Usa colpiscono il Venezuela, Europa spiazzata e Starmer congela gli alleati: crisi diplomatica esplode

Reazioni europee e richiami al diritto internazionale
Le capitali dell’Unione procedono con prudenza, evitando allineamenti automatici all’azione degli Stati Uniti in Venezuela e incardinando la risposta sui principi del diritto internazionale. Da Bruxelles arriva una condanna politica del regime di Nicolás Maduro, ma senza avallare la legittimità dell’operazione militare: l’Ue richiama alla necessità di una soluzione conforme alla Carta delle Nazioni Unite e alla de-escalation, sottolineando la priorità della tutela dei civili e della stabilità regionale.
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L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha informato di aver avuto contatti con il Segretario di Stato Usa Marco Rubio e con la delegazione europea a Caracas, ribadendo che l’Unione “monitora con attenzione” e considera Maduro privo di legittimazione democratica. Sulla stessa linea, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha riaffermato l’appoggio al “popolo venezuelano” e il sostegno a una “transizione pacifica e democratica”, precisando che ogni passo deve rispettare i vincoli del diritto internazionale.
Nel Parlamento europeo, la presidente Roberta Metsola rimarca il profilo politico della posizione dell’Eurocamera: i venezuelani “meritano di vivere liberi dopo anni di oppressione” e Maduro non è ritenuto “il legittimo leader eletto”. Il Consiglio europeo, per voce del presidente Antonio Costa, insiste su “de-escalation” e su una soluzione “pacifica, democratica e inclusiva”, in linea con il richiamo ai “principi della Carta delle Nazioni Unite” fatto a Madrid dal premier Pedro Sánchez.
In questo quadro, Parigi imprime un’accelerazione critica: il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot contesta la sostenibilità giuridica dell’operazione statunitense, affermando che “nessuna soluzione politica duratura può essere imposta dall’esterno” e che è stato violato il principio del non uso della forza, pilastro del diritto internazionale. Una posizione che rende evidente l’eterogeneità delle sensibilità europee pur dentro un messaggio comune di cautela e legalità.
La presa di distanza di Londra e il gelo di Starmer
Londra sceglie la cautela e si smarca dall’azione statunitense in Venezuela. Il primo ministro Keir Starmer ha chiarito che il Regno Unito “non è stato in alcun modo coinvolto” nell’operazione degli Stati Uniti e ha sospeso ogni giudizio politico in attesa di verifiche. La linea è netta: “Voglio prima accertare i fatti”, ha spiegato il premier, indicando la necessità di confrontarsi con Donald Trump e con gli alleati prima di assumere una posizione formale.
La scelta di prendere tempo segna un raffreddamento nei confronti di Washington e riflette una valutazione prudente del rischio di escalation. Downing Street evita di avallare pubblicamente la legittimità dell’intervento, mantenendo un profilo istituzionale centrato sulla verifica delle informazioni, sull’allineamento con i partner e sulla coerenza con gli obblighi internazionali. Il messaggio, implicito ma evidente, è di autonomia decisionale: nessun automatismo nel sostegno, nessuna rottura, ma distanza operativa.
Nel perimetro governativo, l’accento è sulla responsabilità e sulla tenuta del quadro multilaterale. L’assenza di endorsement immediato consente a Londra di preservare margini di manovra in ambito Nato e G7, evitando frizioni interne e internazionali. Il gelo registrato verso l’iniziativa americana, sintetizzato dalla richiesta di chiarimenti e dal rinvio del giudizio, contribuisce a evidenziare l’imbarazzo europeo e a rafforzare la domanda di una gestione fondata su diritto internazionale, de-escalation e tutela della stabilità regionale.
Crepe nell’asse transatlantico e pressioni per la de-escalation
L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela ha riaperto linee di faglia nell’asse transatlantico, esponendo divergenze su strumenti, tempi e basi giuridiche dell’azione. La richiesta europea di ancorare ogni risposta alla Carta delle Nazioni Unite contrasta con l’accelerazione di Washington, mentre le principali capitali Ue insistono su un percorso diplomatico che eviti l’innesco di una spirale regionale. La scelta di Parigi di denunciare la violazione del principio di non uso della forza e il rallentamento di Londra nel formulare una posizione consolidata segnano un campo comune di prudenza che limita la capacità di presentare un fronte pienamente coeso con gli Stati Uniti.
A Bruxelles, l’indicazione è di massimizzare la pressione politica su Nicolás Maduro senza oltrepassare le soglie del diritto internazionale. Il messaggio operativo è duplice: prevenire l’escalation e preservare canali negoziali, inclusi i contatti con gli attori regionali e le Nazioni Unite, per favorire una “transizione pacifica e democratica”. Il riferimento costante alla legittimità degli strumenti usati punta a evitare precedenti destabilizzanti e a proteggere la credibilità dell’Ue nel contesto latinoamericano, dove la sensibilità sul tema della sovranità è particolarmente acuta.
Le pressioni per una de-escalation si traducono in tre direttrici operative: coordinamento con gli alleati del G7 e della Nato per condividere intelligence e valutazioni d’impatto; sostegno a iniziative diplomatiche multilaterali in sede Onu, con enfasi su monitoraggio indipendente e protezione dei civili; rafforzamento degli strumenti restrittivi mirati già in vigore, evitando misure che aggravino la crisi umanitaria. In questo quadro, la fermezza politica verso il regime di Caracas convive con la cautela sul piano militare, per non compromettere l’equilibrio regionale né la capacità europea di mediazione.
Il raffreddamento britannico e le riserve francesi accrescono il divario tattico con Washington, ma non determinano una rottura. Prevale un approccio di “unità nella differenza”: sostegno al popolo venezuelano, delegittimazione del governo Maduro, e richiesta di soluzioni negoziate. Resta tuttavia evidente la crepa strategica: per gli Stati Uniti la rapidità dell’azione è parte della leva politica, per l’Ue il vincolo giuridico è la precondizione dell’efficacia. Questa asimmetria alimenta l’imbarazzo europeo e impone una gestione attenta dei rapporti transatlantici per evitare esiti di lungo periodo sulla cooperazione in altri dossier di sicurezza.
FAQ
- Qual è la posizione generale dell’Unione Europea sull’operazione in Venezuela?
L’Ue richiama al rispetto del diritto internazionale e della Carta Onu, sostiene la de-escalation e una transizione pacifica e democratica, senza avallare la legittimità dell’azione militare statunitense. - Perché il Regno Unito ha preso le distanze?
Keir Starmer ha chiarito che Londra non è coinvolta e ha sospeso il giudizio per verificare i fatti e consultare alleati, segnalando prudenza e autonomia decisionale. - Quali sono le principali critiche mosse dalla Francia?
Parigi, per voce del ministro Jean-Noël Barrot, contesta la legittimità dell’operazione, ritenendola in violazione del principio di non uso della forza. - In cosa consistono le crepe nell’asse transatlantico?
Divergenze su tempi e basi giuridiche dell’intervento: gli Stati Uniti privilegiano l’accelerazione operativa, l’Ue antepone vincoli legali e percorso diplomatico. - Quali misure promuove l’Ue per la de-escalation?
Coordinamento in ambito G7/Nato, iniziative in sede Onu con monitoraggio e tutela dei civili, e rafforzamento di sanzioni mirate evitando impatti umanitari. - La posizione europea implica un sostegno a Nicolás Maduro?
No. Le istituzioni europee considerano Maduro privo di legittimità democratica, ma respingono soluzioni imposte con la forza e privilegiano vie legali e diplomatiche.




