Venture capital italiano svelato: protagonisti, retroscena e numeri che sorprendono

Indice dei Contenuti:
Venture capital in Italia: la storia, i protagonisti, le organizzazioni, i dati
Radici internazionali e sviluppo italiano
Il capitale di rischio nasce negli Stati Uniti negli anni ’40 con l’American Research and Development Corporation, fondata dal francese Georges Doriot alla Harvard Business School, e diventa il modello di riferimento per l’industria globale. Nel secondo trimestre 2021, secondo la National Venture Capital Association, l’ecosistema statunitense valeva circa 75 miliardi di dollari distribuiti su oltre 4.300 operazioni.
In Europa la diffusione è più lenta: il modello si consolida negli anni ’80, mentre in Italia si afferma solo negli anni ’90, con l’ingresso di società dedicate a imprese tecnologiche e ad alto potenziale. Qui il capitale di rischio colma lo spazio lasciato dal credito bancario tradizionale, fornendo equity a startup early stage che non possono offrire garanzie reali.
La svolta regolamentare arriva nel 1987 con la delibera del CICR e della Banca d’Italia che apre agli investimenti in imprese non quotate tramite società finanziarie dedicate. Il Testo Unico Bancario del 1993 e il Testo Unico della Finanza del 1998 ridisegnano l’intermediazione, integrando gli organismi di investimento collettivo e aprendo la strada a fondi chiusi, SGR e veicoli specializzati.
Le direttive europee, come AIFMD, EuVECA ed ELTIF, spingono verso standard comuni per i fondi alternativi, facilitando l’ingresso di operatori cross-border. Oggi la maggior parte dei capitali arriva da fondi chiusi gestiti da SGR, SICAF e investitori esteri; il ruolo delle banche rimane marginale e concentrato su attività di coinvestimento o fund-of-funds.
Attori chiave e organizzazioni di riferimento
Nel 1986 nasce l’AIFI, Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt, per rappresentare fondi e società che investono in imprese non quotate, monitorare il mercato e dialogare con le istituzioni. L’associazione aggrega ormai circa 150 soci, inclusi operatori di private equity, venture capital, private debt, turnaround e infrastrutture, e utilizza la piattaforma europea European Data Cooperative per omogeneizzare i dati.
Dal 2008 l’Osservatorio VeM – Venture Capital Monitor di AIFI e LIUC – Università Cattaneo documenta le operazioni italiane, integrando anche soggetti informali. Nel 2019 un gruppo di investitori fonda Italian Tech Alliance, che riunisce oltre 60 soci investitori, più di 140 tra startup e imprese innovative e 26 sostenitori, diventando un polo di rappresentanza alternativo focalizzato su tecnologia e innovazione.
Tra i pionieri spiccano Gepafin, finanziaria umbra pubblico-privata nata nel 1987 a Perugia, e SICI – Sviluppo Imprese Centro Italia SGR, costituita nel 1998 e partecipata da istituzioni come Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Fidi Toscana e Crédit Agricole Italia, che gestisce fondi chiusi per circa 146 milioni di euro.
Un ruolo storico lo ha avuto Pino Venture Capital, creata nel 1998 da Elserino Piol e Oliver Novick, partner dei fondi Kiwi e Kiwi II, che hanno sostenuto società come Tiscali, Dada, Vitaminic, Click.it, Elitel, Blixer, Cubecom, Venere.com e Yoox. Piol, storico vicepresidente di Olivetti, è considerato il padre del settore in Italia e viene ricordato da figure come Gianluca Dettori, Andrea Di Camillo e Marco Marchetti per il contributo all’ecosistema.
Dati di mercato, settori caldi e ruolo del pubblico
Nel 2025 gli investimenti in startup e imprese innovative in Italia raggiungono 1,735 miliardi di euro su 436 round secondo l’Osservatorio Growth Capital–Italian Tech Alliance. La crescita si concentra nella seconda metà dell’anno, con un quarto trimestre record trainato dal ritorno dei round oltre 25 milioni e da una presenza di investitori internazionali che in alcuni perimetri arriva al 46%.
Il Venture Capital Barometer di EY stima per lo stesso anno una raccolta complessiva di 1,488 miliardi (+32% sul 2024) distribuiti su 238 round, con ticket medio in forte aumento da 3,9 a 6,3 milioni (+62%). L’Osservatorio Startup & Scaleup Hi-Tech del Politecnico di Milano indica però una crescita più moderata (+2,8%), evidenziando divergenze metodologiche tra fonti. Nel confronto europeo, gli investimenti di capitale di rischio in Italia restano sotto scala: 0,07% del PIL contro lo 0,22% della Francia, lo 0,15% della Germania e lo 0,16% della Spagna (dati EY).
Nel 2025 i round oltre 50 milioni valgono più di un terzo del totale e tre società raccolgono insieme 525 milioni, segnalando un mercato concentrato su pochi deal. Per numero di operazioni dominano Smart City, software, Deep Tech, Life Sciences e fintech; per capitale raccolto prevalgono software (494 milioni), Life Sciences (417 milioni) e Deep Tech (269 milioni), con operazioni simbolo come Bending Spoons e Exein. La difficoltà principale resta la scarsità di exit rilevanti, che frena il riciclo dei capitali e la nascita di nuovi fondi.
Sul fronte pubblico, il Fondo Nazionale Innovazione convoglia 310 milioni di euro tramite il Fondo di co-investimento del MiSE (oggi MIMIT) gestito da Cdp Venture Capital SGR, partecipata al 70% da Cdp Equity e al 30% da Invitalia. Aifi segnala però nel primo semestre 2025 una raccolta di 1,703 miliardi, in calo del 40% rispetto al 2024, un fattore che può pesare sulla continuità dei flussi a medio termine.
FAQ
D: Che cosa distingue il capitale di rischio dal credito bancario?
R: Il primo investe in equity accettando alta rischiosità e ritorni di lungo periodo, il secondo eroga debito rimborsabile con interessi e richiede garanzie reali.
D: Quali sono oggi i principali settori finanziati in Italia?
R: Software, Life Sciences, Deep Tech, Smart City e fintech concentrano la maggior parte dei round e della raccolta di capitale.
D: Perché l’Italia investe meno di Francia e Germania?
R: Il rapporto investimenti/PIL resta basso per dimensione limitata dei fondi, scarsità di exit e minore presenza di capitali istituzionali rispetto ai principali Paesi UE.
D: Chi raccoglie i dati ufficiali sul mercato italiano?
R: AIFI tramite la piattaforma EDC, l’Osservatorio VeM, l’Osservatorio Startup & Scaleup Hi-Tech del Politecnico di Milano, oltre a report come EY Venture Capital Barometer e Growth Capital–Italian Tech Alliance.
D: Qual è il ruolo di Cdp Venture Capital SGR?
R: Gestisce fondi pubblici-privati che investono in startup e scaleup italiane in diverse fasi, anche tramite il Fondo Nazionale Innovazione.
D: Perché le exit sono così importanti?
R: Permettono di realizzare plusvalenze, restituire capitale agli investitori e alimentare nuovi fondi, creando un circolo virtuoso di reinvestimento.
D: Come incide la normativa europea sul settore?
R: Direttive come AIFMD ed etichette come EuVECA ed ELTIF standardizzano le regole per i fondi alternativi, favorendo operazioni transfrontaliere e maggiore trasparenza.
D: Qual è la fonte giornalistica citata per i dati 2025?
R: I numeri riportati provengono da elaborazioni e sintesi basate su Osservatorio Growth Capital–Italian Tech Alliance, EY Venture Capital Barometer Italia – Anno 2025, Osservatorio Startup & Scaleup Hi-Tech del Politecnico di Milano e comunicati AIFI, come indicato nell’articolo originale aggiornato al 27/01/2026.




