NATO scommette sulle startup: il fondo segreto che riscrive la difesa

Indice dei Contenuti:
NATO Innovation Fund: come funziona il fondo da 1 miliardo per startup che innovano la difesa
Capitale strategico e architettura del fondo
NATO Innovation Fund è un veicolo di investimento da 1 miliardo di euro sostenuto da 24 Paesi alleati con un orizzonte di 15 anni, pensato per colmare il vuoto storico del venture capital europeo nelle tecnologie per la sicurezza e la difesa.
Guidato da Fiona Murray, docente del MIT Sloan School of Management, il fondo è stato lanciato nel 2022 ed è pienamente operativo dal 2023, in risposta a una minaccia definita esplicitamente dal Segretario Generale Mark Rutte: l’Europa è già nel mirino della Russia e non può più rimandare gli investimenti in resilienza strategica.
La logica di allocazione prevede circa 100 milioni di euro all’anno, con l’80% destinato a investimenti diretti in startup e il 20% in fondi di venture capital secondo un modello “fund of funds”. Tra i partner figurano realtà come V Squared, OTB Ventures e Twin Track Ventures, che danno al fondo esposizione indiretta a oltre 100 giovani imprese deep tech.
Ad oggi sono stati annunciati 14 investimenti diretti, selezionati sulla base di criteri strettamente legati a impatto dual-use (civile e militare), scalabilità industriale e rilevanza per il sistema di difesa euro-atlantico. Il mandato non è solo finanziario: il fondo funge da ponte operativo tra innovazione privata e necessità dei Ministeri della Difesa, accelerando il passaggio dal laboratorio al campo.
Neo-prime europei e leva sul capitale privato
La missione centrale è la nascita di “neo-prime”, nuove aziende integrate verticalmente capaci di competere con i colossi storici della difesa, ma nate con mentalità startup e cicli di sviluppo estremamente rapidi.
Tra i casi di portafoglio spiccano Tekever, produttore portoghese di droni che sta costruendo una fabbrica nel Regno Unito; Kraken, specializzata in imbarcazioni autonome e partner di gruppi come Lürssen e Rheinmetall; ARX Robotics, focalizzata su piattaforme terrestri senza equipaggio; e Isar Aerospace, attiva nelle tecnologie spaziali, cruciali per comunicazioni e sorveglianza.
Secondo i dati condivisi da Murray, circa 150 milioni di euro già investiti hanno generato 1,4 miliardi di co-investimenti: per ogni euro messo dal fondo, il mercato ne aggiunge quasi dieci, coinvolgendo fondi VC, fondi sovrani, fondi pensione e family office europei interessati alla stabilità della NATO come asset geopolitico ed economico.
Per ridurre l’attrito tra innovatori e apparati pubblici è stato creato il Mission Platform Group, struttura operativa che aiuta le startup ad arrivare direttamente ai Ministeri della Difesa oppure a integrarsi nelle catene di fornitura dei grandi prime contractor. Paesi come l’Estonia vengono indicati come modello in termini di velocità di procurement, mentre la Germania sta ripensando processi e contratti per diventare un acquirente credibile di tecnologie emergenti.
Zona grigia, infrastrutture critiche e cambio culturale
La difesa oggi si gioca soprattutto nella “zona grigia”: incursioni ai confini, provocazioni con droni, sabotaggio di cavi sottomarini, attività ostili nell’Artico e nello spazio, attacchi cyber a centri dati e catene di approvvigionamento. In questo contesto, “prezzare la resilienza” significa accettare costi immediati per evitare danni sistemici futuri.
Il fondo ha investito in realtà come Kongsberg Ferrotech, che sviluppa tecnologie di ispezione e riparazione per cavi sottomarini, infrastruttura oggi vitale per traffico dati, finanza e comunicazioni militari. Restano nodi sensibili la dipendenza dalla Cina per minerali critici e la protezione fisica e digitale dei data center necessari all’intelligenza artificiale.
Permane uno stigma finanziario verso la difesa: molte grandi banche faticano ad aprire conti a operatori del settore per via di procedure KYC e antiriciclaggio che generano alert automatici, mentre diversi fondi pensione restano esitanti nonostante il profilo di ritorno. Secondo Murray, però, si sta affermando l’idea della difesa come dovere civico: investire in tecnologie dual-use significa rafforzare anche la società civile, dalla robotica per le fabbriche alla protezione delle infrastrutture dai cambiamenti climatici.
L’analisi e le priorità descritte emergono da un confronto approfondito tra Fiona Murray e Amy Lewin nel podcast Startup Europe di Sifted, una delle principali testate europee dedicate all’innovazione.
FAQ
D: Che cos’è il NATO Innovation Fund?
R: È un fondo di venture capital da 1 miliardo di euro sostenuto da 24 Paesi alleati per finanziare tecnologie strategiche per sicurezza e difesa.
D: Qual è l’orizzonte temporale degli investimenti?
R: Il fondo opera con una prospettiva di 15 anni, pensata per permettere alle tecnologie deep tech di maturare e scalare.
D: Come viene ripartito il capitale?
R: Circa l’80% va in investimenti diretti in startup e il 20% in altri fondi di venture capital secondo uno schema “fund of funds”.
D: Cosa si intende con neo-prime?
R: Sono nuove aziende della difesa nate come startup agili che crescono fino a diventare player industriali integrati.
D: Quali settori tecnologici sono prioritari?
R: Robotica, droni, spazio, sicurezza delle infrastrutture critiche, automazione avanzata e tecnologie dual-use ad alto impatto.
D: Perché le infrastrutture sottomarine sono così importanti?
R: I cavi sottomarini trasportano la maggior parte del traffico dati globale e sono essenziali per finanza, comunicazioni civili e militari.
D: Esiste ancora uno stigma verso gli investimenti in difesa?
R: Sì, soprattutto da parte di banche e fondi pensione, ma cresce la percezione della difesa come responsabilità civica.
D: Qual è la fonte giornalistica principale citata?
R: Le informazioni derivano dall’intervista di Fiona Murray con Amy Lewin nel podcast Startup Europe di Sifted, media europeo specializzato in innovazione.




