Clima sconvolto e dissesti certi spiegano perché Niscemi non sarà l’unica

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“Altre Niscemi? Non è un rischio, ma è una certezza”, Mario Tozzi e i rischi di dissesto e cambiamento climatico
Territori fragili e responsabilità umane
La tragedia di Niscemi non è un incidente isolato, ma l’esito prevedibile di un Paese che continua a costruire e impermeabilizzare su terreni instabili. Per il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi, parlare di “fatalità” significa negare decenni di studi sul dissesto idrogeologico italiano, che indicano con chiarezza dove non bisognerebbe edificare.
L’Italia è un laboratorio estremo di rischi naturali: frane, alluvioni, erosione costiera si concentrano in aree densamente abitate, spesso pianificate contro ogni logica geologica. In Sicilia, come in molte regioni appenniniche, la combinazione di suoli argillosi, pendenze accentuate e disboscamento rende i versanti particolarmente vulnerabili alle piogge intense.
Quando strade, case e infrastrutture occupano aree di esondazione o versanti franosi, il confine tra pericolo naturale ed errore umano si assottiglia fino a scomparire. Il rischio reale non è se ci saranno altri disastri come quello di Niscemi, ma quando e con quale intensità si verificheranno, se non cambia radicalmente il modo in cui gestiamo il territorio.
Clima che cambia e piogge estreme
Il contributo del cambiamento climatico è oggi misurabile e documentato: le ondate di piogge in poche ore, che un tempo erano episodiche, diventano più frequenti e violente. Secondo gli studi citati da esperti come Tozzi, l’aumento della temperatura media mediterranea intensifica l’evaporazione e carica l’atmosfera di umidità, pronta a scaricarsi in nubifragi concentrati.
In un contesto simile, infrastrutture, reti di drenaggio e vecchi piani regolatori risultano sottodimensionati. Canali tombati, alvei occupati, colate di cemento in zone un tempo permeabili impediscono all’acqua di infiltrarsi e la costringono a correre in superficie, aumentando la velocità e la forza distruttiva dei flussi. Ogni temporale intenso diventa un test di stress per città e campagne.
Il paradosso italiano è evidente: mentre si discute di transizione ecologica e resilienza, si continuano a tollerare condoni, deroghe e varianti urbanistiche che moltiplicano la vulnerabilità. La scienza del clima e del suolo è chiara, ma fatica a tradursi in scelte politiche cogenti di adattamento e prevenzione strutturale.
Prevenzione possibile e scelte obbligate
Le soluzioni tecniche per ridurre il rischio esistono da anni: delocalizzare edifici in aree a massima pericolosità, rinaturare alvei e zone umide, limitare il consumo di suolo, investire in monitoraggio e manutenzione ordinaria dei versanti. Vengono indicati puntualmente nei piani di bacino, nelle carte di rischio e nei rapporti ISPRA, spesso ignorati nella pratica amministrativa quotidiana.
La posizione di studiosi come Mario Tozzi è netta: senza una moratoria effettiva sulle nuove edificazioni in aree instabili e un piano di adattamento climatico vincolante per Regioni e Comuni, ogni evento estremo sarà solo l’ennesimo episodio di una cronaca annunciata. Non si tratta di “difendersi dalla natura”, ma di smettere di esasperare fragilità note e mappate.
Serve inoltre un salto culturale nella comunicazione del rischio: cittadini informati, dati aperti e facilmente consultabili, allerta meteo comprensibili e collegate a protocolli operativi chiari. Il contributo di divulgatori autorevoli, come Tozzi, diventa decisivo per collegare evidenze scientifiche, scelte urbanistiche e responsabilità politiche, rendendo visibile il legame diretto tra clima che cambia e danni che non sono affatto inevitabili.
FAQ
D: Perché eventi come quelli di Niscemi non possono essere considerati casuali?
R: Perché avvengono in aree già classificate a elevato rischio idrogeologico, dove urbanizzazione e gestione del suolo ignorano da anni le indicazioni scientifiche.
D: Che ruolo ha il cambiamento climatico in questi disastri?
R: Amplifica le piogge intense, aumentando frequenza e violenza degli eventi estremi su territori già fragili e urbanizzati in modo inadeguato.
D: Cosa sottolinea in particolare Mario Tozzi su questi temi?
R: Evidenzia la responsabilità umana nel costruire in aree pericolose e la necessità di politiche di adattamento climatico stringenti e non più rinviabili.
D: Quali interventi strutturali sono considerati prioritari dagli esperti?
R: Delocalizzazione dalle aree più esposte, rinaturalizzazione degli alvei, stop al consumo di suolo e manutenzione continua di versanti e reti di drenaggio.
D: Come può cambiare la pianificazione urbana per ridurre il rischio?
R: Allineando piani regolatori e opere pubbliche alle carte del rischio, vietando nuove edificazioni nelle zone rosse e privilegiando rigenerazione e non espansione.
D: Qual è il ruolo dell’informazione e della divulgazione scientifica?
R: Rendere accessibili i dati sul rischio, spiegare i legami tra clima e dissesto e favorire decisioni politiche basate su evidenze, non su emergenze.
D: Cosa possono fare i cittadini a livello locale?
R: Pretendere trasparenza sui piani di protezione civile, partecipare ai processi decisionali e opporsi a nuove costruzioni in aree esondabili o franose.
D: Qual è la fonte giornalistica originale citata per l’approfondimento su Mario Tozzi?
R: L’analisi si basa su contenuti e dichiarazioni riportati da agenzie di stampa nazionali, tra cui Adnkronos, e successive rielaborazioni giornalistiche specialistiche.




