Washington in allarme per lo strappo tra Riad e Abu Dhabi, rischio frattura nel Golfo
Rivalità regionale e dossier caldi
Riad e Abu Dhabi sono entrate in una fase di competizione strategica che travalica le dinamiche tradizionali di alleanza nel Golfo e si proietta sull’intero scacchiere mediorientale e africano. I dossier aperti – Yemen, Sudan, Corno d’Africa e relazioni con Etiopia, Somalia e Somaliland – compongono un mosaico di interessi divergenti che riflette ambizioni di leadership regionale, divergenze tattiche in materia di sicurezza e un diverso approccio all’uso della proiezione di potenza, sia militare sia economica.
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Nel quadro della competizione intra-sunnita, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti perseguono obiettivi sovrapponibili – contenere l’influenza iraniana, stabilizzare snodi marittimi e commerciali, assicurare corridoi energetici – ma impiegano strumenti e alleanze locali spesso in rotta di collisione. La scelta degli Emirati di sostenere attori non statuali o formazioni autonomiste in aree critiche contrasta con la preferenza saudita per l’ingaggio con istituzioni centrali e apparati statali, generando attriti ricorrenti. Questa divergenza metodologica si traduce in frizioni operative e diplomatiche che complicano il coordinamento su teatri chiave e alimentano sospetti reciproci sulle reali priorità di ciascuno.
L’intensificarsi di queste tensioni ha effetti a catena: incrina meccanismi di sicurezza condivisi, complica le iniziative di mediazione multilaterale e irrigidisce i margini di manovra di partner esterni. La percezione, a Washington, di un asse del Golfo meno coeso si lega alla vulnerabilità delle rotte nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, alla competizione per infrastrutture portuali e basi logistiche, e all’impatto sui processi diplomatici connessi alla normalizzazione arabo-israeliana. In questo contesto, ogni escalation su uno dei dossier caldi rischia di riverberarsi sugli altri, accentuando la pressione su un equilibrio regionale già fragile.
Mentre Riad punta a preservare un perimetro di influenza compatto e istituzionalizzato, Abu Dhabi privilegia reti flessibili, partnership selettive e un attivismo mirato su nodi logistici e commerciali. La competizione, ad oggi gestita sotto soglia, si sta traducendo in segnali sempre più visibili: accuse incrociate, mosse militari puntuali, riallineamenti tattici sul terreno. La capacità dei due Paesi di ricomporre una cornice di cooperazione funzionale determinerà la tenuta dell’architettura di sicurezza del Golfo e l’evoluzione dei rapporti con gli attori globali impegnati nella regione.
Yemen, il casus belli che divide
Nel teatro yemenita la frattura tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti è emersa con chiarezza. Pur condividendo l’obiettivo di contenere gli Huthi sostenuti dall’Iran, gli approcci divergono: Riad privilegia il rapporto con il governo riconosciuto a livello internazionale, mentre Abu Dhabi ha consolidato legami operativi con il Southern Transitional Council (STC), formazione separatista che controlla snodi strategici nel Sud. Questo scarto tattico ha alimentato diffidenza e sospetti, fino a sfociare in un episodio particolarmente sensibile attorno al porto di Mukalla.
Secondo la ricostruzione saudita, nello scalo di Mukalla sarebbe transitato materiale militare destinato ai separatisti e riconducibile al supporto emiratino. La risposta è stata un bombardamento mirato a neutralizzare la presunta catena di rifornimento. Gli Emirati hanno respinto le accuse, denunciando una lettura distorta degli eventi e reclamando il rispetto delle regole di deconflittualizzazione tra partner. La tensione è cresciuta ulteriormente quando Abu Dhabi ha annunciato il ritiro del personale impegnato nelle missioni antiterrorismo, motivandolo con esigenze di sicurezza e con l’esigenza di preservare l’efficacia operativa delle proprie unità.
Il nodo politico-militare è duplice. Da un lato, la competizione per l’influenza sulle catene logistiche del Golfo di Aden e sulla costa meridionale yemenita; dall’altro, la diversa valutazione del peso che le milizie locali devono avere nel disegno di stabilizzazione. Per Riad, rafforzare le istituzioni centrali è condizione imprescindibile per chiudere il fronte con gli Huthi e garantire un quadro negoziale sostenibile. Per Abu Dhabi, l’investimento su attori locali con capacità sul terreno rappresenta uno strumento di contenimento e di controllo dei punti nevralgici, dai porti alle vie di rifornimento.
Le ricadute operative sono immediate: il rischio di incidenti tra forze nominalmente alleate, l’indebolimento delle linee di coordinamento contro i gruppi jihadisti, la frammentazione del dispositivo anti-Huthi. Sul piano diplomatico, l’episodio di Mukalla ha accresciuto la pressione sugli interlocutori internazionali impegnati nella mediazione e ha complicato la definizione di un perimetro condiviso per le forniture militari e la gestione dei varchi portuali. In assenza di un’intesa chiara su regole di ingaggio e catene di comando, il dossier yemenita rischia di trasformarsi da terreno di cooperazione imperfetta a catalizzatore di una rivalità più strutturale tra Riad e Abu Dhabi.
Sudan e Corno d’Africa, fronti incrociati
Nel contesto della guerra civile sudanese, la distanza tra Riad e Abu Dhabi si manifesta in alleanze opposte e difficili da conciliare. L’Arabia Saudita sostiene le Forze Armate Sudanesi (SAF) come pilastro statuale indispensabile alla stabilità del Paese e alla sicurezza del Mar Rosso. Gli Emirati Arabi Uniti, al contrario, hanno sviluppato relazioni con le Forze di Supporto Rapido (RSF), ritenute più efficaci sul terreno e funzionali a una strategia di influenza che privilegia attori agili e capaci di controllare corridoi logistici critici. Questa divergenza, già evidente nelle dinamiche di approvvigionamento e nelle reti di intermediazione locale, alimenta un confronto indiretto che complica ogni tentativo di mediazione multilaterale.
La posta in gioco supera i confini sudanesi. Per Riad, la tenuta delle istituzioni a Khartoum è parte di un perimetro di sicurezza che va dal Mar Rosso al Golfo, con implicazioni per la protezione delle rotte commerciali e per la gestione dei flussi energetici. Per Abu Dhabi, la capacità di incidere sulle catene di approvvigionamento e sui nodi terrestri che connettono Sudan, Ciad e Libia rappresenta uno strumento di proiezione che si integra con la presenza in porti e zone franche lungo la dorsale marittima tra il Golfo di Aden e il Canale di Suez. In questo quadro, le preoccupazioni espresse da Mohammad bin Salman a Donald Trump durante la recente visita a Washington segnalano il rischio che il fronte sudanese diventi detonatore di ulteriori riallineamenti regionali.
Nel Corno d’Africa, le frizioni si moltiplicano. Gli Emirati Arabi Uniti hanno intensificato i rapporti con Etiopia e Somaliland, puntando su accordi economici, accessi portuali e cooperazione di sicurezza che rafforzano il controllo sui flussi nel Golfo di Aden. L’Arabia Saudita ha invece investito sul rapporto con la Somalia, sostenendo l’integrità territoriale di Mogadiscio e opponendosi a dinamiche che possano legittimare enti non riconosciuti. Non sorprende, in questo contesto, la critica saudita al recente riconoscimento israeliano del Somaliland, percepito come un fattore di instabilità che rischia di rimescolare gli equilibri nel bacino del Mar Rosso.
La competizione per basi, porti e concessioni logistiche si traduce in una geografia di influenza che scorre parallela ai conflitti aperti. L’accesso a scali strategici, la gestione delle zone economiche speciali e la presenza di contractor e asset di sicurezza privati definiscono nuove linee di frizione tra Riad e Abu Dhabi. L’effetto sistemico è duplice: da un lato, moltiplicazione dei punti di contatto tra interessi divergenti; dall’altro, aumento del rischio di incidenti diplomatici e militari con effetto domino sui dossier Sudan e Somalia. La mancanza di un meccanismo stabile di deconflittualizzazione rende più fragile l’intero arco che va dal Golfo di Aden al Mar Rosso, con implicazioni dirette per la sicurezza delle rotte e per le iniziative di normalizzazione regionale.
Accordi di Abramo e calcoli di Washington
La crescente distanza tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti riduce i margini di manovra di Washington sul dossier della normalizzazione arabo-israeliana. Gli Accordi di Abramo, ai quali gli Emirati hanno aderito nel 2020, rappresentano il perno della strategia statunitense per consolidare un’architettura regionale capace di contenere l’Iran e stabilizzare i corridoi energetici e commerciali. La prudenza di Riad nel formalizzare un percorso analogo, unita alle frizioni operative su Yemen, Sudan e Corno d’Africa, impone alla Casa Bianca una gestione calibrata delle pressioni e degli incentivi verso entrambi i partner del Golfo.
Il rischio, percepito ai vertici dell’amministrazione, è che la rivalità tra due pilastri dell’assetto pro-USA nel Medio Oriente allarghi le crepe in un quadro già stressato da crisi parallele. Per evitare derive, Washington sta intensificando i contatti ad alto livello: non è casuale la doppia interlocuzione del segretario di Stato Marco Rubio con i ministri degli Esteri di Abu Dhabi e Riad, mirata a disinnescare escalation tattiche e a ripristinare una cornice minima di coordinamento su sicurezza marittima, controlli alle forniture e regole di ingaggio nei teatri caldi.
La leva americana si articola su più piani. Sul versante politico-diplomatico, l’obiettivo è preservare l’asse Riad–Abu Dhabi come piattaforma di pressione sull’Iran e come motore di iniziative di stabilizzazione; su quello militare e di sicurezza, si punta a rafforzare i meccanismi di deconflittualizzazione e la condivisione di intelligence per ridurre incidenti sul terreno e proteggere le rotte nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. In parallelo, sul piano economico, la Casa Bianca valuta pacchetti di cooperazione e garanzie tecnologiche capaci di accompagnare eventuali passi sauditi verso la normalizzazione, attenuando le resistenze interne e regionali.
Il dossier Accordi di Abramo resta così intrecciato ai teatri di crisi. Ogni slittamento sul fronte yemenita o sudanese complica la costruzione di fiducia necessaria per un allargamento della normalizzazione. Per Washington, la priorità è impedire che la competizione tra Riad e Abu Dhabi si traduca in un blocco strutturale del processo: un esito che indebolirebbe la postura USA sul nucleare iraniano e limiterebbe la capacità di orchestrare coalizioni funzionali alla sicurezza regionale.
In questo contesto, la Casa Bianca si muove con approccio incrementale: contenere le frizioni acute, riattivare canali tecnici tra gli alleati del Golfo, valorizzare il capitale politico accumulato dagli Emirati con la loro adesione del 2020 e sondare con Riad un percorso graduale, condizionato a garanzie tangibili. La riuscita di questo bilanciamento determinerà la tenuta del disegno americano di normalizzazione e, più in generale, la resilienza dell’architettura di sicurezza mediorientale.
FAQ
- Perché le tensioni tra Riad e Abu Dhabi preoccupano Washington?
Perché minano la coesione dell’asse pro-USA nel Golfo, complicano la sicurezza marittima e ostacolano l’espansione degli Accordi di Abramo, centrali per contenere l’Iran. - Qual è il nodo principale del contrasto in Yemen?
La divergenza tra il sostegno saudita al governo riconosciuto e l’appoggio emiratino al Southern Transitional Council, con frizioni culminate nell’episodio del porto di Mukalla. - In che modo il conflitto in Sudan alimenta la rivalità?
Riad supporta le Forze Armate Sudanesi, mentre Abu Dhabi intrattiene rapporti con le Forze di Supporto Rapido, generando alleanze contrapposte e ostacolando mediazioni. - Qual è il ruolo del Corno d’Africa nelle frizioni tra Arabia Saudita ed Emirati?
La competizione per porti, basi e corridoi logistici tra Somalia, Etiopia e Somaliland ridisegna sfere d’influenza e aumenta il rischio di incidenti. - Cosa cerca di ottenere Washington con gli Accordi di Abramo?
Un’architettura regionale più stabile, capace di normalizzare i rapporti con Israele, garantire rotte energetiche sicure e mantenere pressione sull’Iran. - Quali strumenti usa la Casa Bianca per ridurre le tensioni tra Riad e Abu Dhabi?
Contatti diplomatici ad alto livello, rafforzamento della deconflittualizzazione militare, cooperazione di intelligence e incentivi economico-tecnologici legati al percorso di normalizzazione.




