Trump sconvolge il copione: l’arma retorica più antica torna al centro del suo attacco
Ritiro apparente e continuità strategiche
Da oltre due decenni, gli Stati Uniti oscillano tra annunci di disimpegno globale e interventi mirati che confermano una continuità strategica radicata. L’idea del “ritiro” prende forma dopo le campagne in Afghanistan e Iraq, quando l’opinione pubblica e le élite a Washington registrano costi altissimi e benefici incerti. Quell’esperienza erode il mito della solidarietà occidentale costruita nel Novecento, archivia le grandi narrazioni ideologiche e sposta il baricentro del consenso interno: meno missioni di principio, più selezione degli obiettivi secondo interesse nazionale.
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Le amministrazioni di Barack Obama tentano una riduzione dell’esposizione, frenata dalle crisi a catena in Medio Oriente: l’avanzata dell’ISIS, la guerra civile in Siria, il riassetto regionale. L’“overstretch” diventa evidente, ma non reversibile in tempi rapidi. In questo contesto matura una percezione diffusa: il rapporto costi/benefici della proiezione globale va ricalibrato. È qui che attecchisce, molto prima dei tweet presidenziali, la disputa sugli oneri NATO e lo sbilanciamento a carico degli USA.
Donald Trump capitalizza quel sentimento. La promessa di ridurre gli impegni improduttivi all’estero si traduce in decisioni simboliche — come il ritiro dall’Afghanistan, poi completato da Joe Biden — e in una dottrina operativa semplice: intervenire solo dove il ritorno per gli interessi americani è tangibile e rapido. L’isolazionismo, in questa logica, non è principio ma strumento. Ne derivano due effetti convergenti: disattenzione selettiva verso teatri ritenuti marginali e disponibilità a usare la forza, senza mediazioni multilaterali, quando risorse o sicurezza sono in gioco.
La cornice internazionale si adegua a questo schema. L’indifferenza alle sedi multilaterali e la centralità del negoziato bilaterale rafforzano la libertà d’azione di attori come Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, che leggono il disimpegno statunitense come spazio di manovra. Allo stesso tempo, l’iper-selettività americana mantiene intatta la capacità di colpire dove interessa, con tempi e modalità decisi a Washington, senza vincoli parlamentari o consultazioni formali con alleati e organismi internazionali.
In questo quadro, l’azione contro il Venezuela di Nicolás Maduro non contraddice ma conferma la traiettoria: riduzione dei costi sistemici, rifiuto dell’interventismo “valoriale”, prontezza nell’uso della forza quando l’obiettivo strategico è definito. Il “ritiro” resta apparente; la continuità è nella priorità assegnata all’interesse nazionale, riformulato in chiave transazionale e priva di vincoli ideologici. È la stessa architettura del potere americano, aggiornata all’era del calcolo immediato dei rendimenti.
Obiettivi energetici e calcolo del “benessere americano”
Nel perimetro decisionale di Washington, il dossier Venezuela è prima di tutto una questione di risorse: le più ampie riserve di petrolio al mondo e un patrimonio di gas naturale cruciale per il bilancio energetico dell’emisfero occidentale. L’intervento contro il governo di Nicolás Maduro si inserisce in una logica di priorità economica: assicurare forniture stabili e prevedibili per attenuare pressioni su prezzi, inflazione e catene del valore energetiche statunitensi, in una fase in cui la domanda interna è spinta dall’espansione di intelligenza artificiale, automazione e data center ad alto consumo.
L’equazione strategica è lineare: se la “guerra per i principi” non garantisce ritorni misurabili, si privilegia l’azione diretta quando risorse vitali e infrastrutture energetiche sono esposte a rischi. Le sanzioni e i ritardi tecnologici hanno compresso la capacità produttiva venezuelana, ma l’asset rimane decisivo nel medio periodo. Ridurre l’incertezza politica a Caracas, promuovere un esecutivo “compatibile” e ristabilire canali operativi con le major consentirebbe di aumentare output e affidabilità, con effetti immediati sulle aspettative dei mercati e sui costi di approvvigionamento degli USA.
La dottrina di Donald Trump interpreta l’“isolazionismo” come leva negoziale, non come rinuncia alla forza. Ne deriva una selettività interventista: disimpegno dove l’interesse è marginale, proiezione muscolare dove sono in gioco combustibili fossili, rotte logistiche e price stability. In questo quadro, il richiamo ai diritti umani o al narcotraffico funge da cornice retorica, mentre il driver operativo resta il contenimento dell’inflazione, considerata il principale avversario politico ed economico nel ciclo elettorale. Stabilizzare il fronte energetico significa sostenere il “benessere americano” attraverso minori costi per imprese e consumatori, tutela del dollaro e margini di manovra per la politica fiscale e monetaria.
L’obiettivo finale è creare un corridoio energetico emisferico affidabile, riducendo l’esposizione a shock mediorientali e alla volatilità delle forniture extra-regionali. La strategia punta a tre risultati: riattivare capacità produttive venezuelane con supporto tecnologico e finanziario; assicurare priorità di off-take per operatori statunitensi; blindare contratti di lungo termine che mitigano i cicli dei prezzi. È un approccio transazionale e privo di mediazioni multilaterali, coerente con la premessa di fondo: prima la sicurezza delle risorse, poi ogni altra considerazione.
Il ritorno del Novecento e il nuovo unilateralismo USA
Il baricentro dell’azione statunitense in America Latina riattiva una memoria storica che affonda nel Novecento, quando Washington trattava il continente come propria retrovia strategica. Non si ripete il copione dei colpi di Stato targati Guerra fredda, ma riaffiora la stessa logica di proiezione del potere: intervenire, ridefinire gli equilibri locali, consolidare un ordine funzionale agli interessi americani. La differenza sta nei metodi, non nell’impianto: meno operazioni coperte e ideologia, più velocità decisionale, legittimazione minima e un lessico politico improntato alla transazione.
La postura di Donald Trump sancisce un unilateralismo esplicito: il ricorso alla forza viene scelto in autonomia, senza passaggi obbligati in sedi multilaterali e con un coinvolgimento congressuale ridotto all’essenziale. L’architettura internazionale è trattata come cornice opzionale, non come vincolo. Questo schema produce due effetti. Primo: massimizza la libertà d’azione, comprimendo tempi e costi procedurali. Secondo: trasferisce su alleati e rivali l’onere di adattarsi a decisioni già prese, ridefinendo ex post il perimetro della legittimità. È un modello che privilegia il risultato operativo alla costruzione del consenso internazionale.
La selezione del Venezuela come teatro prioritario conferma la torsione post-ideologica della politica estera americana: non “esportazione della democrazia”, ma gestione di rischi e opportunità secondo criteri di utilità immediata. Il richiamo ai diritti umani e alla lotta al narcotraffico funge da dispositivo di giustificazione, mentre la sostanza è la messa in sicurezza di asset strategici. In questo senso, il caso venezuelano assomiglia più a un atto di manutenzione geopolitica dell’emisfero che a una campagna punitiva: stabilizzare, sostituire leadership ostili con esecutivi compatibili, garantire accesso preferenziale a risorse e contratti.
Rispetto ai precedenti latinoamericani, la continuità principale è la dottrina della “sfera di influenza” applicata al Sud globale occidentale; la discontinuità è l’assenza di una grande narrazione antagonista che regga la scena (niente URSS, niente “guerre al terrore” come cardine ideologico). La legittimazione è affidata ai risultati economici: prezzi energetici sotto controllo, stabilità interna, catene del valore presidiate. È una razionalità fredda che sposta il cuore del dibattito dalla legalità internazionale alla performance domestica.
Questo approccio impone una rilettura delle dinamiche regionali. Gli attori locali, da Caracas alle capitali limitrofe, sono spinti a riposizionarsi tra convenienza e resistenza, mentre i partner tradizionali degli USA in Europa e nel Pacifico devono misurarsi con un alleato meno prevedibile, più esigente e poco incline a coalizioni formalizzate. Per gli avversari sistemici, dal Kremlino a Pechino, l’effetto è ambivalente: l’unilateralismo apre spiragli tattici nelle aree trascurate, ma riduce i tempi di reazione quando Washington decide di agire in modo chirurgico su dossier ritenuti vitali.
Il risultato è un ibrido: il ritorno di pratiche di potenza proprie del Novecento adattate a un ecosistema decisionale iper-accelerato. La forza non viene proiettata per rifare l’ordine mondiale, ma per modificare selettivamente equilibri locali con impatto diretto sul “conto economico” nazionale. La misurazione del successo non è la vittoria totale, bensì la riduzione del rischio e la protezione degli interessi. In questo quadro, il precedente venezuelano funziona da segnale: le relazioni internazionali tornano terreno di azione unilaterale, disintermediata e orientata al rendimento, con la politica interna come metro finale di valutazione.
FAQ
- Perché l’intervento in Venezuela richiama pratiche del Novecento?
Per l’uso della forza per plasmare equilibri regionali e proteggere interessi strategici nell’emisfero, in continuità con la logica delle “sfere di influenza”. - Cosa distingue il nuovo unilateralismo USA dalle strategie passate?
Decisioni rapide, scarsa mediazione multilaterale, legittimazione basata sui risultati economici interni più che su narrative ideologiche. - Qual è il ruolo dei diritti umani e del narcotraffico nel discorso ufficiale?
Funzionano da cornice retorica; il driver operativo resta la messa in sicurezza di risorse e stabilità dei prezzi. - In che modo l’azione in Venezuela incide sugli alleati degli USA?
Li costringe a riallinearsi a decisioni unilaterali già assunte, riducendo lo spazio per consultazioni e compromessi multilaterali. - Quali continuità e discontinuità emergono rispetto alla Guerra fredda?
Continuità nella proiezione d’influenza in America Latina; discontinuità nell’assenza di una grande narrativa ideologica e nella centralità del rendimento economico. - Che segnale invia il caso Venezuela a Russia e Cina?
Indica che Washington è pronta ad azioni selettive e rapide su dossier strategici, pur lasciando spazi tattici in aree considerate non prioritarie.




