Mattarella scuote l’Italia: il sogno tradito dell’astensione e la sfida per riaccendere le urne
L’erosione della partecipazione e il sogno presidenziale
Sergio Mattarella ha chiuso il suo messaggio agli italiani con un richiamo netto: nessun ostacolo è più forte della democrazia. Un’affermazione che, oggi, suona insieme necessaria e in controtendenza, se confrontata con un Paese in cui la partecipazione civica si assottiglia e il voto perde centralità. Il quadro globale — economia, ambiente, clima, innovazione tecnologica, pandemie, reti del terrorismo — ha reso tutto più interdipendente e instabile, ma la fragilità principale si consuma dentro i confini della rappresentanza, dove il distacco tra cittadini e istituzioni si traduce in un’erosione costante della partecipazione elettorale.
Indice dei Contenuti:
▷ Lo sai che da oggi puoi MONETIZZARE FACILMENTE I TUOI ASSET TOKENIZZANDOLI SUBITO? Contatto per approfondire: CLICCA QUI
Il percorso tracciato da “Schede Bianche – Perché gli italiani votano sempre meno”, firmato da Paolo Natale, Luciano Fasano e Roberto Biorcio, illumina la traiettoria di lungo periodo: dall’Italia altamente politicizzata del secondo Novecento, quando il non-voto era residuale e socialmente circoscritto, a un presente in cui l’astensione si è trasformata in sintomo diffuso di un malessere più profondo. Nella “Repubblica giovane” il voto era percepito come leva di miglioramento materiale e simbolico; chi non vedeva in quel gesto un’utilità concreta rappresentava circa il 10% della popolazione. Il dato, oggi, fa da contrappunto impietoso al declino della partecipazione, mettendo in evidenza quanto si sia sfilacciato il legame tra aspettative collettive e processo democratico.
La memoria del periodo in cui l’Italia era probabilmente il paese occidentale più politicizzato — con appartenenze forti, conflitto regolato e risultati tangibili in termini di diritti e doveri resi “fatti” — si riflette nelle parole del Presidente della Repubblica. L’identità di parte alimentava l’appartenenza al tutto: la società come spazio condiviso e il voto come pratica necessaria. La frattura si apre con il crollo del sistema partitico della Prima Repubblica, la stagione di Tangentopoli e l’avvio di una lunga transizione irrisolta. Da allora, la promessa della democrazia come strumento efficace di cambiamento ha perso credibilità agli occhi di ampie fasce di elettorato, trasformando la partecipazione in comportamento intermittente e sempre meno motivato.
Il segnale d’allarme non è soltanto statistico. Al calo dell’affluenza si accompagna una sfiducia strutturale che tocca la capacità delle istituzioni di definire priorità, prendere decisioni e mantenerle nel tempo. L’idea che la democrazia sia “più forte degli avversari”, richiamata da Mattarella, resta un principio cardine, ma oggi necessita di essere corroborata da risultati visibili e continuità di azione. Senza una percezione concreta di efficacia, il meccanismo della rappresentanza si inceppa e la ritualità del voto perde significato, aprendo spazio a disincanto e rinuncia.
Il nodo, dunque, non è solo l’astensione in sé ma ciò che rappresenta: la crisi del nesso tra cittadino e decisione pubblica. L’erosione della partecipazione è una cartina di tornasole della tenuta democratica. Per invertire la rotta occorre ricostruire fiducia, garantire coerenza tra impegni e politiche, rafforzare i canali di coinvolgimento e rendere trasparente la filiera delle scelte. Solo così il “sogno” presidenziale — una democrazia capace di reggere urti interni ed esterni — può tornare a parlare al presente e non solo alla memoria di un passato in cui partecipare era, prima di tutto, credere che servisse.
Dalle alternative miracolose all’apatia democratica
Dopo il collasso del sistema della Prima Repubblica, la scena politica italiana è stata attraversata da ondate di rinnovamento che hanno intercettato il malcontento promettendo rotture radicali. Il leghismo, il berlusconismo e il Movimento 5 Stelle — pur diversi per radici, linguaggi e leadership — hanno avuto un tratto comune: canalizzare la protesta, trasformando l’energia anti-establishment in consenso elettorale. Paradossalmente, questa “antipolitica” ha funzionato da diga all’astensione, riportando alle urne segmenti di elettorato sfiduciati grazie alla promessa di un cambiamento rapido e riconoscibile.
Le narrazioni fondative sono note. Contro la presunta inefficienza, l’idea dell’Uomo del Fare; contro la corruzione, la rivendicazione della purezza morale; contro la distanza delle élite, la retorica dell’uno vale uno. Questi dispositivi hanno offerto un orizzonte di aspettative immediato e misurabile, proponendo soluzioni nette a problemi complessi. Ma il ciclo delle “alternative miracolose” si è rivelato finito: alla prova del governo, le rotture si sono spesso tradotte in normalizzazione, con il ritorno a pratiche di gestione ordinaria e compromessi non comunicati. L’esito è stato duplice: prima la mobilitazione, poi l’erosione della fiducia.
Il passaggio dalla rabbia all’apatia descrive il salto di fase. Se in una prima stagione la promessa di discontinuità ha generato partecipazione, la mancata traduzione di quelle promesse in riforme percepite ha alimentato una rassegnazione fredda. L’astensione, da atto di protesta, diventa comportamento stabilizzato. La democrazia appare meno efficace non solo per i risultati mancati, ma per la distanza tra parole d’ordine e attuazione. Quando le aspettative vengono deluse a ripetizione, il circuito rappresentativo perde credibilità e l’elettore si sposta dal voto intermittente alla rinuncia sistematica.
In questo quadro, la continuità delle politiche e la coerenza temporale delle decisioni sono variabili decisive. Il pendolo tra promesse massimaliste in opposizione e gestione ordinaria in governo alimenta un cortocircuito comunicativo che svuota il senso del mandato elettorale. La lunga stagione di governi di transizione e parentesi tecniche ha accentuato l’idea di una democrazia che decide poco e lentamente, rendendo fragili i legami tra risultato pubblico e responsabilità politica. La conseguenza è un clima emotivo meno polarizzato e più opaco: meno conflitto mobilitante, più disincanto cumulativo.
Il confronto con il passato evidenzia quanto lo sfilacciamento delle appartenenze abbia ridotto le infrastrutture sociali della partecipazione. L’Italia, da paese tra i più coinvolti politicamente, è scivolata verso livelli di fiducia e pratica democratica inferiori alla media storica nazionale. Il dato comparativo, rilevato anche da “Schede Bianche”, è rivelatore: la politicizzazione non è scomparsa, ma si è frammentata e spesso trasferita su canali informali, privi di sbocco istituzionale. Senza un perimetro di efficacia riconosciuto, la domanda di cambiamento si spegne o si ritrae nello spazio privato.
La lezione è chiara: strategie fondate su shock narrativi e leadership salvifiche non sostituiscono la necessità di procedure stabili, accountability e risultati verificabili. L’apatia non deriva da un eccesso di conflitto, ma dall’assenza di esiti tangibili. Ricostruire una grammatica della responsabilità — obiettivi misurabili, tempi certi, valutazione pubblica delle politiche — è la condizione minima per riattivare la fiducia. Senza questa architettura, ogni nuova promessa di “diversità” rischia di alimentare il ciclo che porta dal picco di attese alla successiva disaffezione.
Riconnettere giovani e istituzioni per invertire l’astensionismo
La frattura più profonda corre tra le nuove generazioni e l’architettura della rappresentanza. I giovani percepiscono un sistema lento, poco trasparente e distante dai loro orizzonti materiali: transizione ecologica, qualità del lavoro, formazione continua, accesso alla casa, mobilità sociale. L’astensione, in questa fascia, è spesso esito di un calcolo: se il voto non incide su traiettorie concrete di vita, la partecipazione perde senso. Per ricomporre il rapporto, occorre passare dalla retorica dell’ascolto alla costruzione di canali stabili di influenza, capaci di trasformare domande sociali in politiche verificabili.
La prima leva è la responsabilizzazione istituzionale su obiettivi chiari e misurabili. Piani pluriennali con traguardi intermedi — su occupazione giovanile, diritto allo studio, edilizia universitaria, incentivi a innovazione e start-up, welfare per lavoratori discontinui — devono essere accompagnati da report pubblici periodici, consultabili e comparabili nel tempo. La filiera decisionale va resa leggibile: chi decide, entro quando, con quali risorse, su quali indicatori sarà valutato. La trasparenza, senza sanzione reputazionale e istituzionale per gli inadempimenti, non produce fiducia.
La seconda leva è l’apertura di spazi deliberativi con effetti vincolanti. Consultazioni digitali strutturate, assemblee civiche estratte a campione e conferenze tematiche territoriali possono essere integrate nei processi di policy con quote minime di proposte da calendarizzare in aula. La partecipazione episodica, non collegata a esiti, alimenta frustrazione; al contrario, percorsi che assicurano un perimetro d’impatto prevedibile accrescono l’utilità percepita del coinvolgimento. La componente digitale è un vantaggio se garantisce identità certa, tracciabilità e restituzione puntuale dei risultati.
La terza leva riguarda l’educazione civica come competenza di cittadinanza attiva. Rafforzare curricoli che intrecciano diritto, economia pubblica e alfabetizzazione ai dati, con laboratori su bilanci partecipativi e simulazioni legislative, restituisce alla democrazia la dimensione di strumento e non solo di rito. Le scuole, le università e i centri di formazione possono diventare hub di progettazione civica, collegando studenti, amministrazioni e terzo settore su micro-interventi misurabili in quartieri e comuni. La partecipazione pratica, ancorata a esiti visibili, è un moltiplicatore di fiducia più efficace di campagne simboliche.
La quarta leva è l’accessibilità dei processi. Semplificare la burocrazia della partecipazione — registri unici online per petizioni, iniziative popolari e richieste di audizione, moduli standard interoperabili, tempi certi di risposta — riduce i costi di ingresso. La dimensione linguistica è parte dell’accessibilità: testi normativi riscritti in linguaggio chiaro, note esplicative sugli effetti delle proposte e comparatori di impatto consentono ai cittadini di orientarsi e valutare. Comunicazione istituzionale e informazione civica devono convergere su standard verificabili, separando narrazione politica e rendicontazione.
La quinta leva è la rappresentanza. Liste più aperte, selezione competitiva dei candidati, limiti ai mandati, regole sulla trasparenza dei curricula e sulle incompatibilità restituiscono credibilità al circuito elettivo. Meccanismi di valutazione pubblica dei rappresentanti — con indicatori su presenze, proposte, emendamenti approvati, attività in commissione, coerenza voto-programma — favoriscono un rapporto meritocratico con l’elettorato. La responsabilità individuale, esposta a controllo diffuso, riduce la distanza tra promessa e azione.
Il nodo cruciale resta l’efficacia. La riconnessione passa da pochi interventi prioritari con impatto rapido e misurabile: tempi certi per concorsi e assunzioni nella Pubblica Amministrazione, sportelli unici digitali per giovani professionisti e imprese, incentivi strutturali all’apprendistato di qualità, alloggi a canone calmierato legati al merito e al reddito, credito d’imposta per formazione tecnologica e green skills. Ogni misura va accompagnata da indicatori di esito, target annuali e valutazioni indipendenti. Senza risultati visibili in tempi ragionevoli, la spirale dell’apatia si consolida.
L’orizzonte evocato da Sergio Mattarella richiede un cambio di metodo: meno annunci, più continuità; meno eventi, più processi; meno eccezioni, più istituzioni. Ricostruire il ponte tra i cittadini più giovani e la sfera pubblica significa riconsegnare al voto la funzione di leva su decisioni comprensibili e verificabili. La democrazia torna “più forte” quando è prevedibile nelle procedure, esigente nella valutazione e coerente nell’attuazione. Il resto è rumore che allontana dai seggi e svuota il senso della partecipazione.
FAQ
- Perché l’astensionismo è cresciuto in Italia?
L’aumento deriva dalla perdita di fiducia nell’efficacia delle istituzioni, dal divario tra promesse e risultati e dallo sfaldamento delle appartenenze politiche tradizionali. - Che ruolo hanno avuto le “alternative miracolose”?
Hanno temporaneamente riportato al voto elettori sfiduciati, ma la mancata traduzione delle rotture annunciate in riforme percepite ha poi accelerato la disaffezione. - Come si può riconnettere i giovani alle istituzioni?
Creando canali deliberativi con effetti vincolanti, obiettivi misurabili, rendicontazione pubblica e politiche mirate su lavoro, formazione, casa e innovazione. - Quali strumenti migliorano la trasparenza decisionale?
Report periodici sui risultati, indicatori di impatto, tracciabilità delle responsabilità, testi in linguaggio chiaro e piattaforme uniche per la partecipazione. - La partecipazione digitale è sufficiente?
No, è efficace solo se integrata con identità certa, regole di valutazione e collegamento diretto agli iter legislativi e amministrativi. - Quali interventi hanno impatto rapido contro l’apatia?
Tempi certi nei concorsi pubblici, sportelli digitali per giovani e imprese, apprendistato di qualità, alloggi a canone calmierato e incentivi alla formazione tecnologica e green.




