Garlasco, Bruzzone svela il retroscena nascosto dietro la camminata di Stasi

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Nuove ombre sul racconto mediatico
Il cosiddetto caso Garlasco torna al centro del dibattito con le dichiarazioni della criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone, ospite del podcast Burnout di Selvaggia Lucarelli. Secondo l’esperta, attorno all’omicidio di Chiara Poggi si sarebbe costruita una vera e propria strategia di disinformazione, con una “regia molto precisa” e soggetti ben identificabili che alimentano sistematicamente il dubbio sulla colpevolezza di Alberto Stasi. L’obiettivo, sostiene, non sarebbe la ricerca di verità giudiziaria, ma la creazione di un ecosistema narrativo alternativo capace di generare engagement e fidelizzazione del pubblico.
Il fulcro emotivo di questa operazione sarebbe il tema dell’errore giudiziario, presentato come possibilità che un “ragazzo innocente” sia stato condannato ingiustamente. Un elemento comunicativo potentissimo, perché consente a chi segue il caso di identificarsi nella vittima potenziale di un sistema percepito come fallibile e ostile. In questa chiave, la criminologa parla di un meccanismo studiato per creare dipendenza narrativa: si immettono ciclicamente “notizie farlocche” destinate a smentirsi nel giro di poche ore, ma sufficienti a tenere accesa la miccia del sospetto e del complotto.
Il collegamento con la galassia No Vax, evocato con forza da Bruzzone, inserisce il caso in una cornice più ampia di contestazione sistematica delle verità istituzionali e scientifiche. La stessa Lucarelli, la famiglia Poggi e la famiglia Cappa sarebbero diventate, in alcune narrazioni social, “nemici della verità”, bersagli di campagne di delegittimazione funzionali a rafforzare il fronte dei dubbiosi.
Prove scientifiche e lettura criminologica
Sul piano probatorio, Roberta Bruzzone richiama quelli che definisce elementi “granitici” a carico di Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio avvenuto il 13 agosto 2007 a Garlasco. Un nodo centrale è l’assenza di tracce compatibili con il racconto del presunto ritrovamento del corpo di Chiara Poggi. Secondo l’esperta, le azioni dichiarate dall’imputato non trovano riscontro nella scena: il sangue già solidificato sulle scale avrebbe dovuto rompersi sotto il peso di una persona di circa 80 chili, cosa che non sarebbe avvenuta secondo gli accertamenti tecnici.
Ulteriori incongruenze emergono dall’analisi dell’auto di Stasi: i tappetini risultavano privi di tracce ematiche, mentre nelle simulazioni effettuate in condizioni analoghe il sangue è sempre emerso in modo evidente. Sul fronte psicologico, la disposizione del corpo sulla scala viene letta come gesto di undoing, ovvero un allontanamento simbolico dell’atto compiuto per ridurne l’impatto emotivo sull’autore, tipico di omicidi maturati in relazioni affettive ambivalenti, tra amore e rabbia profonda.
La perizia informatica citata da Bruzzone aggiunge un tassello inquietante: il presunto utilizzo prolungato di pornografia al rientro a casa, interpretato non come espressione di eccitazione, ma come “automedicazione” per gestire una tensione psicologica insostenibile. A questo si somma l’esito recente sull’ormai famosa bottiglia di Estathé rinvenuta sulla scena, con DNA riconducibile a Chiara Poggi e Alberto Stasi, dettaglio che l’uomo non avrebbe mai menzionato nelle sue dichiarazioni.
Indagini parallele, vite sospese e linciaggio digitale
La figura di Andrea Sempio, entrato nel fascicolo con la riapertura investigativa, viene valutata dalla criminologa come destinata a non approdare a un dibattimento in Corte d’Assise. A suo avviso, la pista sarebbe “nata morta”: il DNA subungueale ritenuto decisivo non è attribuibile in modo certo, e l’incidente probatorio avrebbe confermato l’impossibilità di collegarlo univocamente al sospettato. Anche la controversa “impronta 33” non reggerebbe a un’analisi terza, mancando minuzie sufficienti, sangue e un chiaro collegamento temporale all’omicidio.
La vita di Sempio viene descritta come un’esistenza sospesa, schiacciata dal peso di un sospetto che non si traduce in condanna ma neppure si dissolve. Nei diari sequestrati non emergerebbero riferimenti a Chiara Poggi, mentre eventuali fragilità nel rapporto con il mondo femminile vengono giudicate dalla criminologa troppo esili per diventare architrave di un’imputazione. Da qui la critica feroce a un certo modo di usare il profilo psicologico come scorciatoia investigativa e narrativa.
Durissimo anche il giudizio sul trattamento riservato mediaticamente a Marco Poggi, fratello di Chiara, indicato come bersaglio di dileggi, accuse infamanti e illazioni su presunti “interessi torbidi” legati alla sorella. La famiglia Poggi avrebbe già attivato azioni penali contro chi ha messo in dubbio, ad esempio, l’autenticità delle foto del Trentino mostrate da Marco, bollando come “spaventosa” l’accusa di alterazione. Sullo sfondo, la frattura tra chi ritiene la condanna di Stasi conclusiva e chi continua ad alimentare l’ipotesi di un clamoroso errore giudiziario, spesso con logiche più affini al complottismo digitale che alla verifica rigorosa delle fonti.
FAQ
D: Chi è la principale voce critica sulla narrazione alternativa del caso?
R: La criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone, intervenuta nel podcast Burnout.
D: Qual è il fulcro della presunta manipolazione mediatica?
R: L’idea emotivamente potente dell’errore giudiziario ai danni di Alberto Stasi, usata per creare dipendenza narrativa.
D: Che ruolo hanno i social nella diffusione di queste teorie?
R: Secondo Bruzzone, amplificano “notizie farlocche” a rapida smentita, ma utili a tenere vivo il complotto.
D: Cosa indica la disposizione del corpo di Chiara secondo la criminologa?
R: Un gesto di undoing, tipico di omicidi in relazioni ambivalenti, per allontanare psicologicamente l’atto dall’autore.
D: Perché la bottiglia di Estathé è considerata rilevante?
R: Perché il DNA ha rivelato tracce di Chiara Poggi e Alberto Stasi, elemento mai citato dall’uomo nelle sue versioni.
D: Qual è la posizione di Bruzzone sul coinvolgimento di Andrea Sempio?
R: Ritiene la pista scientificamente fragile e improbabile un rinvio a giudizio basato solo sul profilo personologico.
D: In che modo viene descritto il trattamento mediatico di Marco Poggi?
R: Come un “massacro” fatto di offese, calunnie e accuse infamanti, oggetto di iniziative legali.
D: Qual è la fonte principale delle dichiarazioni sulla manipolazione del caso?
R: L’intervista di Roberta Bruzzone al podcast Burnout condotto da Selvaggia Lucarelli, citata come fonte originale.




