World Economic Forum di Davos, nuova sfida globale tra interessi nazionali e cooperazione internazionale

Indice dei Contenuti:
Il World Economic Forum di Davos: “America first”
Monologo tra i ghiacci
Sull’altopiano di Davos l’apparenza non cambia: jet privati in fila, scorte ovunque, ceo che saltano da un panel all’altro e padiglioni aziendali trasformati in ambasciate provvisorie del capitalismo globale.
Dietro questa scenografia immutabile, però, l’edizione segnata dalla presenza di Donald Trump impone una rottura netta con il passato. Il motto ufficiale, “A spirit of dialogue”, contrasta con uno stile politico costruito su messaggi unidirezionali, minacce tariffarie e rivendicazioni di potere più che su negoziati e compromessi.
Il ritorno del presidente americano in Svizzera alla guida della delegazione statunitense più numerosa di sempre cristallizza il paradosso: il vertice nato per celebrare cooperazione e multilateralismo ospita il leader che ha fatto della demolizione delle regole condivise la propria firma geopolitica. L’evento, più che luogo di confronto, diventa un palcoscenico globale per un messaggio in chiave “America first”.
Un mondo affollato, ma senza regole
La frattura sistemica emerge dai numeri: circa 3.000 delegati, oltre 60 capi di Stato e di governo, più di 800 top manager affollano il World Economic Forum, ma l’idea di un’agenda comune è evaporata.
Il Global Risks Report indica la “confrontazione geo-economica” come principale rischio a breve termine, mentre il Global Cooperation Barometer misura il declino misurabile del multilateralismo: tutti presenti, nessuno davvero allineato sulla stessa visione di ordine mondiale.
Le delegazioni incarnano la faglia: da una parte Ursula von der Leyen e i leader europei, impegnati a difendere un commercio aperto ma regolato; dall’altra la Cina che si accredita come attore razionale e stabilizzatore, mentre gli Stati Uniti appaiono sempre più revisionisti. Gli analisti parlano ormai di “mondo meno uno”: un sistema internazionale che continua a esistere, ma riadattato senza – o contro – Washington.
Disuguaglianze, AI e declino del rito
Il divario tra retorica inclusiva e realtà materiale si allarga. Alla vigilia del summit, Oxfam documenta una crescita record della ricchezza dei miliardari: +2.500 miliardi di dollari in un anno, oltre 18.000 miliardi complessivi, mentre quasi metà della popolazione globale rimane in povertà.
Il Edelman Trust Barometer registra che circa il 70% degli intervistati ritiene che leader politici ed economici mentano deliberatamente, segnalando una crisi profonda di legittimità. In questo contesto sbarca a Davos Jensen Huang, ceo di Nvidia, simbolo di un capitalismo dell’intelligenza artificiale che concentra insieme potere tecnologico e finanziario.
L’AI domina panel e conversazioni come leva competitiva, molto meno come area di regolazione condivisa. Sullo sfondo, l’assenza di Klaus Schwab – il fondatore, “Mr Davos” – alimenta il sospetto di un rito sempre più autoreferenziale. Le proteste denunciano ipocrisia climatica e connivenze con i “profittatori di guerra”, mentre il forum, più che scrivere l’agenda globale, ne registra la frammentazione.
FAQ
D: Chi è stato il protagonista politico centrale di questa edizione?
R: Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con una delegazione record.
D: Perché il motto “A spirit of dialogue” è apparso controverso?
R: Perché lo stile comunicativo della Casa Bianca è stato percepito più come monologo che come confronto.
D: Qual è il principale rischio globale individuato dal Global Risks Report?
R: La crescente “confrontazione geo-economica” tra grandi potenze e blocchi regionali.
D: Che cosa indica il Global Cooperation Barometer?
R: Un indebolimento strutturale del multilateralismo e della cooperazione internazionale.
D: Come si è presentata la Cina a Davos?
R: Come potenza razionale e stabilizzatrice, in contrapposizione a un’America percepita come revisionista.
D: Che dati ha diffuso Oxfam sulla ricchezza globale?
R: Un incremento di 2.500 miliardi di dollari in un anno, con patrimoni miliardari oltre i 18.000 miliardi.
D: Perché la presenza di Jensen Huang è considerata simbolica?
R: Perché rappresenta l’ascesa dell’AI e la nuova concentrazione di potere in mano a colossi come Nvidia.
D: Qual è la fonte giornalistica originale citata nell’articolo?
R: L’analisi pubblicata dalla testata italiana La Repubblica sul World Economic Forum di Davos.




