Cerra ribalta lo scenario geopolitico dopo Davos America partner ridotta a fornitore e l’Italia segue

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‘Non più alleati ma fornitori’: Cerra spiega l’America (e l’Italia) post-Davos
Egemonia USA versione abbonamento
L’ordine occidentale guidato dagli Stati Uniti non è crollato, si è trasformato in un sistema a pagamento. L’ombrello di sicurezza, l’accesso privilegiato al mercato e la stabilità macrofinanziaria non sono più garantiti come bene pubblico, ma negoziati come servizio condizionato a parametri economici e militari. Chi non rispetta le soglie concordate scopre che la penalità non è simbolica: arrivano dazi, esclusioni da programmi strategici, perdita di influenza nei dossier sensibili.
Dietro le provocazioni di Donald Trump a Davos si consolida un realismo transazionale che non distingue più tra alleato storico e concorrente commerciale. La diplomazia dei valori lascia spazio a un listino prezzi, con priorità riviste in base a catene del valore, tecnologie critiche, controllo delle rotte energetiche e digitali. Nei fogli di calcolo del Tesoro USA i surplus europei non sono efficienza, ma squilibri che minacciano la manifattura americana e quindi la sicurezza nazionale.
Anche l’architettura interna del potere cambia: con la “Schedule F” la burocrazia federale perde continuità e diventa più permeabile agli umori politici. Gli accordi tecnici, un tempo blindati dall’amministrazione, oggi vivono in una precarietà permanente, agganciati al ciclo elettorale più che alle strategie di lungo periodo.
Alleati premium e Italia in bilico
Nel nuovo equilibrio atlantico l’Nato resta formalmente intatta, ma l’interpretazione politica dell’articolo 5 è mutata. L’obiettivo del 5% del Pil in spesa militare entro il 2035 crea una gerarchia implicita: chi investe e compra tecnologia americana diventa partner “premium”, gli altri scivolano in una zona grigia di garanzie condizionate. Polonia e Regno Unito offrono un modello: budget difensivi aggressivi e integrazione profonda nelle filiere Usa.
In questo contesto l’accesso al mercato americano non è più un diritto acquisito per Italia e Germania, ma una concessione da rinegoziare costantemente. Ogni surplus commerciale, ogni ritardo sugli impegni Nato, diventa argomento per misure correttive unilaterali da parte di Washington. La credibilità degli accordi, indebolita dalla personalizzazione della diplomazia, obbliga a cercare “ancoraggi” industriali più che politici.
Per il governo di Giorgia Meloni la fedeltà storica non basta più. Non è sufficiente presentarsi come alleato affidabile, occorre diventare fornitore necessario: portare sul tavolo capacità produttive, tecnologie e infrastrutture che rendano costoso per gli Usa rompere il rapporto o alzare barriere tariffarie.
Italia come asset strategico
La leva principale è industriale. Gli Stati Uniti hanno un collo di bottiglia nella cantieristica navale: la US Navy deve inseguire i ritmi cinesi ma non ha spazi produttivi sufficienti. I cantieri italiani possono proporsi come banchina estesa del Pentagono, fornendo moduli per le fregate Constellation, radar, sistemi elettronici, componentistica dual use. Entrare stabilmente nella supply chain della difesa Usa significa trasformare l’alleanza in interdipendenza strutturale, la migliore assicurazione contro futuri dazi.
Il secondo pilastro è il Mediterraneo inteso come corridoio tecnologico. Il Piano Mattei va spostato dalla retorica dello sviluppo solidale alla funzione di infrastruttura di sicurezza: cavi sottomarini, gasdotti, data center costieri, hub di rigassificazione. L’Italia può candidarsi a “guardia costiera del cloud e dell’energia” per Europa e USA, legando la propria rilevanza alla protezione di flussi energetici e digitali critici.
Infine c’è la politica interna americana. Con un Dipartimento di Stato indebolito, il potere si concentra nei luoghi dove si decidono le elezioni. Mappare la presenza delle imprese italiane in Ohio, Texas, Alabama, Pennsylvania permette di presentarsi a Washington con una doppia voce: ambasciatore e Ceo che garantisce posti di lavoro locali. In un sistema dominato dalla “diplomazia asimmetrica”, il consenso nei singoli Stati pesa più delle dichiarazioni di principio.
FAQ
D: Che cosa si intende per egemonia americana “a servizio”?
R: Un sistema in cui sicurezza e accesso al mercato Usa sono concessi solo in cambio di impegni economici, militari e industriali misurabili.
D: Perché i surplus commerciali europei sono sotto tiro?
R: Perché a Washington vengono letti come squilibri che danneggiano la manifattura americana e quindi la sicurezza nazionale.
D: Che ruolo ha la Schedule F nella nuova politica estera Usa?
R: Ha reso più fragile la continuità amministrativa, permettendo al potere politico di modificare rapidamente orientamenti e accordi.
D: Come cambia la Nato dopo il vertice dell’Aja 2025?
R: L’obiettivo del 5% di Pil in difesa introduce nei fatti una distinzione tra partner “premium” e alleati meno protetti.
D: Qual è la principale opportunità per l’Italia nella difesa?
R: Diventare fornitore strutturale della cantieristica e delle tecnologie navali statunitensi, integrandosi nella supply chain del Pentagono.
D: In che modo il Mediterraneo può aumentare il peso negoziale italiano?
R: Trasformandolo in corridoio di sicurezza per energia e dati, con cavi, gasdotti e infrastrutture digitali sotto responsabilità italiana.
D: Perché è cruciale la presenza delle imprese italiane negli swing states USA?
R: Perché posti di lavoro in Stati chiave come Ohio e Texas rendono Roma un interlocutore rilevante per la Casa Bianca e il Congresso.
D: Qual è la fonte giornalistica di riferimento per queste analisi?
R: Le posizioni citate derivano dall’intervista di Rosario Cerra all’agenzia Adnkronos, rilanciata dalla stampa italiana specializzata in politica estera.




