Tamburi, dal gesto silenzioso al dormitorio che cambia una comunità
Nuove ombre sull’inchiesta e ruolo delle istituzioni
L’indagine sulla tragedia che ha sconvolto la comunità continua ad allargarsi, con gli indagati saliti a quattro: oltre ai due gestori del locale, ora nel registro figurano anche l’attuale responsabile della sicurezza pubblica del Comune e il suo predecessore. Le posizioni di chi, per anni, ha avuto il compito di vigilare sui controlli amministrativi e sulla sicurezza dei locali pubblici finiscono così al centro del fascicolo della Procura.
Secondo quanto trapela dagli ambienti investigativi, l’attenzione si concentra sui verbali delle ispezioni, sulle autorizzazioni rilasciate e sulle eventuali segnalazioni trasmesse – o mai inviate – agli organi competenti. Gli inquirenti stanno ricostruendo in dettaglio se vi siano state omissioni, sottovalutazioni di rischio o prassi consolidate che abbiano portato a “chiudere un occhio” su carenze strutturali e gestionali.
Il procedimento penale ora non guarda più solo all’operato dei privati, ma all’intera catena di responsabilità pubblica. In gioco non c’è soltanto l’accertamento delle colpe individuali, bensì la verifica di un sistema di controlli che, se ritenuto inefficace o superficiale, potrebbe aver contribuito in maniera determinante all’esito drammatico della serata.
La voce del padre di Giovanni e la richiesta di giustizia piena
In questo quadro si inseriscono le parole cariche di dolore e determinazione del padre di Giovanni Tamburi, che a il Resto del Carlino ha commentato l’iscrizione dei nuovi indagati: «Finalmente, speriamo sia il primo passo verso una giustizia piena per Giovanni e tutti gli altri ragazzi». Una frase che racchiude l’attesa di chi, da mesi, chiede risposte chiare dallo Stato e dalla magistratura.
Nei giorni scorsi il padre aveva già espresso una posizione netta: «Giusto l’arresto dei gestori, anche loro devono pagare, ma sono più colpevoli quelli che non hanno fatto i controlli». Nel suo racconto, le responsabilità maggiori ricadono su quelle autorità che, chiamate a verificare il rispetto delle norme di sicurezza nel locale, avrebbero «lasciato correre» di fronte a criticità che, se affrontate in tempo, avrebbero potuto «salvare delle vite».
L’accusa, durissima, è quella di una negligenza istituzionale: controlli formalmente eseguiti ma sostanzialmente inefficaci, firme apposte su carte che non rispecchiavano la reale situazione. «Spero che un giorno anche quelle persone paghino per i loro errori, perché hanno fallito», ribadisce il padre, chiedendo che il processo non si fermi ai livelli più visibili, ma risalga fino a chi aveva il dovere legale di prevenire, non solo di intervenire dopo la tragedia.
Controlli, responsabilità diffusa e fiducia pubblica
Il caso riapre il dibattito nazionale sul ruolo dei controlli nei luoghi di intrattenimento e sulla responsabilità diffusa tra privati e pubbliche amministrazioni. La posizione del padre di Giovanni Tamburi mette al centro un tema cruciale: non basta individuare l’errore del singolo gestore, se l’intero sistema di vigilanza non funziona o si limita a un adempimento burocratico. Gli esperti di sicurezza ricordano che il controllo efficace è quello che verifica davvero capienza, vie di fuga, impianti, piani di emergenza.
Quando queste verifiche diventano routine svuotate di contenuto, la conseguenza è una filiera di responsabilità frammentate, in cui tutti hanno firmato ma nessuno ha davvero visto. Per i familiari delle vittime, il riconoscimento di questa responsabilità “alta” è parte integrante della giustizia: non si tratta solo di pene, ma di verità sulle catene decisionali che hanno permesso al rischio di crescere silenziosamente.
La Procura, ora, dovrà stabilire se vi siano prove concrete di omissioni e se l’eventuale mancato rispetto dei protocolli possa configurare reati come il disastro colposo o l’omicidio colposo plurimo. Sullo sfondo resta la questione della fiducia pubblica: ogni falla nei controlli incrina la percezione che lo Stato sappia proteggere i cittadini nei luoghi di svago, rendendo indispensabile una revisione rigorosa di norme, prassi e responsabilità individuali.
FAQ
D: Quanti sono al momento gli indagati?
R: Gli indagati sono quattro: i due gestori del locale, l’attuale responsabile della sicurezza pubblica del Comune e il suo predecessore.
D: Perché sono finiti sotto inchiesta anche i funzionari pubblici?
R: Perché avevano competenze sui controlli e sulle autorizzazioni del locale, e la Procura vuole capire se vi siano state omissioni o negligenze.
D: Cosa chiede il padre di Giovanni Tamburi?
R: Chiede una «giustizia piena» per Giovanni e gli altri ragazzi, e che rispondano anche coloro che non hanno eseguito correttamente i controlli.
D: Come giudica il padre l’arresto dei gestori del locale?
R: Lo considera «giusto», ma sottolinea che a suo avviso sono «più colpevoli» le autorità che non hanno vigilato adeguatamente.
D: Quali controlli sono finiti nel mirino degli inquirenti?
R: Le ispezioni amministrative e di sicurezza, le autorizzazioni rilasciate e l’eventuale sottovalutazione di criticità strutturali e gestionali.
D: Di quali reati potrebbero rispondere gli indagati?
R: L’ipotesi, da verificare, riguarda forme di responsabilità colposa, come l’omicidio colposo plurimo e il disastro colposo, legate a omissioni di controllo.
D: Perché il caso è rilevante per la sicurezza nei locali pubblici?
R: Perché mette in discussione l’efficacia del sistema di vigilanza e la capacità delle istituzioni di prevenire tragedie in luoghi molto frequentati dai giovani.
D: Qual è la fonte delle dichiarazioni del padre di Giovanni Tamburi?
R: Le dichiarazioni sono state rilasciate al quotidiano il Resto del Carlino, indicato come fonte originale.




