Ratzinger contro l’Unione Europea: visione sovranista che riecheggia Trump e divide l’opinione pubblica

Profezia di Ratzinger sull’Europa post cristiana
Nel volume postumo Dio è la vera realtà (LEV), che raccoglie le omelie degli anni del papato emerito, Joseph Ratzinger offre un monito severo sull’“Europa post cristiana”. Commentando Lc 11,24-26, l’ex pontefice descrive un continente che, dopo aver espulso i “demoni”, ha lasciato la “casa” spirituale vuota, esponendosi al ritorno di mali peggiori. La diagnosi è netta: quando Dio non abita più nello spazio pubblico e nella coscienza collettiva, si apre la strada a nuove forme di tirannia che possono manifestarsi in ideologie totalizzanti e in crisi morali e civili di ampia portata.
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Per Benedetto XVI, l’illusione di una neutralità “profana” capace di contenere da sola le forze distruttive della storia si rivela fallace. La “sola razionalità” non basta, avverte il teologo, perché il vuoto lasciato dalla fede non resta tale: è occupato da poteri che promettono redenzione storica ma producono oppressione. Il riferimento ai grandi sistemi del Novecento – marxismo e nazismo – non è un esercizio di memoria, bensì un criterio interpretativo per il presente, dove il disarmo spirituale dell’Occidente coincide con l’erosione dei suoi anticorpi culturali.
La metafora della “casa vuota” chiarisce la posta in gioco: un’Europa sradicata dalle proprie radici cristiane non diventa più libera, ma più fragile. Senza trascendenza, la società scivola verso un relativismo che si traduce in nuove ortodossie ideologiche e in una crescente intolleranza verso il dissenso. In questo quadro, la richiesta di Ratzinger è essenziale e operativa: recuperare la presenza di Dio come principio vivificante dell’umano, unico in grado di “vincere i demoni” e di ricomporre la frattura tra ragione, etica e comunità.
La sua riflessione non si limita al perimetro ecclesiale. Si tratta di una lettura del destino europeo in termini civili e storici: senza un fondamento spirituale condiviso, aumenta il rischio di derive autoritarie, di conflitti interni e di un indebolimento della coscienza collettiva. La “tirannia più grave” evocata da Ratzinger non è solo un evento politico; è il risultato di una desertificazione culturale dove la tecnica occupa il posto della verità e il potere sostituisce il bene comune. Da qui l’appello a riaprire la “casa” dell’Europa alla presenza del sacro, come condizione per una civiltà capace di futuro.
Scontro tra Usa e Ue tra economia, politica e cultura
Il confronto tra Stati Uniti e Unione Europea ha assunto nel 2025 una dimensione sistemica, con tre fronti distinti ma interconnessi. Sul piano economico, il nodo principale resta il surplus commerciale della Germania, ritenuto dalla Casa Bianca un fattore distorsivo di mercato. Washington contesta l’asimmetria strutturale della bilancia commerciale tedesca e la rigidità delle regole europee che, a suo giudizio, trasferiscono i costi dell’aggiustamento su partner e alleati, comprimendo la domanda interna e scaricando all’esterno la propria competitività. La risposta europea insiste sulla disciplina fiscale e sull’architettura dell’eurozona, ma fatica a indicare un correttivo che non penalizzi l’industria esportatrice. Ne deriva un irrigidimento negoziale che alimenta la frizione transatlantica.
Il terreno politico è dominato dalla guerra tra Ucraina e Russia. L’amministrazione vicina a Donald Trump punta a chiudere il conflitto attraverso un cessate il fuoco negoziato, con priorità alla de-escalation e alla riduzione dell’onere finanziario e militare statunitense. Una parte consistente della Ue, in continuità con l’impostazione dell’establishment Dem di Barack Obama/Joe Biden, mantiene invece una postura di crescente coinvolgimento, senza un percorso definito di uscita né una visione condivisa sugli obiettivi finali. Questa divergenza strategica espone l’Europa a un dilemma: intensificare il sostegno militare, correndo il rischio di una spirale incontrollabile, oppure aprire alla trattativa, con costi politici interni e il timore di concessioni percepite come cedimenti.
Sul fronte culturale, il dissidio è ancora più profondo. La classe dirigente europea ha abbracciato un paradigma progressista, spesso identificato come ideologia woke, che promuove un multiculturalismo spinto e un’agenda identitaria conflittuale. Joseph Ratzinger aveva definito tale deriva come «un odio di sé dell’Occidente», denunciando lo sradicamento delle radici cristiane e la costruzione di un’identità europea fondata sulla sola tecnocrazia di Bruxelles. La conseguenza, avvertiva, è l’affermarsi di «una dittatura del relativismo»: un pensiero unico che tollera tutto tranne il dissenso, riducendo lo spazio della libertà in nome di una presunta neutralità valoriale. In questo clima, la Ue pretende di proporsi quale modello universale di democrazia, benessere e pace, contrapponendosi agli USA di Trump e alla Russia, ma dimenticando il debito storico verso l’alleato americano per liberazione, ricostruzione, prosperità e sicurezza.
Il documento statunitense sulla Strategia di sicurezza nazionale 2025 accusa l’Europa di marciare verso «la cancellazione della civiltà» occidentale, citando immigrazione di massa, denatalità, perdita delle identità nazionali, compressione della libertà di parola e un eccesso regolatorio che soffoca iniziativa e sovranità politica. Viene evocata la «repressione dell’opposizione politica» e la fragilità di «governi di minoranza» che, per restare in carica, derogano a principi democratici e, sul dossier ucraino, «tradiscono la volontà dei popoli» con la «sovversione dei processi democratici». È un atto d’accusa che amplifica la spaccatura culturale: per Washington, l’Europa rinnega i pilastri dell’Occidente; per Bruxelles, gli USA guidati da Trump abbandonano il ruolo di architrave del sistema liberale internazionale.
Il risultato è un attrito che supera la contingenza. L’Europa, priva di un consenso interno su crescita, sicurezza e identità, fatica a definire un approccio realistico con l’alleato americano. Gli Stati Uniti, orientati a una strategia di burden shifting, chiedono agli europei di assumersi responsabilità dirette sul proprio vicinato e di correggere squilibri economici cronici. In mezzo, il rischio che l’assenza di un baricentro politico comune trasformi divergenze tattiche in rotture strategiche, con effetti immediati su difesa, catene del valore e stabilità sociale.
Deficit democratico della Ue e paralleli con Trump
La narrazione autocelebrativa della Unione Europea cozza con una realtà segnata da un evidente deficit di legittimazione. La concentrazione di potere nella Commissione e nel Consiglio, unita al ruolo marginale del Parlamento europeo nelle fasi chiave dell’indirizzo politico, alimenta la percezione di un’architettura tecnocratica che sottrae sovranità ai cittadini e agli Stati membri. L’uso estensivo dei regolamenti, la prassi delle decisioni a porte chiuse e l’affidamento eccessivo a comitati e triloghi riducono trasparenza e controllabilità democratica. L’Unione definisce standard vincolanti su energia, finanza, industria e informazione con una catena decisionale che raramente risponde a una chiara investitura popolare.
Le scelte recenti su sanzioni, aiuti militari e politiche industriali hanno aggravato il cortocircuito: governi di minoranza o coalizioni fragili ratificano orientamenti rilevanti senza un ampio mandato elettorale, mentre il ricorso alla retorica dell’emergenza legittima deroghe procedurali. Il risultato è una governance percepita come distante, che impone oneri economici significativi al tessuto produttivo e comprime lo spazio del dissenso con norme su disinformazione e sicurezza informatica spesso formulate in termini vaghi. In questo contesto, la rivendicazione europea di essere il “gold standard” democratico si indebolisce di fronte a contraddizioni evidenti: partecipazione elettorale altalenante, accountability limitata, assenza di un demos comune.
Il parallelo con la stagione di Donald Trump si inserisce qui: mentre Washington critica l’Europa per l’iperscetticismo verso la sovranità nazionale, molti cittadini europei guardano alle ricette sovraniste e alla deregolazione come possibili correttivi a un impianto percepito come autoreferenziale. Il trumpismo ha riportato al centro i temi di frontiera, identità, manifattura e libertà di parola; questioni che, nella Ue, si confrontano con un apparato regolatorio pervasivo e con un’agenda valoriale che ambisce all’universalismo ma fatica a radicarsi socialmente. La frizione non è solo tra Usa e Ue, ma tra due modelli di legittimazione: uno, plebiscitario e nazionale; l’altro, procedurale e sovranazionale.
Il documento di strategia statunitense del 2025, che denuncia «censura della libertà di parola», «soffocante regolamentazione» e «repressione dell’opposizione», interpreta come segnali di involuzione una serie di tendenze già interne al dibattito europeo: l’espansione del perimetro normativo, la gestione amministrativa del dissenso, l’uso di algoritmi e piattaforme per modulare la visibilità delle opinioni. Per Bruxelles si tratta di difese necessarie contro minacce ibride; per i critici, di strumenti che consolidano un “pensiero unico” e riducono la dialettica politica. La distanza tra queste letture riflette l’impasse di fondo: senza una ridefinizione del rapporto fra sovranità, libertà e sicurezza, l’Unione rischia di consumare il proprio capitale di fiducia.
In parallelo, l’autoattribuzione alla Ue del ruolo di attore normativo globale entra in collisione con la richiesta americana di burden shifting e con la domanda sociale europea di crescita e stabilità. La stagione di Trump ha reso esplicita una realtà che precede il trumpismo: l’ombrello strategico non è gratuito e le catene del valore devono riflettere interessi nazionali. L’Europa, vincolata a un impianto decisionale lento e frammentato, stenta a riconciliare competitività, sicurezza energetica e consenso democratico. Ne derivano governi esposti a logoramento rapido, proteste diffuse e una polarizzazione che indebolisce la capacità di compromesso. Senza un riequilibrio tra mandato popolare e potere regolatorio, lo scarto tra istituzioni e società resterà la faglia più pericolosa del progetto europeo.
FAQ
- Qual è il nucleo del deficit democratico della Ue?
La concentrazione di potere in organi poco rappresentativi, l’opacità dei processi decisionali e l’uso estensivo di regolamenti che incidono su Stati e cittadini senza un chiaro mandato popolare. - In che modo la governance Ue incide sull’economia reale?
Norme pervasive su energia, finanza e industria aumentano costi di conformità, comprimono la competitività e trasferiscono oneri su imprese e lavoratori. - Perché si parla di parallelo con Donald Trump?
Il trumpismo enfatizza sovranità, manifattura e libertà di parola, temi che contrastano con l’approccio sovranazionale e regolatorio della Ue e ne evidenziano le criticità di legittimazione. - Cosa contesta Washington all’Europa nel 2025?
Immigrazione di massa, denatalità, perdita di identità nazionali, eccesso regolatorio, compressione della libertà di espressione e instabilità di governi privi di forte mandato. - Qual è l’effetto delle “emergenze” sul processo decisionale europeo?
Legittimano deroghe procedurali, accelerano decisioni centralizzate e riducono il controllo democratico, alimentando sfiducia pubblica. - Quale riequilibrio è necessario per la Ue?
Rafforzare il nesso tra consenso elettorale e scelte strategiche, aumentare trasparenza e responsabilità delle istituzioni, e calibrare la regolazione per sostenere crescita e libertà civili.




