Cuba alza la soglia di allerta militare dopo le nuove pressioni di Trump che agitano L’Avana

Indice dei Contenuti:
Cuba è in “stato di guerra”: le minacce di Trump preoccupano l’Avana
Allarme a L’Avana
Il governo di Cuba ha approvato nuovi “piani e misure per la transizione allo stato di guerra”, reagendo alle minacce di Donald Trump e all’operazione militare Usa in Venezuela che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. Le autorità di L’Avana evocano una “possibile aggressione esterna” e richiamano alla mobilitazione l’intera popolazione, puntando sul rafforzamento della struttura militare in vista di un eventuale conflitto con un altro Paese. Il messaggio è chiaro: preparazione totale, anche se lo scenario resta ipotetico e non imminente.
Durante il lutto nazionale per i 32 agenti cubani morti a Caracas nel blitz del 3 gennaio, il Consiglio di difesa nazionale ha annunciato il passaggio a una fase straordinaria di allerta. “Non c’è resa né capitolazione possibile”, ha dichiarato il presidente Miguel Díaz-Canel, in uniforme, accusando gli Stati Uniti di aggressione contro il Venezuela e ammonendo che “non ci piace essere minacciati”. Pur mantenendo la porta aperta a un eventuale “dialogo”, il capo dello Stato insiste su “rispetto reciproco” e “assenza di coercizione”.
Nel comunicato ufficiale si parla di migliorare coesione e prontezza di leadership e personale, senza però svelare i dettagli operativi dei piani. La dottrina di riferimento resta quella elaborata negli anni Ottanta sotto Fidel Castro, centrata sulla “guerra di tutto il popolo” e sulla trasformazione del Paese in una fortezza difensiva permanente.
Retorica bellica e Costituzione
Gli analisti notano che l’attuale narrativa non sembra rivolta a convincere Washington, ma a disciplinare la società cubana e a consolidare il controllo interno. La priorità della sicurezza nazionale sorpassa esplicitamente le libertà civili e il dissenso, legittimando misure eccezionali che vincolano i cittadini allo sforzo difensivo in un contesto di minaccia percepita. Il linguaggio adottato dal potere è quello della “patria in pericolo”, con un forte richiamo all’unità attorno al regime.
Le norme costituzionali, tuttavia, indicano che il Paese non è formalmente entrato nello “stato di guerra” pieno. Il Consiglio di Difesa Nazionale ha aggiornato piani di contingenza e scenari militari, ma non è stata proclamata neppure la misura intermedia della “mobilitazione generale”, prevista dalla legge per aumentare gradualmente il livello di prontezza al combattimento. Tale misura può essere decretata dallo stesso presidente della Repubblica, ma finora non è stata attivata.
Secondo numerosi esperti, l’operazione ha dunque un forte contenuto simbolico e propagandistico. L’obiettivo principale sarebbe proiettare forza, alimentare una retorica di accerchiamento esterno e consolidare il blocco interno, in un momento di grave crisi economica e crescente malcontento sociale, più che rispondere a un attacco imminente proveniente dagli Stati Uniti.
Crisi interna e costo economico
Nel frattempo, la situazione socioeconomica di Cuba è allo stremo. Lo stesso Díaz-Canel ha ammesso che l’economia è “parzialmente ferma”: mancano cibo, medicine e acqua potabile, mentre l’89% delle famiglie vive in condizioni di povertà estrema. La vita quotidiana è scandita da code interminabili, razionamenti, blackout prolungati e un sistema sanitario sotto pressione per carenze di forniture e personale. La crisi colpisce in modo particolare i quartieri popolari di L’Avana e delle principali città dell’isola.
La scelta di puntare sulla mobilitazione ideologica comporta un pesante fardello economico. L’inasprimento del discorso militarista sottrae risorse e attenzione alla ricerca di soluzioni politiche, negoziali e di apertura internazionale. L’erosione del potere d’acquisto, l’inflazione e la dollarizzazione parziale dell’economia aggravano il disagio, spingendo sempre più cubani a cercare vie di fuga attraverso l’emigrazione.
A peggiorare il quadro è il calo del turismo, tradizionale motore valutario del Paese: la paura dell’instabilità, le difficoltà di approvvigionamento e le sanzioni scoraggiano arrivi e investimenti. Nel medio periodo, il combinato di propaganda di guerra, isolamento diplomatico e crisi strutturale rischia di indebolire ulteriormente la capacità dello Stato di garantire servizi essenziali e governabilità.
FAQ
D: Cuba è ufficialmente in stato di guerra?
R: No, sono stati aggiornati piani di contingenza militare, ma non è stato proclamato uno stato di guerra formale.
D: Cosa ha detto Donald Trump su Cuba?
R: Donald Trump ha avvertito l’isola di “raggiungere un accordo prima che sia troppo tardi”, indicando Cuba come possibile prossimo obiettivo.
D: Qual è il ruolo del Consiglio di Difesa Nazionale cubano?
R: È l’organo incaricato di organizzare e preparare il Paese alla difesa in tempo di pace e di coordinare la risposta in caso di conflitto.
D: La mobilitazione generale è stata dichiarata?
R: No, la misura di mobilitazione generale prevista dalla Costituzione non è stata attivata dal presidente.
D: Perché il governo cubano usa una retorica bellica?
R: Per rafforzare il controllo interno, legittimare misure eccezionali e proiettare un’immagine di forza verso l’esterno.
D: Qual è la situazione economica attuale a Cuba?
R: L’economia è quasi paralizzata, con gravi carenze di beni essenziali, blackout diffusi e impoverimento di larga parte della popolazione.
D: Che impatto ha la crisi sul turismo?
R: Il turismo è in forte calo per timori di instabilità, difficoltà logistiche e sanzioni, riducendo l’afflusso di valuta estera.
D: Qual è la fonte giornalistica originale citata?
R: Le informazioni sono basate sulla ricostruzione pubblicata dal quotidiano italiano La Repubblica e da altri media ufficiali cubani.




