Software permette sorveglianza su pc dei magistrati: ministero informato, Chigi ignora allarme, sostiene Ranucci

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Report: un software consente di spiare i pc dei magistrati. Ranucci: “Il ministero fu avvertito, Chigi silenziò il problema”
Software sotto accusa
Negli uffici giudiziari italiani migliaia di postazioni informatiche potrebbero essere esposte a controlli occulti, secondo un’inchiesta di Report. Dal 2019 un programma di gestione centralizzata, installato sui pc di procure e tribunali, consente in teoria interventi da remoto su oltre 40mila computer dell’amministrazione giudiziaria. Il sistema è utilizzato per aggiornamenti, assistenza tecnica e configurazioni centralizzate, ma presenta funzioni che, se abilitate, permettono monitoraggio in tempo reale delle attività a schermo e accesso alle macchine.
Documenti interni, testimonianze audio e video raccolti dalla redazione di Sigfrido Ranucci suggeriscono che magistrati, giudici e personale amministrativo non siano stati adeguatamente informati dei margini di intrusione potenziale. Le funzionalità di controllo remoto, ufficialmente disattivate, potrebbero essere riattivate da tecnici con privilegi di amministratore senza avvisi all’utente finale. Questo scenario solleva dubbi sulla tutela del segreto istruttorio e sulla protezione dei dati giudiziari più sensibili.
Il testimone chiave sentito da Report parla di possibilità di osservare ogni attività sui terminali, dall’accensione allo spegnimento, configurando di fatto una finestra permanente sul lavoro investigativo.
Allarme inascoltato
La prima segnalazione formale sarebbe partita dalla procura di Torino, che ha rilevato il rischio di utilizzo improprio delle funzionalità del software e ha informato il Ministero della Giustizia. Secondo la ricostruzione dell’inchiesta, la questione sarebbe stata rapidamente ridimensionata ai vertici amministrativi, fino a essere sostanzialmente congelata. Un dirigente ministeriale riferisce di un intervento riconducibile alla Presidenza del Consiglio, che avrebbe invitato a rassicurare il personale senza affrontare nel merito le criticità emerse.
Ranucci sostiene che le rassicurazioni istituzionali non trovino riscontro nei documenti tecnici acquisiti dalla trasmissione. L’adozione del sistema Microsoft Endpoint Configuration Manager (già System Center Configuration Manager) in un contesto così delicato viene giudicata da vari esperti poco compatibile con gli standard richiesti per la gestione di fascicoli riservati e indagini ad alto contenuto di segretezza. Il rischio evocato è la trasformazione del software in una sorta di “trojan amministrativo” se usato in modo improprio.
L’assenza di trasparenza sui profili di configurazione e sulle logiche di accesso ai server centrali contribuisce ad alimentare interrogativi istituzionali.
Silenzio istituzionale e contratti segreti
Il Ministero della Giustizia ha scelto di non rispondere nel merito alle domande di Report, rinviando ogni valutazione a dopo la messa in onda del servizio su Rai3. Fonti interne, citate da testate come il Fatto Quotidiano, ammettono l’esistenza di strumenti in grado di operare da remoto sui terminali giudiziari, insistendo però sul fatto che tali funzioni sarebbero “completamente disattivate”.
Dietro la vicenda c’è il quadro, poco visibile, dei contratti di licensing siglati con Microsoft. L’amministrazione ha sottoscritto e rinnovato accordi di tipo Enterprise Agreement, che disciplinano l’uso dei software del colosso di Redmond su dispositivi istituzionali. Una parte di questi contratti sarebbe coperta da segreto, fattore che ha spinto via Arenula a negare l’accesso ai dettagli tecnici e commerciali richiesti dalla redazione. La scelta del silenzio, motivata anche dal riferimento a “contratti secretati”, lascia irrisolti i nodi su governance digitale, audit indipendenti e tracciabilità degli accessi ai sistemi.
Il tema tocca il cuore dell’indipendenza della magistratura e della sicurezza delle infrastrutture informatiche dello Stato.
FAQ
D: Che cosa avrebbe scoperto l’inchiesta televisiva?
R: La presenza di un software di gestione remota sui pc di procure e tribunali, potenzialmente in grado di consentire controlli occulti sulle attività dei magistrati.
D: Quanti computer sarebbero coinvolti?
R: Secondo la ricostruzione, il sistema è stato distribuito su oltre 40mila postazioni dell’amministrazione giudiziaria italiana, dai giudici al personale amministrativo.
D: Qual è il programma finito sotto i riflettori?
R: Si tratta di Microsoft Endpoint Configuration Manager (già System Center Configuration Manager), usato per gestire centralmente dispositivi, aggiornamenti e configurazioni.
D: Le funzioni di controllo remoto risultano attive?
R: Nelle configurazioni ufficiali sarebbero disattivate, ma tecnici con privilegi di amministratore potrebbero riattivarle senza notifica agli utenti e con tracce difficili da rilevare.
D: Chi ha sollevato per primo il problema?
R: Una segnalazione formale sarebbe partita dalla procura di Torino, che ha informato il Ministero della Giustizia sui rischi per il segreto istruttorio.
D: Come hanno reagito Ministero e Presidenza del Consiglio?
R: Secondo un dirigente sentito da Report, la questione sarebbe stata “archiviata” dopo un intervento riconducibile alla Presidenza del Consiglio, con rassicurazioni ritenute però non aderenti alla realtà tecnica.
D: Quali contratti regolano l’uso del software?
R: L’amministrazione ha sottoscritto accordi Microsoft Enterprise Agreement, in parte coperti da segreto, che costituiscono la base giuridica per l’installazione dei programmi sui pc giudiziari.
D: Qual è la fonte giornalistica principale di queste informazioni?
R: Le notizie provengono dall’inchiesta della trasmissione Report di Rai3, condotta da Sigfrido Ranucci, e dagli approfondimenti pubblicati da il Fatto Quotidiano.




