Meta blocca Barbero ma tollera i politici, nessun fact checking e un doppio standard che solleva interrogativi

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Meta censura Barbero ma per i politici niente fact checking: ecco il privilegio che in pochi conoscono
Il caso Barbero e il corto circuito di Meta
Lo storico Alessandro Barbero pubblica un video-appello contro la riforma della giustizia, invitando a votare NO al referendum e argomentando i rischi per l’indipendenza della magistratura.
Il contenuto diventa virale su Facebook e Instagram, con milioni di visualizzazioni e condivisioni da parte di pagine e profili non politici. Dopo pochi giorni, su molte di queste pagine compare l’etichetta di Meta “Falso”, che ne limita la diffusione e ne delegittima il messaggio pubblico.
La contestazione ruota attorno a un dettaglio tecnico: nel video si parla di “Governo” che sceglierei membri del Csm, mentre formalmente è il Parlamento a votare gli elenchi. Per i verificatori, quell’imprecisione basta a classificare l’intero video come contenuto ingannevole, nonostante il passaggio sia marginale rispetto al ragionamento storico-politico complessivo.
Come ricostruito da Virginia Della Sala sul Fatto Quotidiano, la decisione nasce da una procedura interna: il video è inserito tra i contenuti “troppo virali”, quindi da sottoporre automaticamente ai fact-checker partner di Meta. Il risultato è un intervento che, nel pieno di una campagna referendaria, colpisce un intellettuale e non un soggetto istituzionale.
Il privilegio invisibile dei politici online
La vicenda mette in luce un aspetto che molti ignorano: per i rappresentanti eletti, le grandi piattaforme applicano standard di moderazione più morbidi rispetto ai normali utenti. Secondo le stesse linee guida di Meta, il discorso politico viene considerato “di interesse pubblico” e raramente subisce etichette severe o limitazioni drastiche, anche quando contiene errori o forzature.
Il principio è che gli elettori debbano giudicare direttamente le affermazioni di un ministro, di un parlamentare o di un leader di partito. L’intellettuale, il giornalista o il docente universitario, invece, restano esposti al pieno rigore del fact-checking commerciale, pur incidendo di meno sulle decisioni legislative.
Nel caso Barbero, questa asimmetria esplode in modo esemplare: un privato cittadino autorevole viene trattato più severamente di tanti politici che, ogni giorno, diffondono tesi discutibili senza alcuna etichetta. È come se su un palco pubblico all’oratore non istituzionale potesse essere strappato il microfono per un refuso, mentre ai professionisti della propaganda fosse concessa una tolleranza molto più ampia.
Il risultato è un vantaggio competitivo per la comunicazione politica ufficiale, spesso già sostenuta da apparati, fondi e presenza mediatica tradizionale.
Europa, algoritmi e futuro del dibattito
Questo squilibrio arriva mentre l’Europa prova a ridisegnare le regole del digitale con il Digital Services Act. La norma impone maggiore trasparenza sui criteri con cui contenuti virali vengono limitati, etichettati o declassati negli algoritmi, e chiede a colossi come Meta di documentare l’uso dei fact-checker esterni certificati.
Si prova a spostare l’ago della bilancia dalla censura alla contestualizzazione, seguendo modelli simili alle note comunitarie di X, dove alle affermazioni controverse vengono affiancate spiegazioni e link di approfondimento. Nel caso del video di Barbero, invece, è stata scelta l’opzione più punitiva – “Falso” – al posto di formule intermedie come “Privo di contesto” o “Parzialmente impreciso”.
La dimensione politica è evidente: un docente molto seguito dai giovani, capace di rendere comprensibile la complessità istituzionale, viene percepito come un concorrente diretto alla credibilità della classe dirigente. Da qui la sensazione, in una fase pre-elettorale, di un dibattito impoverito e sorvegliato, mentre la partecipazione potenziale – soprattutto dei più giovani, già attivi su temi come Gaza – resta un fattore che il potere teme.
Se il confronto pubblico viene filtrato soprattutto dagli algoritmi, il rischio è che le urne arrivino dopo mesi di opinioni selezionate più dalle piattaforme che dagli elettori.
FAQ
D: Chi è Alessandro Barbero e perché il suo video è finito nel mirino?
R: È uno storico e divulgatore italiano, il cui appello contro la riforma della giustizia è stato etichettato come “Falso” da Meta per un’imprecisione tecnica sul ruolo del Governo e del Parlamento nel Csm.
D: Qual è l’errore contestato dai fact-checker?
R: Nel video si attribuisce al Governo la scelta di membri del Csm, mentre formalmente è il Parlamento a votare gli elenchi da cui si attinge, pur restando intatto il ragionamento sul rischio di condizionamento politico.
D: Perché la decisione di Meta è considerata problematica?
R: Perché un refuso tecnico porta a classificare come “falso” un discorso principalmente argomentativo e storico-politico, con un impatto restrittivo sulla circolazione del contenuto.
D: I politici sono sottoposti allo stesso fact-checking?
R: No, le piattaforme applicano standard diversi: il discorso dei rappresentanti eletti è spesso considerato “notiziabile” e resta online anche quando è controverso o impreciso.
D: Che ruolo ha avuto il Fatto Quotidiano nella vicenda?
R: L’analisi dettagliata del caso è stata ricostruita da Virginia Della Sala su il Fatto Quotidiano, che rappresenta la fonte giornalistica originale della notizia e del contesto.
D: Perché si parla di privilegio dei politici sui social?
R: Perché godono di una protezione implicita: i loro contenuti vengono raramente oscurati, in nome dell’interesse pubblico, mentre cittadini e intellettuali rischiano etichette penalizzanti.
D: Cosa cambia con il Digital Services Act?
R: Il DSA impone più trasparenza su algoritmi, moderazione e fact-checking, chiedendo alle piattaforme di spiegare meglio come gestiscono i contenuti virali e politici.
D: Qual è l’effetto di queste dinamiche sul dibattito democratico?
R: Il rischio è un confronto pubblico distorto, in cui la voce di chi non è al potere viene filtrata e ridotta proprio mentre gli elettori dovrebbero informarsi in modo pluralista.




