Tutela minori diventa frontiera strategica per l’industria dei servizi digitali

Tutela dei minori e potere delle piattaforme digitali
La protezione dei minori nello spazio digitale è diventata il banco di prova su cui si misurano credibilità politica delle istituzioni e responsabilità sociale delle Big Tech. La logica del “pifferaio magico” descrive bene tre decenni di strategia industriale: attrarre utenti, trattenerli e monetizzarli, spesso sacrificando diritti fondamentali in nome della crescita. Oggi il nodo non è più tecnico, ma giuridico e politico: chi deve garantire che un minore non sia esposto a contenuti e servizi inappropriati, e con quali strumenti di verifica dell’età? L’architettura del potere digitale – piattaforme, produttori di device, regolatori – è chiamata a una ridefinizione profonda del proprio ruolo.
Nel frattempo, le dinamiche di “televisionizzazione” dei social e l’economia dei like hanno reso normale una fruizione compulsiva di contenuti effimeri, dove la soglia tra svago e sfruttamento dell’attenzione infantile è sempre più labile.
Gabbie dorate e pervasività del digitale
Le grandi piattaforme hanno costruito ecosistemi chiusi che rendono onerosa, se non impossibile, l’uscita volontaria degli utenti, minori compresi. La metafora della rana bollita descrive l’aumento graduale del condizionamento: notifiche, algoritmi di raccomandazione, metriche di engagement alimentano abitudini difficili da disinnescare. Il passaggio dalla telematica degli anni ’90 ai social di massa ha completato la trasformazione: il digitale non è più un’opzione, ma un’infrastruttura della vita quotidiana. In queste condizioni, pretendere che un minore sappia difendersi da solo è giuridicamente infondato e socialmente irrealistico.
La responsabilità si sposta dunque su genitori, scuola, provider e regolatori, chiamati a intervenire prima che il “punto di non ritorno” diventi strutturale.
Televisionizzazione e valore fittizio dei like
La “televisionizzazione” delle piattaforme ha sostituito la logica interattiva originaria del web con un flusso continuo di contenuti brevi, passivi e facilmente monetizzabili. Gli utenti, inclusi i minori, consumano e producono contenuti in rapida successione, in un ciclo che premia visibilità e reazioni più che qualità e sicurezza. Il valore dei like è economicamente rilevante ma socialmente ambiguo: incentiva l’auto-esposizione e l’emulazione, spesso senza consapevolezza degli impatti reputazionali e psicologici. In questo scenario, l’assenza di un presidio effettivo sull’età degli utenti amplifica il rischio che i minori diventino materia prima dell’economia dell’attenzione, più che soggetti da tutelare.
Minori, contratti e vuoto di responsabilità
Dal punto di vista giuridico, la posizione del minore è chiara: fino alla maggiore età non dispone autonomamente dei propri diritti e i contratti stipulati senza l’intervento di chi esercita la responsabilità genitoriale sono strutturalmente fragili. Il problema è che questo principio, scritto da sempre nel codice civile, è rimasto in larga parte inapplicato nel digitale. Bastava e basterebbe una semplice comunicazione formale per contestare la validità di rapporti contrattuali conclusi da un minore online, ma famiglie e istituzioni hanno spesso rinunciato a esercitare questo potere, rifugiandosi nella retorica dei “nativi digitali” o nell’autoassoluzione dell’analfabetismo tecnologico.


Il risultato è un “liberi tutti” che scarica sui minori l’onere di orientarsi in un ambiente pensato per adulti.
Il nodo dei contratti conclusi dai minori
In teoria, qualunque piattaforma che accetti termini di servizio da un minore senza adeguata verifica dell’età si espone a rischi di nullità o annullabilità del contratto. In pratica, la scala globale dei servizi digitali e l’inerzia delle famiglie hanno reso questa tutela quasi virtuale. L’asimmetria informativa fra colossi tecnologici e utenti minorenni rende difficile anche la semplice consapevolezza di aver sottoscritto un contratto. Nel frattempo, i dati personali del minore vengono trattati come se il consenso fosse pienamente valido. Questo cortocircuito normativo apre un fronte sensibile per il diritto dei consumatori, la protezione dei dati e la responsabilità civile degli operatori.
Strumenti giuridici ignorati e responsabilità educative
La possibilità per chi esercita la responsabilità genitoriale di invalidare contratti conclusi dal minore è stata poco utilizzata anche per mancanza di alfabetizzazione giuridica e digitale. Chi avrebbe dovuto esercitare funzioni di controllo si è spesso limitato a delegare alle piattaforme la gestione della sicurezza, accettando strumenti di parental control e impostazioni di default come surrogati di un presidio effettivo. Questo vuoto ha favorito l’espansione di modelli di business che trattano il minore come adulto contrattuale, pur sapendo che la legge non lo consente. Ripartire da questi strumenti, con il supporto di autorità come il Garante privacy e le autorità di settore, è essenziale per ricomporre il quadro delle responsabilità.
Regolazione europea, IT Wallet e prove generali di verifica dell’età
Il regolamento europeo sui servizi digitali (DSA) ha introdotto il principio “conosci il tuo cliente” anche nel digitale, imponendo alle piattaforme maggiori responsabilità nella gestione degli utenti, inclusa la verifica dell’età. Parallelamente, alcuni Stati stanno sperimentando soluzioni drastiche: l’Australia con limiti severi all’accesso dei minori ai social, la Danimarca con un ripensamento radicale dell’uso delle tecnologie digitali a scuola, l’Italia con la sperimentazione di IT Wallet come strumento di identificazione unificata. Queste iniziative mostrano una convergenza: senza un’infrastruttura affidabile di identità digitale, la tutela effettiva dei minori rimane retorica.
Resta aperta la questione: identificare per vendere meglio o per proteggere davvero?
Produttori di device come identification provider
Trasformare produttori di hardware e sistemi operativi in identification provider con valore legale significherebbe attribuire a soggetti privati un ruolo quasi pubblico. Dal punto di vista tecnico, integrare sistemi di identificazione forte sui device è possibile; il nodo è politico ed economico. Un modello in cui il login al sistema operativo certifica età e identità dell’utente potrebbe semplificare la vita agli sviluppatori di app, ma aumenterebbe la concentrazione di potere informativo in poche mani. Inoltre, imporrebbe sacrifici in termini di raccolta dati e ampiezza della base utenti, con potenziali resistenze da parte dell’industria.
Piattaforme, anonimato relativo e limiti della sola verifica d’età
Alcune soluzioni propongono di separare verifica dell’età e identità, consentendo l’accesso anonimo ma limitando funzionalità e contenuti per fasce d’età. Questo modello mira a bilanciare privacy e protezione, ma mostra limiti nei contratti a distanza: per la validità giuridica non basta sapere che l’utente è maggiorenne, occorre sapere chi è. Il caso di Discord è emblematico: gli utenti che accedono a contenuti espliciti sono trattati come “minorenni by default”, con restrizioni progressive rimosse solo dopo verifica della maggiore età tramite scansione facciale e analisi dei dati d’uso. I dati biometrici restano sul terminale, ma i risultati della profilazione no: un compromesso che solleva interrogativi stringenti sulla reale tutela della privacy.
FAQ
Perché la verifica dell’età online è diventata centrale
Perché l’accesso dei minori a contenuti e servizi ad alto rischio (pornografia, gambling, piattaforme iper-addictive) è ormai strutturale. Senza meccanismi robusti di verifica, ogni strategia di tutela resta inefficace davanti a modelli di business costruiti sull’attenzione dei più giovani.
Che cosa prevede il DSA sulla tutela dei minori
Il Digital Services Act impone obblighi di valutazione del rischio, mitigazione dei contenuti nocivi e maggiore trasparenza algoritmica, con attenzione specifica ai minori. Non definisce però uno standard unico di verifica dell’età, lasciando spazio a soluzioni nazionali e di mercato.
Qual è il ruolo delle famiglie nella protezione digitale
La legge attribuisce a genitori e tutori il potere e il dovere di intervenire sui rapporti contrattuali conclusi dal minore e di limitarne l’accesso a servizi non appropriati. Senza questo presidio, gli strumenti regolatori e tecnici risultano parzialmente vanificati.
Che cosa cambia con IT Wallet in Italia
IT Wallet punta a offrire un’identità digitale unificata per l’accesso ai servizi online, anche in coerenza con il codice civile. Se integrato nei meccanismi di verifica dell’età, potrebbe diventare un tassello chiave per distinguere in modo affidabile utenti maggiorenni e minorenni.
Perché l’uso di dati biometrici pone problemi
Perché, anche quando i dati grezzi restano sul dispositivo, gli esiti della profilazione (es. stima dell’età, pattern d’uso) costituiscono informazioni sensibili. Il loro trattamento centralizzato può generare rischi di sorveglianza e discriminazione difficili da controllare.
In che modo le Big Tech influenzano le scelte regolatorie
Le grandi piattaforme incidono sui processi normativi tramite lobbying, standard tecnici e condizioni d’uso globali. Spesso propongono soluzioni proprietarie alla verifica dell’età che coincidono con i loro interessi di raccolta dati e fidelizzazione degli utenti.
Qual è la posta in gioco nel procedimento davanti al TAR Lazio
L’ordinanza cautelare del TAR Lazio del 31 gennaio 2026 ha sospeso l’obbligo di verifica dell’età per i siti pornografici previsto dal “decreto Caivano”. L’esito del giudizio, fissato per l’11 marzo 2026, potrebbe orientare le future politiche italiane ed europee sulla tutela dei minori online.
Qual è la domanda aperta evocata da ALCEI nella fonte originale
Trent’anni fa ALCEI chiese ai parlamentari europei del Consumer Forum Intergroup: “Lascereste un bambino da solo sull’autostrada?”. La stessa domanda, riproposta nell’articolo originale di la Repubblica, resta oggi il criterio essenziale per giudicare la responsabilità di piattaforme e istituzioni nel digitale.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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