da aldeidi irritanti, ossidi di azoto e particolato carbonioso. In un locale seminterrato con una sola via d’esodo, l’accumulo rapido di questi gas determina un quadro di asfissia chimica e ipossia in pochi minuti, riducendo drasticamente il tempo utile per l’evacuazione.
Il CO compete con l’ossigeno per il legame all’emoglobina formando carbossiemoglobina: bastano concentrazioni relativamente modeste per compromettere la capacità di trasporto di O2 ai tessuti. L’HCN inibisce la respirazione cellulare bloccando la catena ossidativa mitocondriale; l’effetto combinato con il CO porta a perdita di coscienza in tempi brevissimi, soprattutto in condizioni di ventilazione limitata dove le concentrazioni aumentano rapidamente. Gli studi sperimentali su incendi di PU evidenziano picchi di HCN particolarmente elevati in deficit d’ossigeno, condizione tipica di un incendio maturo in locale chiuso.
L’osservazione sul campo del fumo denso, acre e quasi irrespirabile è coerente con una pirolisi incompleta di materiale azotato: la sospensione di particolato caldo irrita le mucose, disorienta e riduce la visibilità a pochi decimetri, ostacolando l’individuazione delle uscite. Tosse persistente, bruciore agli occhi, cefalea e senso di oppressione toracica sono sintomi compatibili con esposizione a CO e HCN, aggravati da alte temperature e umidità dei fumi. In tali condizioni, anche soggetti giovani e in buona salute possono perdere la capacità motoria prima di raggiungere la scala di fuga.
La dinamica ipotizzata con sviluppo di flashover amplifica la produzione di gas tossici: l’accensione quasi simultanea di più superfici incrementa l’output di fumi e consuma l’ossigeno disponibile. L’eventuale apertura improvvisa di finestre o varchi può generare un picco di ventilazione che intensifica la combustione, aumentando in breve sia la temperatura sia la quantità di prodotti tossici, con passaggio da condizione soffocante a vera e propria conflagrazione. In un seminterrato, il gradiente termico costringe i fumi caldi a stratificare sotto il soffitto: chi rimane nell’area alta dell’ambiente è esposto per primo a concentrazioni più pericolose.
Nei protocolli antincendio per locali pubblici, la gestione dei fumi è centrale: materiali con bassa emissione di fumi, compartimentazione, estrazione meccanica e segnaletica luminosa ridondante sono elementi che riducono il rischio di intossicazione. Tuttavia, se il controsoffitto contiene ampie superfici di materiale combustibile e il locale non dispone di un efficace sistema di smaltimento fumi, l’accumulo di CO e HCN può raggiungere livelli critici prima dell’arrivo dei soccorsi. La valutazione tossicologica post-evento, tramite campionamenti e analisi dei residui, chiarirà il profilo dei gas sviluppati e il loro ruolo nel bilancio delle vittime.
FAQ
- Quali gas tossici si formano più spesso nella combustione dei pannelli fonoassorbenti?
Il monossido di carbonio (CO) e l’acido cianidrico (HCN) sono i principali, insieme ad aldeidi irritanti e particolato. - Perché l’HCN è così pericoloso in un incendio indoor?
Blocca la respirazione cellulare, provocando rapido collasso e perdita di coscienza, soprattutto in scarsa ventilazione. - Che ruolo ha il flashover nella produzione di fumi tossici?
Accresce simultaneamente la combustione di più superfici, aumentando temperatura e concentrazione di gas nocivi. - I trattamenti ignifughi eliminano il rischio di gas tossici?
No, possono rallentare l’innesco e la propagazione, ma non annullano la produzione di fumi pericolosi in caso di incendio. - Perché in locali seminterrati i fumi sono più letali?
La ventilazione è limitata, i fumi si accumulano e stratificano in alto, saturando rapidamente lo spazio respirabile. - Quali misure riducono l’intossicazione da fumo in discobar e club?
Materiali a bassa emissione di fumi, estrazione forzata, compartimentazione, segnaletica visibile e più vie d’uscita.




