Alzheimer, svolta nella diagnosi precoce con il progetto Interceptor sviluppato dai ricercatori italiani

Alzheimer, svolta nella diagnosi precoce con il progetto Interceptor sviluppato dai ricercatori italiani

13 Aprile 2026

Alzheimer, come il Progetto Interceptor cambia la diagnosi precoce in Italia

Un gruppo di oltre cento ricercatori italiani ha sviluppato il Progetto Interceptor, uno strumento innovativo per prevedere il rischio di progressione da MCI (decadimento cognitivo lieve) a demenza di Alzheimer. Lo studio, condotto tra il 2016 e il 2025 in 19 centri italiani, è stato pubblicato sulla rivista internazionale Alzheimer’s & Dementia. L’obiettivo è capire, entro 2-3 anni, chi tra circa 950.000 persone con MCI svilupperà demenza, per intervenire in anticipo con terapie e cambiamenti di stile di vita. Il lavoro, coordinato dal Professor Paolo Maria Rossini dell’IRCCS San Raffaele Roma, offre uno strumento clinico utilizzabile nella pratica quotidiana, con un’accuratezza predittiva superiore all’80% quando integra dati clinici e biomarcatori.

In sintesi:

  • Progetto Interceptor: studio italiano decennale per prevedere la progressione da MCI ad Alzheimer.
  • Coinvolti oltre 350 pazienti MCI in 19 centri, seguiti per circa 36 mesi.
  • Modello predittivo: 72% di accuratezza con soli dati clinici, oltre 82% con biomarcatori.
  • Strumento pensato per uso clinico routinario e programmazione del Servizio Sanitario Nazionale.

Come funziona il nuovo modello predittivo dell’Alzheimer

Il Progetto Interceptor nasce dall’esigenza di distinguere, tra le persone con MCI, chi è destinato a mantenere una buona autonomia e chi invece progredirà verso la demenza, in particolare la malattia di Alzheimer. La fase MCI rappresenta la “zona grigia” tra invecchiamento normale e demenza conclamata: secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia gli MCI sfiorano 1 milione, con circa 100.000 nuovi casi di demenza ogni anno. Gli studi epidemiologici indicano che fino al 50% dei soggetti MCI evolve verso una forma di demenza, nel 30% dei casi entro 3-5 anni.

Per sviluppare uno strumento affidabile, i ricercatori hanno seguito per circa 36 mesi oltre 350 persone con diagnosi di MCI in 19 centri specializzati. Il 29,6% è progredito verso una demenza, il 22,4% verso una forma compatibile con Alzheimer, con un picco di conversione nel secondo anno di follow-up.

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Su questi dati l’Istituto Superiore di Sanità ha costruito un modello predittivo in due fasi. Nella prima vengono considerati elementi sociodemografici e clinici: età, sesso, familiarità per demenza, livello di autonomia funzionale. Successivamente il modello viene arricchito con test neuropsicologici e biomarcatori: rapporto beta-amiloide/proteina tau nel liquido cerebrospinale, volumetria dell’ippocampo alla risonanza magnetica, caratteristiche del flusso sanguigno e del consumo energetico cerebrale alla PET-FDG, indici di connettività da elettroencefalografia e genotipo ApoE.

Impatto clinico, programmazione sanitaria e prospettive future

Il modello basato solo su dati clinici raggiunge un’accuratezza predittiva di circa il 72%; includendo biomarcatori selezionati, supera l’82%. Ciò consente una stima personalizzata della probabilità di progressione a demenza entro tre anni, classificando ogni persona con MCI in rischio basso, intermedio o alto.

Il progetto, coordinato dal Professor Paolo Maria Rossini con la collaborazione del Professor Vanacore (Istituto Superiore di Sanità), del Professor Marra (Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS), del Professor Tagliavini (IRCCS Istituto Neurologico Besta), della Professoressa Perani (IRCCS San Raffaele Milano), del Professor Cappa, della Dottoressa Cotelli, del Dottor Redolfi (IRCCS Fatebenefratelli Brescia) e del Professor Vecchio (San Raffaele Roma), integra anche il punto di vista dei pazienti attraverso l’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer (AIMA) e la Presidente Patrizia Spadin.

Lo strumento è progettato per l’uso quotidiano nei centri cognitivi, permettendo percorsi personalizzati di prevenzione e monitoraggio, oltre a una migliore programmazione delle risorse del Servizio Sanitario Nazionale. Come sottolinea il San Raffaele, l’enorme patrimonio di dati di Interceptor rappresenta una “miniera di inestimabile valore” per la ricerca nazionale e internazionale sulle malattie neurodegenerative.

FAQ

Cosa distingue l’MCI dall’Alzheimer iniziale?

È una condizione di lieve declino cognitivo con autonomia generalmente conservata. Nell’Alzheimer iniziale il deficit compromette progressivamente attività quotidiane, lavoro e relazioni sociali.

Chi dovrebbe sottoporsi a valutazione per MCI?

Dovrebbero farlo persone sopra i 55-60 anni con disturbi di memoria persistenti, riferiti dai familiari, soprattutto in presenza di familiarità per demenza.

Come si può ridurre il rischio di progressione a demenza?

È utile controllare pressione, diabete, colesterolo, praticare attività fisica regolare, non fumare, curare sonno, dieta mediterranea e stimolazione cognitiva.

Il modello Interceptor è già utilizzabile nella pratica clinica?

Sì, è stato progettato per l’uso clinico nei centri specialistici, integrando valutazioni standard con biomarcatori selezionati dove disponibili.

Quali sono le fonti su cui si basa questo articolo?

L’articolo deriva da una elaborazione congiunta di contenuti ufficiali Ansa.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, rielaborati dalla Redazione.

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