Politici australiani attaccano X e Grok ma restano: ipocrisia digitale o calcolo di potere?
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Condanne a Grok e X, ma nessun addio politico
Anthony Albanese ha definito “aberrante” la generazione da parte di Grok di immagini sessualizzate di donne e minori, denunciando l’uso dell’IA generativa per sfruttare persone senza consenso e annunciando un esame da parte del regolatore della sicurezza online. Pochi minuti dopo, sull’account X del primo ministro è apparso un video della stessa conferenza stampa, mentre nelle repliche alcuni utenti hanno provato a spingere Grok a creare un’immagine del premier in bikini.
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Nel frattempo, su X è ancora semplice trovare foto di politici australiani – incluso il primo ministro – create con Grok: pose in costume, burkini e scenari manipolati che alimentano viralità e abuso. Dopo le rivelazioni del Guardian sull’uso per generare video pornografici senza consenso e immagini di donne colpite a morte, X ha disattivato la generazione immagini per gli utenti non paganti, ma il danno reputazionale resta.
I regolatori di diversi paesi, tra cui l’Australia, hanno avviato indagini, valutando multe, blocchi del chatbot e persino restrizioni alla piattaforma. L’eSafety Commissioner ha inviato una “please explain” che può sfociare in sanzioni tramite la corte federale, un percorso potenzialmente lungo vista la storia di contenziosi con X. Eppure, nonostante indignazione e proteste ufficiali, i politici non abbandonano il social: l’ufficio della commissaria Julie Inman Grant ha smesso di postare da agosto, ma il resto della classe politica continua a usarlo, consolidando una dipendenza dall’audience che X ancora garantisce.
Perché i politici restano: audience, media e algoritmi
I parlamentari dicono di dover stare dove sta il pubblico: su X rimane ancora una massa critica di utenti attivi, capace di amplificare messaggi in pochi minuti e di orientare l’agenda. L’ecosistema politico-mediatico continua a incrociarsi lì: i giornalisti monitorano, rilanciano e innescano cicli di notizie che altrove sono più lenti o frammentati.
La dinamica è circolare: i media restano perché i politici ci sono, e i politici restano perché i media continuano a pescare notizie e reazioni dalla piattaforma. In parallelo, l’algoritmo premia contenuti polarizzanti e ad alto engagement, generando visibilità che difficilmente viene replicata su Bluesky o Threads.
Per molti eletti, l’uscita comporterebbe un costo di transizione: perdita di follower, minore reach immediata e rischio di uscire dal flusso del dibattito. Altri, allineati alle posizioni di Elon Musk o attratti dalla gratificazione numerica, accettano l’ambiente tossico come trade-off per l’attenzione.
Più controversa è la permanenza di agenzie pubbliche ed emergenze: con un feed orientato al conflitto e alla viralità, l’affidabilità in caso di breaking news si riduce, ma la dipendenza dalla platea e dall’infrastruttura di distribuzione frena la migrazione. L’eccezione di Julie Inman Grant e dell’ufficio eSafety evidenzia che un’alternativa è possibile, ma la maggioranza sceglie ancora la centralità di X rispetto ai rischi di reputazione.
Regolatori, app store e possibili sanzioni
Le indagini su Grok si moltiplicano: autorità in Australia e all’estero valutano multe, limitazioni del chatbot e, in casi estremi, blocchi mirati della funzione o della piattaforma X. L’eSafety Commissioner ha inviato una “please explain” che può sfociare in azioni in corte federale, un percorso rallentato dall’abitudine di X a contestare i provvedimenti.
Oltre ai regolatori, entrano in gioco gli app store. Se l’hosting di contenuti illegali venisse accertato, l’autorità australiana potrebbe ordinare ad Apple e Google la rimozione dell’app. Un precedente pesa: quando Tumblr fu minacciata da Apple, eliminò rapidamente i contenuti per adulti consensuali; su X, invece, la risposta resta opaca.
Il contrasto è evidente: dopo il report del Center for Countering Digital Hate sui livelli di antisemitismo, X ha ribadito di essere “dedicata a combattere abusi e odio”, mentre le segnalazioni di immagini generate senza consenso continuano a emergere. In attesa degli esiti dell’istruttoria, il rischio per X è duplice: sanzioni economiche e restrizioni di distribuzione, con impatti sull’accesso e sulla reputazione.
Intanto alcuni paesi hanno già limitato il chatbot; in Australia, l’assenza di interventi immediati alimenta lo stallo: parole dure, enforcement lento e una base utenti che rimane. La permanenza dell’app negli store rafforza l’inerzia, ma un ordine di rimozione cambierebbe radicalmente il quadro.
FAQ
- Quali autorità stanno indagando su Grok? Regolatori in Australia e in altri paesi, inclusa l’eSafety Commissioner, hanno avviato verifiche sulle funzioni di generazione immagini.
- Quali sanzioni rischia X in Australia? Multe tramite corte federale ed eventuali ordini agli app store di rimuovere l’app se ospita contenuti illegali.
- Gli app store possono davvero rimuovere X? Sì, su ordine regolatorio o per violazioni delle policy; in passato Apple ha imposto strette a Tumblr.
- Grok è stato limitato? La generazione immagini per utenti non paganti è stata disattivata dopo rivelazioni su abusi di contenuti senza consenso.
- Ci sono paesi che hanno già bloccato Grok? Alcuni hanno imposto restrizioni temporanee al chatbot in attesa degli esiti investigativi.
- Cosa ha dichiarato X sui contenuti d’odio? La piattaforma afferma di essere impegnata a contrastare abusi e odio, nonostante report su livelli elevati di antisemitismo.
- Qual è la fonte giornalistica citata? Le rivelazioni e il contesto sono stati riportati dal Guardian, che ha evidenziato usi abusivi della generazione immagini di Grok.




