Caso Garlasco, sabotaggio shock nelle indagini: scompaiono il 73% dei file, nuove verità in arrivo

Indice dei Contenuti:
Nuove perizie digitali e percentuali di manomissione
Garlasco, nuove analisi forensi sui supporti informatici sequestrati nel 2007 delineano un quadro di alterazioni sistematiche: il 73,8% dei file “visibili” risulta compromesso. I periti incaricati dal GUP Stefano Vitelli documentano accessi, modifiche e creazioni che hanno inciso in modo profondo sull’affidabilità del patrimonio digitale acquisito nelle ore successive all’omicidio di Chiara Poggi. I numeri sono netti: oltre 39 mila accessi registrati, più di 1.500 interventi su file e la creazione di oltre 500 nuovi elementi, con una platea di documenti alterati che supera le 56 mila unità. Le perizie sottolineano che tali attività, avvenute in un contesto procedurale meno rigoroso rispetto agli standard odierni, hanno ridotto in modo significativo la robustezza probatoria dei dati. Il dato percentuale, unito alla tracciabilità delle operazioni sul filesystem, pone un tema centrale: la distinzione tra mera consultazione tecnica e condotte che hanno modificato lo stato originario delle evidenze digitali, con ripercussioni dirette sulla loro utilizzabilità investigativa e giudiziaria.
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Operazioni iniziali e impatto sulla catena di custodia
Nelle ore immediatamente successive al ritrovamento del corpo, i dispositivi informatici della famiglia Poggi e di Alberto Stasi furono sequestrati e trasferiti al Nucleo Operativo di Pavia, dove gli accertamenti cominciarono già il 14 agosto 2007. Le attività partirono prima della creazione di copie forensi complete e senza un protocollo di conservazione conforme agli standard odierni, incidendo sulla chain of custody e sulla ripetibilità delle analisi. L’approccio privilegiò l’accesso diretto ai contenuti, con consultazioni e copie di file, compromettendo i metadati e lo stato originario dei supporti.
Secondo i periti nominati dal GUP Stefano Vitelli, l’assenza di un imaging integrale e l’interazione operativa sui sistemi hanno generato una traccia di eventi ampia e invasiva: apertura di documenti, esplorazioni di directory, trasferimenti di file e cancellazioni. Tali azioni, eseguite in fase embrionale dell’indagine, hanno alterato la cronologia interna dei sistemi e reso difficoltosa la distinzione tra attività dell’utente e attività d’indagine. Ne derivano criticità sulla genuinità probatoria e sulla possibilità di replicare con certezza lo stato dei dispositivi al momento del sequestro.
Gli accertamenti sul PC fisso della famiglia Poggi furono più contenuti rispetto a quelli sul portatile di Stasi, ma anche in quel caso la consultazione anticipata ha inciso sulla preservazione delle prove. L’effetto combinato di accessi, modifiche e creazioni ha determinato uno scenario in cui la quota preponderante dei file “visibili” risulta alterata, con ricadute sulla valutazione giudiziaria delle evidenze digitali e sull’affidabilità delle ipotesi investigative formulate nella fase iniziale.
Anomalie sui dispositivi e ipotesi di sabotaggio
Le verifiche sul portatile di Alberto Stasi evidenziano operazioni dirette sui contenuti: copie di documenti, inclusa la tesi di laurea, e apertura di numerosi file multimediali. In una cartella denominata militare sono stati individuati quattro elementi: un file a contenuto pornografico e tre raccolte di immagini intime riferibili alla coppia. Tracce di materiale analogo, seppur organizzate in modo diverso, sono emerse anche sul PC della famiglia Poggi, componente valutata all’epoca per l’ipotesi di una dinamica a sfondo passionale.
Le nuove perizie collocano queste attività tra i principali fattori di alterazione del patrimonio digitale: accessi a migliaia di file, interventi su oltre 1.500 elementi e creazione di più di 500 nuovi oggetti, con un’incidenza complessiva che tocca il 73,8% dei file “visibili”. Il dato più critico riguarda la cancellazione del contenuto del cestino, qualificata come azione consapevole e potenzialmente in grado di rimuovere tracce significative. L’effetto combinato di aperture, trasferimenti e cancellazioni ha modificato metadati, timeline e contesto d’origine, indebolendo la distinguibilità tra attività d’utente e attività d’indagine.
Sulla base di tali riscontri, alcuni consulenti hanno evocato l’ipotesi di un sabotaggio, inteso come manomissione idonea a compromettere l’integrità probatoria. Pur in assenza di una prova definitiva sulla finalità delle condotte, l’insieme delle anomalie — dalla gestione anticipata dei supporti all’eliminazione di contenuti — configura un quadro di interferenze sistemiche con impatto diretto sulla qualità delle evidenze. Questo scenario alimenta dubbi sulla tenuta delle ricostruzioni iniziali e spinge a una rivalutazione critica della prassi operativa adottata nelle prime ore.
Tracce trascurate e riapertura delle piste investigative
Sul PC di famiglia dei Poggi, analizzato in due sessioni il 14 agosto 2007, l’intervento fu meno invasivo rispetto al portatile di Alberto Stasi, consentendo la sopravvivenza di elementi che oggi assumono rilievo. Tra questi, un video a carattere scolastico con la presenza di Andrea Sempio, inizialmente classificato come irrilevante e rimasto a lungo fuori dal perimetro investigativo. La sua emersione nelle nuove verifiche ha riattivato piste alternative, evidenziando come la gestione iniziale, pur contenuta, abbia comunque condizionato la lettura temporale e contestuale dei dati.
La persistenza di tali file, nonostante gli accessi e le consultazioni dell’epoca, mostra il peso strategico delle tracce residuali nella ricostruzione ex post. Il confronto tra i contenuti presenti sui dispositivi dei Poggi e di Stasi — materiale sensibile organizzato in modo diverso, consultazioni e cancellazioni — ha contribuito a un rinnovato scrutinio delle dinamiche relazionali e dei moventi, senza però offrire un quadro univoco. In questo contesto, la possibilità di valorizzare elementi rimasti in ombra si intreccia con le criticità prodotte dalla precoce alterazione dei metadati e delle timeline.
Le nuove perizie, integrando le tracce digitali non compromesse, suggeriscono la necessità di riesame metodico delle sequenze di accesso, delle corrispondenze tra dispositivi e dei contenuti esclusi in prima battuta. Il riferimento a Andrea Sempio, già al centro di valutazioni difensive e di un recente incidente probatorio del 18 dicembre, si inserisce in un perimetro probatorio che resta aperto, mentre le parti ribadiscono posizioni divergenti sulla lettura dei reperti. La presenza di file non manomessi consente verifiche mirate, ma l’ampiezza delle alterazioni — inclusa la cancellazione del cestino — limita la ricostruibilità piena degli scenari originari, imponendo cautela nell’interpretazione e nella gerarchia degli indizi.
FAQ
- Qual è la portata delle alterazioni riscontrate sui dispositivi?
Le perizie attestano il 73,8% di file “visibili” compromessi, con oltre 39 mila accessi, più di 1.500 interventi e oltre 500 creazioni di nuovi file.
- Quando sono iniziati gli accertamenti informatici?
Le attività sui dispositivi dei Poggi e di Alberto Stasi sono iniziate il 14 agosto 2007, nelle ore subito successive al sequestro.
- Quali criticità hanno inciso sulla catena di custodia?
L’assenza di imaging forense iniziale e l’accesso diretto ai contenuti hanno alterato metadati e timeline, compromettendo la ripetibilità delle analisi.
- Che cosa ha alimentato l’ipotesi di sabotaggio?
Accessi massivi, modifiche, creazioni di file e la cancellazione consapevole del contenuto del cestino hanno sollevato il sospetto di manomissioni.
- Quali tracce hanno riaperto piste investigative?
Un video di natura scolastica sul PC della famiglia Poggi con la presenza di Andrea Sempio è tornato rilevante nelle nuove perizie.
- Qual è l’impatto delle alterazioni sulla valutazione giudiziaria?
Le modifiche precoci riducono l’affidabilità probatoria e complicano la distinzione tra attività d’utente e attività d’indagine, imponendo un riesame prudente.




