Cuba verso la rottura con Washington mentre il blocco del petrolio venezuelano fa esplodere la crisi

Indice dei Contenuti:
Cuba è in “stato di guerra”: le minacce Usa preoccupano l’Avana, in crisi senza il petrolio venezuelano
Allerta massima all’Avana
Le autorità di Cuba hanno dichiarato lo “stato di guerra” interno, evocando il rischio di un’aggressione esterna da parte degli Stati Uniti e ordinando una mobilitazione capillare di popolazione e forze armate. Il Consejo de Defensa Nacional ha deliberato un rafforzamento della struttura militare e una riattualizzazione della dottrina della “guerra di tutto il popolo”, in pieno clima di lutto nazionale per la morte di 32 agenti cubani in servizio a Caracas durante un blitz americano del 3 gennaio.
Il presidente Miguel Díaz-Canel promette che non vi sarà “resa né capitolazione”, accusando Washington di portare avanti una strategia di intimidazione e strangolamento economico. Pur ribadendo apertura al dialogo, il governo esige “rispetto reciproco” e il rifiuto di qualunque forma di coercizione. L’inasprimento verbale arriva dopo le minacce del presidente statunitense Donald Trump, che ha ventilato apertamente l’ipotesi di “entrare e distruggere Cuba”.
In risposta, l’Avana prepara una grande “Giornata della difesa”, un ciclo di esercitazioni militari e civili mirate a testare catene di comando, difesa territoriale e resilienza logistica. La retorica richiama l’epoca di Fidel Castro, ma lo scenario geopolitico e le fragilità economiche dell’isola sono profondamente mutati.
Crisi energetica e collasso sociale
La rottura del legame privilegiato con il Venezuela priva l’isola del polmone energetico garantito per due decenni. I circa 35mila barili di petrolio al giorno che Nicolás Maduro assicurava a Cuba coprivano quasi un terzo del fabbisogno nazionale; in passato, nelle fasi di massimo flusso, gli arrivi avevano toccato quota 100mila barili quotidiani. Con Trump che rivendica il controllo del greggio di Caracas e annuncia “zero petrolio e zero denaro verso Cuba”, il sistema produttivo cubano entra in stallo.
Lo stesso Díaz-Canel ammette che l’economia è “parzialmente ferma”: l’89% delle famiglie vive in povertà estrema, mentre blackout fino a 56 ore paralizzano città e campagne. Mancano alimenti di base, medicine e acqua potabile; secondo le autorità sanitarie, il 90% della popolazione è esposto al rischio Chikungunya. Il turismo, principale fonte di valuta estera, crolla di oltre il 21% rispetto al 2024, complice la combinazione di interruzioni elettriche, scarsità di servizi e danni ciclici da uragani e terremoti.
Le pressioni di Washington si scontrano anche con la posizione dell’Assemblea Generale dell’Onu, che nel 2025 ha chiesto a larga maggioranza la fine dell’embargo statunitense, sottolineando gli impatti economici, sociali e umanitari su milioni di cubani. L’Avana accusa apertamente gli Usa di utilizzare la crisi energetica come leva politica.
Fine dell’asse con Caracas
Per quasi trent’anni il modello di sopravvivenza cubano ha poggiato su tre pilastri: turismo, rimesse dall’estero e forniture di greggio venezuelano. L’alleanza con Caracas viene formalizzata nel 2002 con l’Accordo integrale di cooperazione, pensato per cementare i rapporti politici ed economici tra l’Avana e il progetto bolivariano di Hugo Chávez. In cambio del petrolio sovvenzionato, Cuba inviava migliaia di medici nella missione “Barrio Adentro”, oltre a consiglieri politici e militari.
Dopo il golpe fallito contro Chávez, l’intesa si rafforza ulteriormente: secondo fonti militari venezuelane, il leader bolivariano si affida a Fidel Castro per strutturare un sistema di sicurezza parallelo, diffidando di parte dell’establishment in divisa di Caracas. Ne nasce un’architettura di potere interdipendente, in cui Cuba fornisce know-how di intelligence e riceve in cambio energia, crediti e supporto diplomatico regionale.
Il cambio di scenario a Caracas e la caduta di Maduro spezzano questo equilibrio. Medici, tecnici e agenti cubani rientrano in patria, mentre l’isola torna nel mirino strategico di Washington. L’esito resta aperto: un apparato statale addestrato a resistere da decenni alle sanzioni statunitensi tenta ora di riorientare alleanze e rotte commerciali, ma con margini sempre più stretti e un tessuto sociale allo stremo.
FAQ
D: Perché Cuba parla di “stato di guerra”?
R: Perché il governo percepisce le minacce statunitensi e la crisi economica come parte di una strategia di aggressione esterna.
D: Qual è il ruolo di Miguel Díaz-Canel in questa fase?
R: Guida la mobilitazione politico-militare interna e difende la linea di resistenza senza concessioni a Washington.
D: Quanto pesava il petrolio venezuelano sull’economia cubana?
R: Copriva fino al 30% del fabbisogno energetico, con picchi storici di 100mila barili al giorno.
D: Cosa comportano i blackout per i cittadini cubani?
R: Interruzioni fino a 56 ore incidono su sanità, trasporti, catena del freddo alimentare e sicurezza pubblica.
D: Come ha reagito l’Onu all’embargo Usa?
R: L’Assemblea Generale ha votato nel 2025 per chiederne la fine, denunciandone gli effetti sociali e umanitari.
D: Che fine ha fatto la cooperazione medica con il Venezuela?
R: La missione “Barrio Adentro” è stata drasticamente ridimensionata e gran parte del personale cubano è rientrato.
D: Cuba è pronta a negoziare con gli Stati Uniti?
R: Sì, ma solo nel quadro di un dialogo senza minacce, né ricatti economici o militari.
D: Qual è la fonte giornalistica originale di riferimento?
R: Le informazioni derivano da inchieste e ricostruzioni politico-diplomatiche pubblicate da ilfattoquotidiano.it e dai media ufficiali cubani come Granma.




