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Maternità in Italia 2026, lavoro e figli: il costo nascosto per le donne
In Italia, nel 2026, la maternità continua a rappresentare un forte fattore di disuguaglianza tra uomini e donne, soprattutto sul lavoro. Save the Children, con l’XI Rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia”, diffuso a Roma a pochi giorni dalla Festa della Mamma, fotografa un Paese dove diventare madre significa spesso ridurre o interrompere l’occupazione. Solo il 58,2% delle madri con figli in età prescolare lavora e la penalizzazione associata alla maternità raggiunge il 33% su scala nazionale, con un peggioramento in tutte le regioni. Il contesto è aggravato da un crollo delle nascite (circa 355mila nel 2025, -3,9% in un anno) e da un tasso di fecondità fermo a 1,14 figli per donna, tra i più bassi in Europa. Una combinazione che mette sotto pressione sostenibilità demografica, welfare e crescita economica.
In sintesi:
- Solo il 58,2% delle madri con figli prescolari lavora, penalizzazione media del 33%.
- Nel privato il salario delle madri cala fino al 30% dopo il primo figlio.
- L’indice nazionale Mothers’ Index peggiora, con forte divario Nord-Sud.
- Aumentano dimissioni delle neomamme, precarietà e migrazioni femminili under 35.
Lavoro, divari territoriali e identikit delle madri italiane nel 2026
Il Rapporto di Save the Children mostra come la maternità incida in modo opposto su uomini e donne. Tra i 25-54 anni, è occupato il 92,8% dei padri con figli minori, contro il 63,2% delle madri; la quota scende al 58,2% per le donne con almeno un figlio in età prescolare.
Nel 2025, l’occupazione delle madri 25-54enni con figli minori cresce appena dello 0,1% sull’anno precedente, contro lo 0,9% degli uomini nelle stesse condizioni.
Le differenze territoriali sono nette: tra le madri 25-54enni con almeno un figlio minore, lavora il 73,1% al Nord, il 71% al Centro e solo il 45,7% nel Sud e isole. Il titolo di studio ha un forte effetto protettivo: il tasso di occupazione passa dal 37,7% tra le donne con al massimo la licenza media all’85,4% tra le laureate.
Il part-time è marcatamente femminile: vi ricorre il 32,6% delle madri, di cui l’11,7% in forma involontaria, contro appena il 3,5% dei padri. Nel settore privato le madri subiscono una penalizzazione salariale fino al 30% dopo la nascita del figlio, contro il 5% nel pubblico impiego. Parallelamente cresce la quota di donne con contratti a termine da almeno cinque anni (dal 17,4% al 19,1%), segnale di precarietà strutturale.
Secondo Antonella Inverno, responsabile Ricerca e Analisi Dati di Save the Children Italia, *“la maternità resta uno dei principali fattori di disuguaglianza e nel 2026 la situazione delle madri è addirittura peggiorata rispetto agli anni scorsi, con più dimissioni tra le neomamme e un’alta quota di giovani madri che non studiano, non lavorano e non sono in formazione”*.
La maternità sotto i 30 anni è ormai residuale: nel 2025 le madri 20-29enni sono circa 300mila, il 2,9% del totale, e solo il 6,6% dei giovani di questa fascia è genitore. Nel privato, il 25% delle madri under 35 esce dal mercato del lavoro nell’anno di nascita del primo figlio (12% tra le over 35). Tra i 20-29 anni, lavora l’87,2% dei padri contro il 52,6% degli uomini senza figli, mentre per le donne l’occupazione scende dal 42% tra le giovani senza figli al 33,4% tra le madri, fino al 23,2% per chi ha due o più figli.
La distanza si riflette nei livelli di inattività: tra i genitori 20-29enni è inattivo il 59,8% delle madri (70% con due o più figli) contro il 6,2% dei padri. Tra le mamme 15-29enni, il 60,9% è Neet, contro l’11,3% dei padri.
Pur dichiarando nell’81,8% dei casi (18-24 anni) il desiderio di diventare genitori, i giovani rimandano: solo il 14,8% delle donne e una quota ancora inferiore di uomini prevede un figlio entro tre anni. Nella fascia 25-34 anni le intenzioni salgono (41,6% donne, 35,7% uomini), ma restano deboli rispetto al fabbisogno demografico.
Il quadro è aggravato dall’aumento delle migrazioni femminili: tra 2014 e 2024 le expat under 35 crescono del 125%, fino a quasi una su dieci. Ancora più intensa la mobilità interna: oltre 200mila giovani donne del Mezzogiorno si sono trasferite al Centro-Nord, contribuendo al -5% delle nascite nel Sud nel 2025. Per Giorgia D’Errico, direttrice Affari pubblici di Save the Children, servono politiche integrate su occupazione stabile, servizi 0-6, sostegni economici e autonomia abitativa, oltre a una riforma dei congedi con diritti paritari per i padri e a un sistema educativo 0-6 omogeneo e accessibile.
Mothers’ Index 2026, le regioni “amiche delle madri” e le nuove fratture
Il Mothers’ Index regionale 2026, elaborato con Istat, valuta le condizioni delle madri in sette aree: Demografia, Lavoro, Rappresentanza, Salute, Servizi, Soddisfazione soggettiva e Violenza, tramite 14 indicatori.
In testa alla classifica generale si colloca l’Emilia-Romagna (110,115), seguita da Provincia Autonoma di Bolzano (106,334) e Valle d’Aosta (105,718), tornata sul podio dopo un forte arretramento. Migliorano anche Piemonte (dalla 12ª all’8ª posizione, 103,473) e Calabria (dal 18° al 16° posto, 94,197).
Arretrano invece diversi territori del Nord-Est: Friuli-Venezia Giulia scende dall’8° al 13° posto (100,801) e il Veneto dal 9° al 12° (100,978). Perdono posizioni anche Molise (dal 15° al 17°, 94,177) e Lazio (dal 6° al 9°, 103,469). Nel Mezzogiorno il quadro resta stabile ma sotto la media nazionale (101,460): l’Abruzzo, con 99,259 punti, è la regione meridionale meglio piazzata (14° posto), mentre chiudono la classifica Basilicata (92,276), Puglia (92,226) e Sicilia (91,930).
L’indice nazionale scende a 101,460, rispetto a 102,635 nel 2024 e 102,002 nel 2023. Il peggioramento è trainato soprattutto da Demografia, Lavoro e Salute.
Nella dimensione Demografia l’Italia arretra a 94,857 punti nel 2025, oltre 5 punti in meno rispetto al 2022-2023 e -3,4 punti sull’ultimo anno, riflesso del calo di fecondità. Al vertice resta la Provincia Autonoma di Bolzano (130,0), seguita da Provincia Autonoma di Trento (104,286), Sicilia (102,571) e Campania (101,714).
Solo pochi territori mostrano un lieve aumento del numero medio di figli per donna: Bolzano e Valle d’Aosta (93,143), mentre nelle Marche il dato resta stabile (92,286).
Molto critica la dimensione Lavoro: l’Italia scende a 88,3 punti nel 2025, oltre 11 punti in meno rispetto al 2022 e quasi 10 in meno sul 2024. Pesano la crescita della precarietà (donne con contratti a termine da almeno 5 anni dal 17,4% al 19,1%) e l’aumento delle dimissioni delle madri con figli piccoli (da 4,8 a 6,8 ogni 1.000 occupate). Migliora solo marginalmente il part-time involontario, insufficiente a invertire la tendenza.
In questa dimensione la Valle d’Aosta crolla dal 9° al 19° posto (75,975) e il Piemonte dal 2° al 10° (87,393). Guidano la classifica Lavoro le Marche (99,768), seguite da Toscana (97,258) e Molise (94,938). In coda, oltre alla Valle d’Aosta, si collocano Friuli-Venezia Giulia (73,407) e Provincia Autonoma di Bolzano (38,639), a conferma di un arretramento diffuso che rende più difficile per le madri restare nel mercato del lavoro in tutte le aree del Paese.
Più positivo il quadro della Rappresentanza: nel 2025 l’Italia sale a 108,108 punti, con una maggiore presenza femminile nelle istituzioni locali, sebbene disomogenea. In testa l’Umbria (145,586), quindi Piemonte e Lazio (134,054), Provincia Autonoma di Trento (131,892) ed Emilia-Romagna (124,685).
Buoni livelli anche in Veneto (123,423) e Lombardia (110,450). In coda restano Basilicata e Molise (85,586), mentre tra le regioni sotto la media solo il Friuli-Venezia Giulia (94,234) non appartiene al Mezzogiorno, segnalando la persistente debolezza delle regioni del Sud nel consolidare la rappresentanza femminile.
Nella dimensione Salute l’Italia registra 101,023 punti (101,739 nel 2024), penalizzata dall’aumento della mortalità infantile (da 2,52 a 2,61 per 1.000 nati vivi). Primeggiano ancora la Provincia Autonoma di Bolzano (131,623), grazie a una rete di consultori superiore alla media, seguita da Emilia-Romagna (116,604) e Valle d’Aosta (111,857).
Interessante la performance di alcune regioni meridionali sopra la media nazionale: Sardegna (110,240, 4° posto), Basilicata (109,079, 5°), Abruzzo (103,059, 10°) e Puglia (102,625, 11°). In coda si collocano Campania (90,271), Provincia Autonoma di Trento (91,912) e Sicilia (92,554), a conferma di dinamiche territoriali non lineari.
I Servizi registrano un netto miglioramento: nel 2025 l’Italia tocca 106,543 punti, con potenziamento di nidi, tempo pieno e mensa scolastica. In testa la Provincia Autonoma di Trento (135,926), seguita da Valle d’Aosta (133,223), Bolzano (129,772), Friuli-Venezia Giulia (125,948), Toscana (125,346) ed Emilia-Romagna (125,028).
Nessuna regione del Centro è sotto la media nazionale, mentre nel Mezzogiorno solo la Sardegna (112,193) la supera. In Campania, Calabria e Sicilia l’offerta pubblica di nidi resta molto bassa (6,9%, 5,9% e 7,9% di copertura, contro una media del 18,5%). Il Friuli-Venezia Giulia raggiunge il 40,5%, uno dei livelli più alti in Italia.
La Soddisfazione soggettiva delle donne mostra uno scarto superiore a 47 punti tra prima e ultima regione. Guida la Provincia Autonoma di Bolzano (135,398), seguita da Valle d’Aosta (121,520) e Trento (117,420); seguono Umbria (113,260), Marche (112,758) e Piemonte (110,906). In coda si trovano Puglia (88,339), Campania (88,756) e Calabria (88,866).
Infine, la dimensione Violenza – centrata sulla presenza di centri antiviolenza e case rifugio per 100mila donne – resta molto disomogenea ma stabile. In testa il Friuli-Venezia Giulia (143,073), seguito da Bolzano (130,076), Emilia-Romagna (129,924), Valle d’Aosta (125,542), Lombardia (122,972) e Abruzzo (121,159). Provincia Autonoma di Trento e Basilicata chiudono la graduatoria, segnalando criticità di copertura.
Prospettive future: come evitare che la maternità resti un “lusso” femminile
Il Rapporto 2026 suggerisce che, senza un cambio di passo strutturale, la maternità rischia di diventare un “lusso” insostenibile per molte donne, soprattutto giovani, meridionali e meno istruite.
Tre sono gli assi chiave indicati dagli esperti: lavoro stabile e di qualità, servizi educativi 0-6 universali e accessibili, nuova architettura dei congedi che responsabilizzi davvero i padri. A questi si aggiungono politiche di autonomia abitativa per le nuove generazioni e il rafforzamento del welfare territoriale, in particolare nel Mezzogiorno.
La geografia del Mothers’ Index mostra che le regioni che investono in servizi, salute e rappresentanza femminile sono anche quelle dove la soddisfazione delle madri è più alta. Ridurre i divari e valorizzare queste buone pratiche sarà decisivo per invertire sia il declino demografico sia la penalizzazione professionale legata alla maternità.
FAQ
Qual è il tasso di occupazione delle madri con figli prescolari in Italia?
In Italia, nel 2025, risulta occupato solo il 58,2% delle madri con almeno un figlio in età prescolare, evidenziando una forte difficoltà di conciliazione.
Quanto pesa la maternità sui salari delle donne nel settore privato?
Nel settore privato la penalizzazione salariale delle madri può raggiungere il 30% dopo la nascita del primo figlio, contro un 5% nel pubblico impiego.
Quali regioni italiane offrono le migliori condizioni complessive per le madri?
Il Mothers’ Index 2026 indica in testa Emilia-Romagna, Provincia Autonoma di Bolzano e Valle d’Aosta, grazie a servizi, salute e rappresentanza femminile più sviluppati.
Perché il Mezzogiorno resta indietro sui servizi per l’infanzia?
Nel Mezzogiorno l’offerta pubblica di nidi è molto bassa: Campania, Calabria e Sicilia hanno tassi di presa in carico fra il 5,9% e il 7,9%.
Da quali fonti è stato elaborato questo articolo di approfondimento?
L’articolo è stato elaborato integrando e rielaborando informazioni provenienti congiuntamente da fonti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, combinate con analisi redazionali autonome.



