TikTok Stati Uniti nel mirino: cosa non ti viene mostrato davvero
Censura algoritmica e glitch sui social
Negli ultimi mesi numerosi creator statunitensi hanno segnalato un improvviso crollo delle visualizzazioni, con video fermi a “zero views”, limiti alla distribuzione e perfino ban di account legati a contenuti su Palestina, critiche a Donald Trump, all’agenzia ICE o anche solo alla menzione di Jeffrey Epstein nei messaggi privati. Per molti utenti non si tratterebbe di semplici bug, ma di una forma di moderazione opaca che colpisce temi politici sensibili. Questi episodi si sovrappongono a un clima di forte polarizzazione negli Stati Uniti, dove la narrazione sui conflitti internazionali e sulla giustizia sociale è sempre più filtrata da piattaforme private.
La dinamica tecnica più citata è lo “shadow ban”: il contenuto non viene rimosso in modo esplicito, ma la sua distribuzione è limitata dall’algoritmo, rendendolo quasi invisibile a chi non segue già il creator. In assenza di notifiche chiare, gli utenti si affidano a test empirici, come il caricamento di video di prova o il confronto dei dati di engagement prima e dopo specifici post. Molti riportano un pattern ricorrente: penalizzazioni improvvise subito dopo aver trattato determinati argomenti geopolitici o figure politiche controverse.
Questa situazione alimenta la percezione di una “censura soft”, difficile da misurare ma evidente nell’impatto sulla portata organica e sulla libertà di espressione digitale.
Nuova struttura proprietaria e timori sulla privacy
Pochi giorni prima dell’escalation delle segnalazioni è stato finalizzato l’accordo che separa le operazioni statunitensi della piattaforma dal business globale, con il passaggio sotto il controllo di TikTok USDS Joint Ventures LLC, nuova società privata a maggioranza statunitense incaricata di gestire l’app negli USA. Subito dopo il cambio di gestione si sono verificati blackout del servizio, difficoltà di accesso e problemi di login per migliaia di utenti, alimentando sospetti su possibili interventi tecnici profondi sui sistemi di backend e sui sistemi di moderazione.
Alla ripresa del servizio, molti iscritti hanno dovuto accettare nuovi Termini di Servizio, giudicati da attivisti e studiosi della privacy particolarmente invasivi. Le condizioni aggiornate avrebbero ampliato la possibilità di raccolta dati, inclusi metadati, informazioni sul dispositivo e pattern di interazione con i contenuti, nonché la condivisione con partner e soggetti terzi. Alcuni giuristi sottolineano il rischio di una profilazione estremamente granulare, capace di collegare preferenze politiche, posizioni geografiche e reti sociali, con potenziali implicazioni in ambito di sicurezza nazionale e campagne di disinformazione mirate.
La coincidenza temporale tra il passaggio a TikTok USDS, i nuovi termini e i presunti filtri politici ha rafforzato interrogativi sulla reale indipendenza della piattaforma rispetto alle pressioni governative.
Impatto su democrazia digitale, creator e informazione
Per i creator indipendenti, in particolare giornalisti freelance, attivisti e piccoli media, l’eventuale combinazione fra filtri algoritmici e termini d’uso sbilanciati rappresenta una minaccia concreta al pluralismo informativo. Se contenuti su Palestina, politiche migratorie legate a ICE o figure controverse come Donald Trump e Jeffrey Epstein vengono penalizzati, il dibattito pubblico online rischia di essere distorto a favore di narrazioni più “sicure” per gli inserzionisti o per gli equilibri politici nazionali.
Le organizzazioni per i diritti digitali chiedono maggiore trasparenza: report dettagliati sui sistemi di moderazione, audit indipendenti degli algoritmi di raccomandazione e la possibilità di contestare automaticamente decisioni di rimozione, demonetizzazione o downranking. Sul fronte SEO e distribuzione, redazioni e creator stanno diversificando la presenza su più piattaforme, investendo in newsletter e siti proprietari per ridurre la dipendenza da un singolo intermediario. In parallelo, studiosi di comunicazione digitale ricordano che il controllo dell’attenzione è il nuovo terreno di scontro geopolitico: chi gestisce i flussi informativi sulle grandi piattaforme influenza indirettamente percezioni pubbliche, campagne elettorali e reazioni alle crisi internazionali.
In assenza di regole più chiare, il rischio è che glitch e “zero views” diventino il nuovo volto, difficile da dimostrare, della censura nel web sociale.
FAQ
D: Perché alcuni video rimangono a zero visualizzazioni?
R: Creatori e analisti parlano di possibili bug o di downranking algoritmico legato a temi politici sensibili.
D: Quali argomenti risultano più a rischio limitazioni?
R: Contenuti su Palestina, critiche a Donald Trump, all’agenzia ICE e riferimenti a Jeffrey Epstein sono spesso citati dagli utenti nelle segnalazioni.
D: Che cos’è TikTok USDS Joint Ventures LLC?
R: È la società privata che ora controlla le operazioni della piattaforma negli Stati Uniti, separandole dal business globale.
D: Cosa preoccupava dei nuovi Termini di Servizio?
R: La maggiore raccolta di dati, la condivisione con terzi e la scarsità di informazioni sulle logiche di moderazione automatizzata.
D: Come possono tutelarsi i creator?
R: Diversificando i canali, salvando le proprie librerie di contenuti e documentando con screenshot eventuali anomalie di reach.
D: Le limitazioni sono sempre una forma di censura?
R: Non necessariamente: possono derivare anche da errori tecnici o aggiornamenti non ottimizzati degli algoritmi.
D: Qual è il ruolo delle autorità di regolazione?
R: Possono imporre obblighi di trasparenza, audit indipendenti e tutele per la libertà di espressione online.
D: Qual è la fonte principale delle denunce degli utenti?
R: Le segnalazioni arrivano direttamente da creator statunitensi attivi sulla piattaforma, che documentano glitch e “zero views” in post pubblici e discussioni online.




