Venezuela caos politico, Trump attacca Machado: sfida a Cuba e avvertimento shock a Petro

Strategia regionale e dottrina Monroe
La mossa di Donald Trump in Venezuela viene presentata come parte di una strategia di sicurezza regionale che richiama esplicitamente la Dottrina Monroe, principio cardine della politica estera statunitense dal 1823, orientato a impedire l’ingresso di potenze esterne nelle Americhe. Nel definire il Sudamerica un perno dell’“America First”, l’ex presidente ha collegato l’operazione a un disegno più ampio, che mira a consolidare l’influenza degli Stati Uniti nel continente e a ridurre gli spazi di manovra di attori come Cina e Russia. La cornice è quella della sicurezza emisferica: contenere le ingerenze, proteggere gli interessi energetici e ristabilire un equilibrio favorevole a Washington.
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In questo schema, il dossier venezuelano non è isolato ma funziona da banco di prova per una riedizione aggiornata della postura statunitense nell’area. La scommessa politica è duplice: da un lato riaffermare la capacità di proiezione di potenza, dall’altro trarne dividendi interni, soprattutto presso l’elettorato ispanico conservatore. Le dichiarazioni da Mar-a-Lago confermano l’approccio transazionale: “con tutti gli altri siamo pronti a fare affari”, ha detto Trump, lasciando intendere che lo spazio di confronto con Mosca è irrilevante mentre resta aperto il capitolo commerciale sulla filiera del petrolio venezuelano. Il messaggio strategico è chiaro: riposizionare gli Stati Uniti come arbitro della stabilità regionale, con il Venezuela punto di partenza e Cuba nel mirino della prossima fase.
Pressioni su Cuba e sostegno repubblicano
Il baricentro politico del fronte repubblicano converge su Cuba come naturale estensione dell’intervento in Venezuela. La linea è sostenuta da figure di lungo corso come Elliott Abrams, che ha invocato un cambio di regime, e da protagonisti interni all’amministrazione come il segretario di Stato Marco Rubio, erede di una tradizione anti-castrista radicata nella diaspora cubana. L’obiettivo dichiarato è stringere il cappio economico e logistico verso l’Avana, a partire da un blocco totale delle forniture energetiche che, complice la storica interdipendenza con Caracas, sta già accentuando la crisi sull’isola.
La vicepresidente della Heritage Foundation Victoria Coates ha esplicitato la posta in gioco: “anche Cuba potrebbe crollare”. È la lettura di un disegno che salda sicurezza regionale e calcolo elettorale, con la prospettiva di mobilitare l’elettorato ispanico conservatore negli Stati Uniti. In pubblico, Donald Trump ha ribadito la volontà di “aiutare il popolo cubano”, affiancando il dossier cubano a quello venezuelano in una medesima traiettoria di “transizione” guidata da Washington. La narrativa è quella dell’ordine emisferico: isolamento dei regimi considerati ostili, pressione multilivello sulle catene energetiche, disponibilità a capitalizzare la filiera del petrolio venezuelano con partner “pronti a fare affari”.
La cerniera politico-diplomatica resta Miami, dove la comunità di origine cubana funge da moltiplicatore di consenso per la strategia di Rubio. La sua lettura è netta: “Cuba è un disastro guidato da persone incompetenti”, un sistema in collasso che per anni ha fornito supporto diretto all’apparato di sicurezza di Nicolás Maduro. Da qui l’assunto operativo: tagliare i canali energetici e di sicurezza tra L’Avana e Caracas per accelerare la crisi interna cubana, riducendo nel contempo il paracadute del regime venezuelano. In filigrana, il messaggio ai partner regionali è che il contenimento di Cuba e la marginalizzazione delle influenze di Cina e Russia sono parte di un’unica campagna di riposizionamento americano nell’emisfero.
Implicazioni per Maduro e avvertimento a Petro
Per Nicolás Maduro, l’operazione statunitense apre una fase di estrema incertezza politica. Il messaggio di Donald Trump è che, anche dopo una possibile uscita di scena del leader venezuelano, la “transizione” sarà supervisionata da Washington fino all’insediamento di un nuovo governo stabile. Il precedente di interventi come Iraq, Afghanistan e Libia suggerisce che l’uso della forza non basta a garantire l’ordine post-conflitto: senza un’architettura istituzionale e di sicurezza credibile, il rischio è un vuoto di potere prolungato. In questo quadro, la tenuta dell’apparato civile e militare venezuelano, storicamente sostenuto anche dalla cooperazione con Cuba, diventa variabile decisiva per evitare frammentazioni e derive parastatali.
L’indebolimento del corridoio energetico e di sicurezza tra Caracas e L’Avana riduce i margini di manovra del regime venezuelano. La pressione sulle forniture di petrolio e energia a Cuba intacca un supporto che, negli anni, ha rafforzato la resilienza di Maduro. Il calcolo politico dei falchi repubblicani è che la compressione simultanea delle reti logistiche e finanziarie acceleri l’erosione del blocco di potere bolivariano. Tuttavia, restano incognite sul perimetro del controllo territoriale, sul grado di lealtà delle forze armate e sulla capacità di garantire servizi essenziali durante la fase di amministrazione provvisoria auspicata da Washington.
Il segnale rivolto al presidente colombiano Gustavo Petro è altrettanto chiaro: “si guardi le spalle”. In termini di sicurezza regionale, il riferimento è un monito contro allineamenti percepiti come ostili alla strategia americana e contro la tolleranza di sponde politiche e logistiche a favore di Maduro. Con la frontiera tra Colombia e Venezuela tradizionalmente sensibile per flussi migratori, traffici e gruppi armati, l’aspettativa di Washington è che Bogotá mantenga una postura di cooperazione, vigilanza e contenimento. Per Petro, ciò si traduce nel bilanciare iniziative diplomatiche con l’obbligo di evitare che il confine diventi retrovia per reti politico-militari legate al chavismo.
La prospettiva di un “guidance” statunitense sul Venezuela pone inoltre interrogativi su tempi e strumenti della transizione: quale sarà il ruolo degli attori dell’opposizione interna, spesso divisi, e come si configurerà il rapporto con partner esterni, inclusi Cina e Russia, che hanno asset in campo? Senza un calendario credibile e un perimetro di responsabilità definito, l’orizzonte rischia di riprodurre la parabola di missioni a tempo indeterminato. Per ora, la linea enunciata da Trump resta quella di un controllo operativo sul dossier venezuelano, con estensione a Cuba e con un avvertimento preventivo a Bogotá perché allinei la propria politica di confine e di sicurezza agli obiettivi della rinnovata postura americana nell’emisfero.
FAQ
- Qual è l’obiettivo dichiarato degli Stati Uniti in Venezuela?
Stabilire una transizione sotto supervisione di Washington fino a un nuovo governo stabile, riducendo l’influenza di potenze esterne e di reti regionali legate al chavismo.
- In che modo la Dottrina Monroe influisce sulla strategia attuale?
Fornisce la cornice di sicurezza emisferica che giustifica il contenimento di attori esterni e l’intervento politico nell’area.
- Perché Cuba è parte integrante della pressione su Caracas?
Per la storica interdipendenza energetica e di sicurezza: indebolire L’Avana significa limitare un pilastro del sostegno a Maduro.
- Quali rischi comporta la fase di transizione post-Maduro?
Vuoto di potere, frammentazione delle istituzioni, incertezza sulla lealtà militare e difficoltà nel garantire servizi essenziali.
- Che cosa implica l’avvertimento a Gustavo Petro?
Una richiesta implicita di cooperazione sul controllo del confine e di non offrire sponde politiche o logistiche al regime venezuelano.
- Qual è il ruolo del fronte repubblicano statunitense?
Sostenere una linea di regime change in Venezuela e pressione su Cuba, con l’obiettivo di sicurezza regionale e ritorno politico interno.




