Trump e Groenlandia, il piano nascosto emerso da un vecchio libro rivela ambizioni geopolitiche oltre ogni previsione

Indice dei Contenuti:
La strategia di Trump sulla Groenlandia è stata scritta nel 1987
Il manuale del 1987 dietro la crisi
La mossa di **Donald Trump** sulla **Groenlandia** non nasce dall’improvvisazione, ma da un copione vecchio di decenni, codificato in The Art of the Deal, scritto con il giornalista **Tony Schwartz** nel 1987. Il testo, che l’autore definì in seguito “il più grande rimpianto della sua vita”, anticipa la traduzione brutale del linguaggio immobiliare alla geopolitica.
In pochi giorni di gennaio, il presidente ha creato e disinnescato una crisi artificiale attorno all’isola, applicando alla lettera il metodo del dealmaker: minaccia massima, pressione sui mercati, uso della **NATO** come leva e gestione dei media come palcoscenico del negoziato. Il messaggio a governi e investitori: gli Stati Uniti “hanno bisogno” della Groenlandia per la sicurezza nazionale e qualsiasi alternativa è “inaccettabile”.
La sequenza è stata calibrata sui tempi della finanza globale e del **World Economic Forum di Davos**, trasformando un’idea irrealistica – l’“acquisto” di un territorio danese – in un test di potere, credibilità e paura. Per comprendere il caso Groenlandia, bisogna leggere non i documenti diplomatici, ma l’autobiografia strategica di Trump.
Le cinque regole applicate alla Groenlandia
Nel libro, Trump condensa il suo metodo in cinque regole chiave: puntare in alto, avere una BATNA credibile, usare la leva, lasciare che siano gli altri a trovare il compromesso, sfruttare le fantasie. Sulla Groenlandia, la prima mossa è stata l’escalation verbale su **Truth Social** e l’innalzamento del prezzo del rischio: dazi del 10% per otto alleati **NATO**, in crescita al 25%, legati a un “accordo per l’acquisto completo e totale”.
I mercati hanno reagito con un sell-off da circa 1.300 miliardi di dollari, il **Nasdaq** in forte calo, l’Europa in allarme e proteste con slogan “Giù le mani dalla Groenlandia”. Nel frattempo, Trump ha alimentato l’ambiguità strategica, evocando una BATNA quasi distruttiva: la possibilità implicita di far saltare gli equilibri dell’alleanza atlantica pur di ottenere concessioni sull’Artico.
Il presidente francese **Emmanuel Macron** ha denunciato l’uso dei dazi come arma contro la sovranità territoriale, definendo l’approccio un ricatto da “bullo”. Ma proprio questa percezione di imprevedibilità – “a volte paga essere un po’ folli”, scrive nel libro – è parte essenziale della minaccia negoziale.
Leva, compromesso altrui e fantasie di potenza
Trump sostiene che la vera forza nei negoziati è la leva: possedere ciò di cui l’altro non può fare a meno. Nessun paese europeo può realisticamente immaginare un futuro senza ombrello **NATO** e garanzie militari statunitensi. Da qui il colpo di scena a **Davos**: un discorso programmato prima dell’apertura dei mercati in cui esclude l’uso della forza per la Groenlandia, rassicurando investitori e alleati e innescando un forte rimbalzo delle borse.
Ore dopo, con il segretario generale dell’alleanza **Mark Rutte**, Trump annuncia un “quadro per un futuro accordo” sulla sicurezza artica. Nella logica del libro, è l’altra parte a costruire il compromesso: accordi quadro, accessi speciali, nuove intese operative. Il presidente incornicia l’intesa come “accesso totale” alla Groenlandia “senza fine”, pur partendo da un contesto in cui gli **Stati Uniti** già godono di ampi diritti militari grazie al trattato di difesa del 1951 con la **Danimarca**.
L’ultimo tassello è la gestione delle fantasie collettive: dominio americano sulle rotte artiche, contenimento di **Russia** e **Cina**, sfruttamento delle nuove vie marittime aperte dai ghiacci che si sciolgono. Anche un aggiustamento marginale può essere venduto come svolta storica, perché – scrive Trump – “la gente vuole credere che qualcosa sia la più grande, la più grandiosa e la più spettacolare”.
FAQ
D: Perché la strategia sulla Groenlandia è legata a un libro del 1987?
R: Perché molte mosse di Trump ricalcano le regole di negoziazione descritte in The Art of the Deal, pubblicato nel 1987.
D: Che ruolo ha avuto Tony Schwartz in questa storia?
R: Il giornalista **Tony Schwartz** ha co-scritto il libro, codificando il modello negoziale poi replicato da Trump in politica estera.
D: Cosa significa puntare in alto nel caso Groenlandia?
R: Significa formulare una richiesta massima – l’“acquisto” dell’isola – sapendo che il vero obiettivo è un accordo molto più limitato.
D: Cos’è la BATNA evocata da Trump?
R: È l’alternativa migliore in caso di mancato accordo, usata come minaccia credibile per spingere l’altra parte a cedere.
D: In che modo la NATO è stata usata come leva?
R: Collegando dazi commerciali e cooperazione militare alla disponibilità europea a negoziare sulla sicurezza artica.
D: L’accordo ha davvero cambiato gli equilibri in Groenlandia?
R: Le informazioni indicano un potenziamento di accessi e coordinamento più che una rivoluzione degli assetti esistenti.
D: Qual è il ruolo delle fantasie pubbliche in questa strategia?
R: Trump amplifica sogni di potenza e controllo artico per far apparire ogni intesa come una vittoria epocale.
D: Qual è la fonte giornalistica originale di questa ricostruzione?
R: L’analisi sulla crisi della Groenlandia e sul legame con il libro del 1987 è apparsa originariamente su **Fortune.com**.




