Programmare oggi nell’era dell’intelligenza artificiale: quando ha davvero senso imparare a farlo
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Perché imparare a programmare resta decisivo nell’era dell’intelligenza artificiale
L’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa ha alimentato un interrogativo cruciale: ha ancora senso imparare a programmare se un modello linguistico può scrivere codice su richiesta? Il fenomeno del vibe coding – descrivere “a vibrazione” il risultato desiderato e lasciare che l’AI generi il software – sembra mettere in discussione il ruolo umano. Eppure, esperti, università e dati di settore raccontano uno scenario diverso. In Italia, dal Politecnico di Milano alle associazioni educative, chi forma i programmatori sottolinea che senza solide basi algoritmiche diventa impossibile valutare la qualità del codice prodotto dalle macchine. Nel frattempo, il mercato del lavoro tech cambia ma non scompare, mentre scuola e istituzioni provano a colmare il divario di competenze digitali per evitare una dipendenza acritica dai sistemi di AI.
In sintesi:
- L’AI genera codice, ma senza pensiero algoritmico umano è impossibile verificarne correttezza ed efficienza.
- I programmatori si fidano meno del codice AI: il tasso di fiducia cala sensibilmente.
- La scuola italiana è in ritardo: obblighi digitali esistono, ma le competenze reali mancano.
- Il lavoro nel software si trasforma: licenziamenti ci sono, ma non è un’estinzione.
Come l’AI cambia davvero la programmazione, tra limiti tecnici e dati reali
Il cuore del dibattito non è se l’AI sostituirà i programmatori, ma quale tipo di programmatore sopravviverà. Donatella Sciuto, rettore del Politecnico di Milano, sintetizza la questione: senza capacità di ragionamento algoritmico non si sa né cosa chiedere alla macchina né come giudicare l’output. Un modello può proporre molti modi per ordinare una lista, ma solo chi conosce gli algoritmi sa scegliere la soluzione più adatta a dati, contesto e vincoli prestazionali.
La prudenza dei professionisti è confermata dalla Stack Overflow Developer Survey 2025: la fiducia dei developer nell’accuratezza del codice generato dall’AI è scesa dal 43% al 33% in un anno. Chi sviluppa ogni giorno integra questi strumenti nel proprio flusso, ma li tratta come acceleratori, non come sostituti del giudizio tecnico. In gioco non c’è solo la correttezza funzionale: errori di sicurezza, inefficienze massive e bug sottili restano invisibili a chi non padroneggia concetti fondamentali di programmazione e architettura del software.
La questione educativa è altrettanto cruciale. In teoria, dal 2022 l’Italia prevede l’inserimento sistematico di competenze digitali nei curricula scolastici; nella pratica, molte aule restano lontane da questa trasformazione. Federica Gambel, fondatrice di Coder Kids, descrive generazioni di studenti che usano chatbot e generatori di codice senza comprenderne meccanismi e limiti, mentre una parte significativa del corpo docente non ha ricevuto formazione adeguata. Il recente bando ministeriale da 100 milioni di euro, dedicato alla formazione degli insegnanti sull’uso consapevole dell’AI, è un passo avanti ma tardivo rispetto alla velocità con cui le tecnologie si diffondono.
Il fenomeno del delegare sistematicamente compiti cognitivi all’AI ha un nome: *cognitive offloading* eccessivo. Se la macchina pensa sempre al posto nostro, le competenze umane si atrofizzano. Il rischio non riguarda solo il coding: tocca analisi dati, scrittura, decisioni aziendali, con un possibile collasso della conoscenza di base su cui si fondano interi settori professionali.
Programmazione e lavoro: rischi, trasformazioni e nuove competenze richieste
Il tema occupazionale va analizzato oltre i titoli allarmistici. Nel settore tecnologico globale si stimano tra 600.000 e 800.000 licenziamenti negli ultimi anni, ma solo circa il 20% colpisce direttamente chi scrive codice. Una quota rilevante di tagli è legata al cosiddetto AI washing: imprese che mascherano ristrutturazioni e riduzioni di organico già pianificate attribuendole all’automazione e all’AI. Parallelamente, le iscrizioni a ingegneria informatica al Politecnico di Milano continuano a crescere, segnale che la domanda di profili con solide competenze tecniche resta elevata.
Il lavoro degli sviluppatori cambia natura: meno routine ripetitive, più progettazione, auditing del codice generato, integrazione di sistemi, controllo qualità, sicurezza. In questo scenario, chi padroneggia davvero strutture dati, complessità computazionale e architetture distribuite è in posizione di forza, mentre chi si limita a chiedere “magia” ai modelli linguistici rischia di diventare sostituibile. L’AI ridisegna il perimetro della professione, ma non elimina il bisogno di ingegneria del software rigorosa.
Programmare nell’era AI: dalla dipendenza alla partnership consapevole
La vera discriminante dei prossimi anni sarà il rapporto di partnership tra umani e AI, non la sostituzione completa. Chi saprà usare gli strumenti generativi per accelerare le fasi meccaniche, mantenendo controllo concettuale e responsabilità sulle decisioni tecniche, sarà al centro del nuovo ecosistema digitale.
Scuola, università e aziende dovranno convergere su un obiettivo comune: costruire competenze profonde prima, e solo dopo integrare strumenti automatizzati. Per i programmatori, restare rilevanti significherà spostarsi sempre più verso analisi, design e verifica critica dei sistemi, lasciando alla macchina l’esecuzione ripetitiva. L’AI può scrivere codice; trasformarlo in software affidabile resta, e resterà, una competenza umana avanzata.
FAQ
Ha ancora senso studiare programmazione con l’intelligenza artificiale generativa?
Sì, ha pieno senso: senza basi di programmazione è impossibile controllare qualità, sicurezza ed efficienza del codice prodotto dall’intelligenza artificiale.
Cosa significa davvero vibe coding per chi sviluppa software?
Significa descrivere all’AI il risultato desiderato e lasciare che generi il codice, ma restando necessario il controllo tecnico umano.
Come sta reagendo la scuola italiana all’arrivo dell’AI?
Sta reagendo lentamente: esiste un obbligo di competenze digitali e un bando da 100 milioni, ma permangono forti carenze operative.
L’AI ridurrà drasticamente i posti di lavoro per programmatori?
No, li trasformerà: alcuni ruoli scompariranno, ma cresceranno posizioni focalizzate su architetture, verifica del codice e sicurezza.
Da dove provengono le informazioni principali di questo articolo?
Provengono da una elaborazione congiunta delle fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborate dalla nostra Redazione.



