Moda italiana in allarme, retroscena svelano la vera crisi del Made in Italy e l’impatto sulle grandi firme

Indice dei Contenuti:
La crisi della moda Made in Italy spiegata bene (incluse le nuove consapevolezze per il 2026)
Dal boom al rischio declino
Nel dopoguerra il genio di Giovanni Battista Giorgini trasformò l’abilità artigiana in un racconto globale, portando a Firenze nel 1951 buyer americani e stampa internazionale a scoprire talenti come Emilio Pucci e le Sorelle Fontana. Da lì prese forma un ecosistema dove Firenze, Milano e Roma, insieme ai distretti tessili del Nord, hanno imposto il Made in Italy come sinonimo di qualità accessibile rispetto a Parigi.
Per decenni il modello ha retto: piccole manifatture, filiere corte, controllo diretto sui materiali, un export in crescita costante. La globalizzazione degli Anni Ottanta e Novanta, però, ha incrinato l’equilibrio, imponendo volumi più alti e tempi compressi a un sistema nato per la cura, non per la corsa.
La delocalizzazione verso Paesi a basso costo ha rotto l’allineamento tra identità e competitività. Il fast fashion ha spostato il baricentro sul prezzo, mentre i marchi del lusso aumentavano i margini senza condividere il valore con la base industriale. Il risultato è un sistema che in passerella appare florido, ma nella filiera mostra crepe profonde.
Numeri duri, filiera fragile
Gli ultimi anni hanno reso visibile ciò che per lungo tempo è rimasto nascosto. Secondo Infocamere, nei primi tre quadrimestri del 2024 oltre duemila imprese tra abbigliamento, tessile e pelletteria hanno chiuso, segnando il peggior dato tra tutti i settori produttivi italiani. La crisi non colpisce i conglomerati “too big to fail”, ma il tessuto di piccole aziende che regge il lusso mondiale.
Dopo il rimbalzo post-Covid, l’export ha frenato: secondo Istat e Confindustria Accessori Moda, nei primi nove mesi del 2024 il calo è stato dell’8,1%, pari a circa 836 milioni di euro in meno, soprattutto in pelletteria e conceria. Qui si concentrano anche le acquisizioni strategiche: LVMH Métiers d’Art su Nuti Ivo, Prada nella Conceria Superior, l’ingresso del gruppo cinese Henan Prosper & Colomer in Ausonia.
Questi movimenti salvano competenze ma aumentano la dipendenza da capitali esteri. In parallelo, inchieste su sfruttamento e subappalti opachi minano la credibilità del racconto “fatto a mano”. La dissonanza tra marketing e realtà produttiva rischia di incrinare definitivamente la fiducia dei consumatori globali.
Nuove consapevolezze verso il 2026
A febbraio 2025 il Governo ha stanziato 250 milioni di euro per il settore, tra contratti di sviluppo, transizione ecologica e digitale, sostenibilità. Un aiuto definito “utile, ma non risolutivo” da Carlo Capasa, presidente di Camera Nazionale della Moda Italiana, che invoca un piano strutturale, non l’ennesimo intervento d’emergenza.
La novità è che il valore della moda non si misura più soltanto in estetica, ma in tracciabilità, condizioni di lavoro, impatto ambientale. Alcune imprese di filiera stanno costruendo filiere corte, certificazioni serie, investimenti su formazione artigiana. Il Monitor Cerved prevede per il 2026 una crescita dell’1,7% nei settori chiave del Made in Italy, trainata da export selettivo, innovazione e diversificazione dei mercati oltre gli Stati Uniti.
Emerge anche un immaginario diverso: il film “Brunello – Il visionario garbato” di Giuseppe Tornatore racconta il modello di Brunello Cucinelli come possibile “capitalismo umanistico”, centrato su dignità del lavoro e custodia dei saperi. Per il 2026 si delinea una scelta netta: o si torna a investire su mani, territori e tempo, o il Made in Italy diventerà solo un’etichetta svuotata.
FAQ
D: Perché tante aziende della moda Made in Italy stanno chiudendo?
R: Margini compressi, delocalizzazioni, aumento dei costi e dipendenza da pochi grandi committenti stanno strangolando manifatture piccole e medie.
D: La crisi riguarda anche i grandi marchi di lusso italiani?
R: I grandi brand, molti controllati da gruppi internazionali, reggono meglio; la parte più esposta è la filiera produttiva locale che lavora per loro.
D: Che ruolo ha avuto la globalizzazione in questa crisi?
R: Ha imposto competizione sui prezzi con Paesi a basso costo, spingendo alla delocalizzazione e indebolendo il modello basato sulla qualità artigiana.
D: Quali sono i settori più colpiti nella filiera moda?
R: In particolare pelletteria e conceria, pilastri del lusso globale, penalizzati sia dal calo dell’export sia da forte pressione sui prezzi.
D: Le acquisizioni di concerie italiane da parte di gruppi esteri sono un rischio?
R: Possono salvare capacità produttiva, ma aumentano il controllo straniero su segmenti strategici del Made in Italy.
D: Cosa prevede il piano da 250 milioni di euro del Governo?
R: Sostiene contratti di sviluppo, transizione green e digitale e progetti di sostenibilità, ma non risolve i nodi strutturali della filiera.
D: Quali prospettive ci sono per il 2026?
R: Il Monitor Cerved stima una crescita moderata dell’1,7%, legata a export di qualità, innovazione e maggiore trasparenza di filiera.
D: Qual è la fonte giornalistica originale che ha ricostruito questo scenario?
R: L’analisi riprende, rielaborandoli, contenuti pubblicati da Artribune in un approfondimento a firma di Marta Melini sulla crisi del Made in Italy.




