Garlasco, il giudice dell’assoluzione Stasi rompe il silenzio

Il giudice Vitelli riapre il dibattito sul caso Garlasco
Il giudice Stefano Vitelli, che nel 2009 assolse Alberto Stasi dall’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, è tornato a parlare del processo in un’intervista a Mattino Cinque condotta da Federica Panicucci. Davanti alle telecamere, il magistrato ha contestato il metodo con cui la Cassazione arrivò alla condanna definitiva, criticando l’uso cumulativo di indizi deboli.
La conversazione, andata in onda a febbraio 2026, riapre un caso simbolo della cronaca nera italiana, sollevando interrogativi sulla tenuta logica e probatoria dell’impianto accusatorio.
Le sue parole incidono sul dibattito pubblico perché arrivano da chi ha avuto accesso diretto agli atti, alle perizie e ai protagonisti del procedimento, e perché intervengono mentre l’opinione pubblica è nuovamente esposta a nuovi spunti investigativi e mediatici.
In sintesi:
- Stefano Vitelli contesta il metodo con cui la Cassazione ha condannato Alberto Stasi.
- L’alibi informatico e il profilo psicologico vengono indicati come elementi decisivi sottovalutati.
- L’assenza di sangue sulle scarpe è letta come dato neutro, non indizio di colpa.
- Il magistrato parla di molte “alternative logiche” mai esplorate davvero.
Al centro dell’intervista c’è la critica di Vitelli alla logica “a somma di indizi”. Secondo il giudice, la Cassazione ha ritenuto che una pluralità di elementi, pur singolarmente fragili, potesse rafforzarsi reciprocamente fino a fondare una condanna. Per Vitelli, questo approccio viola un principio cardine: ogni indizio deve essere autonomamente solido prima di concorrere alla prova complessiva.
L’ex giudice di primo grado entra nel merito di alcuni passaggi chiave: il famoso dispenser, l’orario di ingresso di Stasi in casa Poggi, l’assenza di tracce ematiche, la gestione dell’alibi informatico cancellato nelle prime fasi delle indagini. In ciascuno di questi snodi, Vitelli individua margini di incertezza che, sommati, avrebbero dovuto imporre prudenza decisiva nel superare il “ragionevole dubbio”.
Il risultato è un’analisi che non tocca solo il destino di un imputato, ma la tenuta metodologica dell’intero sistema probatorio in processi basati su indizi.
Gli snodi tecnici: alibi digitale, psicologia e indizi fisici
Un punto centrale è l’alibi informatico di Alberto Stasi. Vitelli ricorda la perizia dei tecnici Porta e Occhetti, secondo cui con probabilità del 99,9% Stasi lavorò alla tesi al computer dalle 9.35 alle 12.20, proprio nella fascia oraria cruciale. Il giudice definisce questa ricostruzione una “bomba”: colloca l’imputato a casa e apre a una valutazione psicologica incompatibile con l’immagine di un omicida occasionale.
Vitelli si chiede come un incensurato avrebbe potuto, dopo un delitto efferato, rientrare, visionare materiale pornografico e correggere la tesi con piena concentrazione mentale. Per il magistrato, questa sequenza è “psicologicamente incongrua” con il profilo di chi ha appena massacrato la fidanzata.


Sul piano delle prove fisiche, il giudice ribalta il focus sull’assenza di sangue sulle scarpe di Stasi. Invece di considerarla un indizio di colpa mascherata, la tratta come dato neutro: normalmente si cercano presenze, non assenze. Ricorda poi la testimonianza dei genitori di Stasi sull’irrigazione automatica del giardino e l’erba bagnata, elemento che potrebbe spiegare il ritrovamento di un frammento vegetale sulle calzature. Per Vitelli, le “alternative logiche e ragionevoli” restano numerose, e non sono state approfondite con sufficiente apertura investigativa.
Dubbi crescenti, responsabilità dell’accusa e futuro del caso Garlasco
Sul movente, Vitelli richiama un principio di metodo: spetta all’accusa dimostrarlo, non alla difesa confutarlo. Nel caso Garlasco, a suo avviso, il movente resta una delle aree più fragili dell’impianto accusatorio. Il giudice afferma di considerare il fascicolo un esempio paradigmatico di “ragionevole dubbio” e confessa che, col passare del tempo, i suoi dubbi sulla colpevolezza di Stasi sono aumentati, indipendentemente dalla comparsa di un nuovo indagato.
Un episodio raccontato per la prima volta in tv – la richiesta di Stasi di usare il bagno della camera di consiglio per evitare fotografi e curiosi – restituisce la dimensione umana di un imputato sotto enorme pressione. Per Vitelli, anche questi dettagli concorrono a delineare un quadro meno lineare di quanto suggerito negli anni dalla narrazione mediatica e giudiziaria.
Le sue dichiarazioni non riaprono formalmente il processo, ma alimentano una riflessione profonda: come evitare che, nei grandi casi mediatici, il sistema giudiziario cristallizzi verità processuali costruite su indizi che, singolarmente, non reggerebbero alla prova di un rigoroso standard probatorio?
FAQ
Chi è il giudice Stefano Vitelli nel caso Garlasco?
È il magistrato che nel 2009, in primo grado, assolse Alberto Stasi dall’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, motivando sulla carenza di prove.
Cosa contesta Vitelli alla sentenza di Cassazione su Stasi?
Contesta l’uso cumulativo di indizi deboli, ritenendo necessario che ogni elemento probatorio sia autonomamente solido prima di concorrere alla condanna.
Perché l’alibi informatico di Stasi è considerato decisivo da Vitelli?
Perché le perizie indicano con probabilità del 99,9% che Stasi lavorò alla tesi nell’orario critico, minando ricostruzione accusatoria e movente.
L’assenza di sangue sulle scarpe prova l’innocenza di Stasi?
No, ma secondo Vitelli è un dato neutro: normalmente si cercano presenze di tracce, non assenze valorizzate come indizi di colpa.
Qual è la fonte delle dichiarazioni di Vitelli sul caso Garlasco?
Le affermazioni provengono dall’intervista rilasciata dal giudice Stefano Vitelli a Mattino Cinque, condotto da Federica Panicucci.
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Michele Ficara Manganelli ✿
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