Proteste sommerse contro i tedofori: quando lo sport non basta

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C’è un’altra storia, silenziata, di chi protesta al passaggio dei tedofori. Lo sport non narcotizza l’indignazione
La folla che applaude e quella che dissente
Le strade d’Italia si riempiono di applausi e selfie mentre la fiamma attraversa il Paese verso **Milano**, **Cortina**, **Anterselva**, **Tesero**, **Predazzo**, **Bormio**, **Livigno** e **Verona**. I format televisivi ripetono in coro lo stesso copione: “evento irripetibile”, “emozione collettiva”, “brividi sulla pelle”, con la narrazione ufficiale di **Fondazione Milano Cortina 2026** a fare da regia invisibile.
Dietro questo racconto levigato, però, scorre un’altra scena, quasi mai inquadrata: piccoli gruppi che aprono striscioni, sventolano bandiere della Palestina, leggono appelli per la pace. Contestazioni pacifiche, senza vetri infranti né scontri, sufficienti però a rompere l’illusione di un consenso totale e indistinto.
È un’Italia che non rifiuta lo sport, ma respinge l’idea che l’entusiasmo agonistico possa cancellare la memoria delle guerre in corso, dei civili sotto le bombe, dei popoli privati di diritti fondamentali. In piazza emerge una consapevolezza critica: la celebrazione olimpica non può trasformarsi in schermo emotivo che oscura la realtà, né in anestetico morale somministrato a colpi di storytelling patinato.
Le voci fuori campo ricordano che la retorica sull’“unità nazionale” rischia di diventare vuota se non include anche il dissenso, soprattutto quando questo si esprime con modalità non violente e nel rispetto delle regole democratiche.
Dalle piazze del Nord al Sud, una mappa del dissenso
Nelle stesse città che accolgono i tedofori, si compone una geografia precisa delle contestazioni. A **Trieste** lo schieramento delle forze dell’ordine è imponente, ma resta fermo: nessun contatto, nessuna carica, solo cartelli e slogan. A **Pordenone**, nonostante le parole dure del sindaco contro “ideologismi e strumentalizzazioni”, i ragazzi del fronte pro-Palestina scelgono toni lievi, trasformando la protesta in una presenza discreta ma visibile.
A **Pavia** i presidi parlano apertamente di giustizia internazionale e responsabilità politica delle istituzioni sportive. A **Padova** i comitati ambientalisti denunciano l’impatto delle opere olimpiche su territori già fragili, intrecciando critica ecologica e sociale. A **Catania** finisce nel mirino l’industria bellica, presente perfino tra gli sponsor del grande evento, un cortocircuito rispetto al linguaggio ufficiale della pace e della fratellanza sportiva.
A **Torino** si contesta la disparità di trattamento tra delegazioni, con il nodo delicato degli atleti israeliani, mentre in altre città risuona l’accusa più radicale: “i popoli non si cancellano con il genocidio” e “mentre qui si gioca, altrove si continua a morire”. Le immagini di **Livigno**, con una mostra di controinformazione allestita in un’ex pizzeria da un comitato di cittadini, mostrano come l’evento olimpico diventi anche occasione per produrre inchieste, dati, infografiche, narrazioni alternative.
Questa contro-mappa, che va da **Udine** ai centri sociali di **Padova**, restituisce un Paese diviso tra tripudio mediatico e critica strutturata, dove lo sport viene interrogato sulle sue complicità economiche, ambientali e geopolitiche.
Olimpismo, Carta e accuse di ipocrisia
Il nodo più rilevante sollevato dai manifestanti riguarda la distanza tra i principi scritti e le pratiche reali del sistema sportivo globale. La Carta Olimpica, documento fondativo del movimento, afferma che l’olimpismo si basa su responsabilità sociale, rispetto dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale e principi etici universali. Stabilisce che la partecipazione alla vita olimpica debba essere garantita senza discriminazioni di razza, sesso, religione, opinioni politiche, orientamento sessuale, origine sociale, ricchezza o altre condizioni personali.
Sono parole che, lette oggi, appaiono quasi estranee a un mondo segnato da guerre permanenti, stati d’eccezione, crisi climatiche e disuguaglianze esplosive. Di fronte a questo scenario, una medaglia, un inno o l’accensione di un braciere non bastano più a legittimare il racconto di neutralità e armonia, soprattutto quando sponsor e governance si intrecciano con filiere belliche, speculazioni immobiliari e operazioni di greenwashing.
Per chi protesta, il conflitto non è con gli atleti né con il gesto sportivo in sé, ma con l’uso politico, commerciale e simbolico dei grandi eventi come strumenti di normalizzazione. L’emozione collettiva viene percepita come risorsa strategica per spegnere le domande scomode su guerre, diritti negati, devastazione ambientale.
Eppure è proprio richiamandosi alla Carta Olimpica che queste piazze rivendicano coerenza: se l’obiettivo dichiarato è costruire una società pacifica e rispettosa della dignità umana, allora il dissenso pacifico non è un corpo estraneo, ma una componente necessaria di quell’orizzonte etico.
FAQ
D: Perché alcune persone contestano il passaggio della torcia?
R: Per denunciare guerre in corso, violazioni dei diritti umani, impatti ambientali e contraddizioni tra retorica olimpica e realtà geopolitica.
D: Le proteste sono state violente?
R: Nella maggior parte dei casi no: si è trattato di presidi pacifici, striscioni, bandiere della Palestina e iniziative di controinformazione, senza scontri né danni.
D: Quali città italiane sono state più coinvolte nelle contestazioni?
R: Tra le più attive figurano **Trieste**, **Pordenone**, **Pavia**, **Padova**, **Torino**, **Catania**, **Udine**, oltre a località olimpiche come **Livigno** e **Bormio**.
D: Qual è il ruolo dei comitati locali?
R: Organizzano assemblee, dossier, mostre e campagne sui costi sociali ed ecologici delle opere, proponendo un controllo civico dal basso sui grandi progetti legati ai Giochi.
D: Lo sport può davvero essere “neutro” rispetto alla politica?
R: Molti studiosi e attivisti sostengono di no, perché sponsor, scelte di sede, esclusioni e protocolli di sicurezza riflettono sempre equilibri di potere e interessi economici.
D: Che cosa chiede chi manifesta lungo il percorso della torcia?
R: Pace, cessate il fuoco nei conflitti in corso, rispetto della Carta Olimpica sui diritti umani, trasparenza sugli sponsor e riduzione dell’impatto ambientale degli impianti.
D: Qual è la posizione ufficiale delle istituzioni sportive?
R: I comitati organizzatori richiamano valori come unità, inclusione e rispetto, ma tendono a minimizzare o silenziare le contestazioni per preservare l’immagine dell’evento.
D: Chi ha documentato per primo queste proteste in Italia?
R: Le cronache più dettagliate e continuative sono state pubblicate da testate indipendenti come **Altreconomia**, che ha riportato sul campo episodi e testimonianze dai territori.
D: Le proteste continueranno durante i Giochi invernali?
R: È probabile: reti sociali, collettivi studenteschi e comitati territoriali stanno già pianificando iniziative parallele per tenere aperto il dibattito su diritti, pace e sostenibilità.




