Valentino, omaggio finale: folla commossa rende tributo al visionario della moda nella camera ardente

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Valentino, la camera ardente
Il nido romano
Nel palazzo romano dove tutto è iniziato, Giancarlo Giammetti cammina lentamente accanto al feretro di Valentino Garavani, definendo questo luogo «il nostro nido». Qui la visione di un ragazzo che sognava di rendere più bella ogni donna è diventata una delle case di moda più influenti al mondo. È lo spazio dove la loro vita professionale e privata si è intrecciata, tra prove, bozzetti e notti insonni.
Per Giammetti, tornare in queste stanze con il maestro in forma di assenza è un cortocircuito emotivo: lo stesso palazzo che li ha visti «spiccare il volo» ora accoglie il saluto finale. Non era solo il quartier generale di una maison, ma una casa allargata, un laboratorio di sogni strutturati con la disciplina di un’impresa internazionale. In queste sale, la leggerezza dell’immaginazione si è sempre misurata con la fatica del mestiere, tra tele, fitting e infinite revisioni.
La scelta di allestire qui la camera ardente restituisce l’idea di un cerchio che si chiude là dove si era aperto, nel cuore di una Roma che lo stilista non ha mai voluto abbandonare, neppure quando il mondo lo reclamava altrove.
Rigore, sogno e devozione alla donna
Chi ha lavorato con lui ricorda un professionista quasi militare: otto disegni in un’ora erano un obiettivo, non un’ipotesi. Valentino pretendeva dagli altri la stessa velocità, la medesima concentrazione sul dettaglio, la disciplina di chi considera ogni bozzetto un possibile abito da archivio. La grazia in passerella era il risultato di un metodo ferreo, di un controllo capillare su tessuti, linee, proporzioni.
Fuori dall’atelier, però, emergeva un carattere diverso: un sognatore, innamorato di una bellezza quasi assoluta, disposto a difenderla come un valore culturale prima che estetico. Nel suo immaginario, l’abito non serviva a travestire ma a rivelare, a cancellare difetti reali o presunti, a restituire alla donna una versione ideale di sé stessa. L’eleganza era cura, protezione, mai caricatura.
In un’epoca di eccessi, la sua ossessione restava una: non rendere mai la donna ridicola. I capricci dell’ego creativo non dovevano mai prevalere sulla dignità di chi indossava i suoi abiti, che fossero dive internazionali o clienti affezionate arrivate in atelier con la timidezza di chi entra in un tempio.
Bianco, bellezza e l’abbraccio di Roma
Nella camera ardente, il bianco domina tutto. Una scelta che riflette non solo i gusti di Valentino, ma una precisa presa di distanza dall’iconografia facile del rosso che porta il suo nome. Mischiare la moda con i codici solenni di un ultimo saluto sarebbe sembrato, nelle parole di chi gli è stato accanto, «ridicolo». Il candore prevale su ogni eccesso, come un sipario silenzioso calato sull’opera di una vita.
Il tributo che arriva dalla gente comune sorprende persino Giammetti, che non si aspettava «tanto amore, tanto affetto». Roma risponde compatta, riaffermando un legame che lo stilista aveva scelto fin dall’inizio: restare, nonostante la tentazione delle capitali della moda. È qui che, simbolicamente, continua ad «abbracciare» la città, mentre la città ricambia con una partecipazione che supera il perimetro del lusso.
Il lascito più forte, sottolinea il suo compagno di vita e di lavoro, resta la bellezza stessa: «I love beauty, it’s not my fault». Una dichiarazione che suona come manifesto generazionale: la bellezza genera cultura, chiede responsabilità, obbliga i giovani creativi a non trasformare la donna in «manichino delle frustrazioni» ma in protagonista luminosa, soprattutto in un’epoca in cui le notizie sono raramente “le più belle”.
FAQ
D: Dove è stata allestita la camera ardente di Valentino?
R: In uno storico palazzo romano che è stato per decenni il cuore creativo e affettivo della sua maison.
D: Che rapporto legavano Valentino e Giancarlo Giammetti?
R: Erano soci, alleati creativi e per un periodo anche compagni di vita, un binomio inscindibile nella storia della moda italiana.
D: Perché Giammetti definisce quel palazzo “un nido”?
R: Perché lì è iniziata la loro avventura, sono cresciuti professionalmente e umanamente e lì tornavano sempre, nonostante il successo globale.
D: Com’era Valentino al lavoro secondo le testimonianze?
R: Estremamente rigoroso, veloce nel disegno, esigente con sé stesso e con il team, con una disciplina quasi artigianale applicata all’alta moda.
D: Che ruolo aveva la bellezza nella sua visione creativa?
R: Era il principio guida: la bellezza come motore di cultura, come missione quasi etica, riassunta nella frase «I love beauty, it’s not my fault».
D: Perché nella camera ardente è stato scelto il bianco e non il rosso?
R: Perché il bianco era un colore che amava e perché spettacolarizzare con il rosso iconico sarebbe apparso fuori luogo rispetto al carattere del momento.
D: Qual è il messaggio di Giammetti ai giovani stilisti?
R: Augura loro di rendere la donna più bella e mai ridicola, senza trasformarla nel supporto delle loro frustrazioni creative.
D: Qual è la fonte giornalistica originale citata?
R: Le citazioni e le testimonianze riportate provengono da un’intervista di Giancarlo Giammetti ripresa dalla stampa italiana, in particolare da un articolo pubblicato su Corriere della Sera.




