Muccino svela perché ha abbandonato Hollywood e cosa ha scoperto davvero

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Muccino, addio definitivo a Hollywood
Per il regista Gabriele Muccino l’esperienza americana è un capitolo definitivamente chiuso. Dopo il successo planetario de “La ricerca della felicità”, “Sette anime” e “Padri e figlie”, il cineasta romano oggi rifiuta l’idea stessa di tornare a lavorare negli Stati Uniti, sottolineando come gli anni trascorsi oltreoceano siano stati «faticosi e dolorosi» sul piano umano e professionale.
Secondo il regista, l’America rappresenta ormai «una civiltà pagana in pienissima decadenza», una società smarrita in cui ha percepito con largo anticipo la frattura che oggi investe l’intero globo. I primi tempi, segnati dai film con Will Smith e dal corteggiamento delle major di Hollywood, sono stati per lui anni di entusiasmo e gratificazione. Poi, però, è arrivato l’impatto con un sistema che giudica feroce e privo di legami autentici.
Muccino denuncia in quel modello industriale l’assenza di amicizia, la rarefazione dei rapporti, l’individualismo competitivo che isola. Una macchina produttrice di successi ma anche di solitudine, dove relazioni e lealtà vengono sacrificate a logiche di profitto e potere. La scelta di non tornare in America non è dunque artistica, ma esistenziale: una presa di distanza da un universo considerato incompatibile con la propria idea di cinema e di vita.
“Le cose non dette”, il laboratorio delle relazioni
Nel nuovo film, interpretato da attori come Stefano Accorsi, Miriam Leone, Carolina Crescentini e Claudio Santamaria, Muccino torna ai suoi temi centrali: l’imperfezione umana, le coppie in affanno, la paura della verità. Il punto di partenza è il “non detto” come forza che modella il destino individuale e collettivo: traumi mai nominati, omissioni per pudore o vergogna, verità taciute per paura del giudizio.
Tratto dal romanzo “Siracusa” di Delia Ephron, il film segue due coppie in viaggio a Tangeri. Carlo, professore universitario e scrittore in crisi, ed Elisa, giornalista affermata, vivono a Roma un amore logorato dall’abitudine. Con loro partono Anna e Paolo, amici storici, insieme alla figlia adolescente Vittoria: il gruppo diventa un vero laboratorio emotivo, dove segreti, sguardi e gelosie erodono lentamente le certezze di ciascuno.
L’arrivo di Blu, misteriosa studentessa di filosofia, accende tensioni e interrogativi. Il personaggio di Anna, affidato alla Crescentini, è una donna in allarme permanente, madre iperprotettiva e moglie irrisolta che “esplode per non scomparire”. Dice tutto agli altri ma nulla a sé stessa, vive di “detonazioni continue” in cui ansia e comicità involontaria si intrecciano, fino al punto di rottura emotiva cercato dal regista sul set.
Il non detto come linguaggio e crisi dell’industria
Per Muccino e Crescentini il non detto non è semplice omissione, ma un vero linguaggio. In recitazione diventa sottotesto: una domanda banale come “come stai?” può cambiare significato a seconda di ciò che resta sotto traccia. Nella vita, però, questo meccanismo risulta pericoloso: se la verità espressa non viene accolta, chi parla tende a modificare il proprio sentire per renderlo socialmente accettabile, fino a smettere del tutto di dirlo.
Il film mette in scena questa cortina di ferro relazionale: si alzano muri invisibili tra partner, figli e genitori, la scarsa consapevolezza comunicativa genera omissioni, distorsioni, alterazioni. In parallelo, il regista osserva come la comunicazione digitale abbia accelerato e reso più fragili le relazioni: le storie si consumano “sulla doppia spunta”, in un’epoca di accesso illimitato e solitudine crescente rispetto all’era analogica, fatta di tempi più lunghi e responsabilità maggiori.
Sul fronte industriale, sia Muccino che Crescentini denunciano una crisi strutturale del cinema italiano aggravata dal taglio dei fondi e da una scarsa percezione del settore come vera industria. La mancanza di lavoro colpisce non solo registi e attori, ma un’intera filiera: macchinisti, elettricisti, autisti, albergatori, ristoratori. Il tax credit diventa leva competitiva: territori come il New Jersey hanno attirato produzioni hollywoodiane con norme estremamente vantaggiose, mentre l’Italia fatica ancora a valorizzare pienamente il proprio potenziale economico e culturale.
FAQ
D: Perché Gabriele Muccino ha deciso di non tornare più a Hollywood?
R: Il regista ritiene l’esperienza americana dolorosa sul piano umano e critica un sistema che percepisce come solitario, competitivo e in decadenza.
D: Qual è il tema centrale del film “Le cose non dette”?
R: Il cuore del film è il “non detto” nelle relazioni: traumi, verità scomode e omissioni che condizionano il destino dei personaggi.
D: Da quale romanzo è tratto il film?
R: L’opera è ispirata al romanzo “Siracusa” della scrittrice e sceneggiatrice Delia Ephron.
D: Dove è ambientato il viaggio delle due coppie protagoniste?
R: Le due coppie si spostano da Roma a Tangeri, trasformando il viaggio in un laboratorio emotivo di tensioni e rivelazioni.
D: Come viene descritto il personaggio di Anna interpretato da Carolina Crescentini?
R: Anna è una donna in allarme costante, madre iperprotettiva, piena di abbandoni irrisolti, che esplode emotivamente per non scomparire.
D: Qual è il giudizio di Muccino sulle relazioni nell’era digitale?
R: Il regista parla di relazioni più veloci e fragili, consumate sulle app di messaggistica, con una solitudine maggiore rispetto all’era analogica.
D: Quali problemi evidenziano Muccino e Crescentini per il cinema italiano?
R: Denunciano una crisi profonda, aggravata dalla riduzione dei fondi e dalla mancata percezione del cinema come industria con una vasta filiera.
D: Qual è la fonte originale delle dichiarazioni riportate?
R: Le dichiarazioni provengono dal vodcast di Adnkronos dedicato alla presentazione del film, come riportato dall’agenzia stessa.




