Strage Crans-Montana, nuova pista inquietante sconvolge le indagini ufficiali
Fiamme, sospetti e silenzi
Il rogo che ha devastato Crans-Montana, causando 40 morti e 116 feriti, è diventato il simbolo di una frattura profonda tra cittadini e istituzioni. Le fiamme si sono spente, ma l’incendio delle polemiche continua ad alimentarsi ogni giorno, soprattutto nel cantone del Vallese, dove il peso delle relazioni personali sembra intrecciarsi con la gestione della giustizia. La procura di Sion, guidata da Beatrice Pilloud, è finita al centro di contestazioni crescenti per le scelte compiute nella fase più delicata dell’inchiesta.
Il rifiuto della richiesta di nominare un procuratore straordinario, avanzata dagli avvocati delle famiglie delle vittime, ha accentuato la percezione di un sistema chiuso, impermeabile allo sguardo esterno. L’idea di una “cricca di Crans-Montana” non è più solo un sussurro di paese, ma un’accusa pubblica che attraversa talk show, aule giudiziarie e social network, alimentata da dichiarazioni nette come quelle dell’avvocato Sebastien Fanti, secondo cui “qui giocano tutti insieme a golf”.
Le parole del padre del sedicenne bolognese Giovanni Tamburi, una delle giovani vittime, hanno dato un volto e una voce alla sfiducia: “Vogliamo che il giudice non appartenga alla cricca di Crans-Montana”. In queste frasi si condensa il dolore di chi teme che legami personali, amicizie e consuetudini sociali possano pesare più del diritto alla verità.
Il caso ha così travalicato i confini locali, diventando un banco di prova per la credibilità della giustizia svizzera agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.
Inchiesta tra ritardi e conflitti d’interesse
Al centro delle contestazioni ci sono le presunte irregolarità procedurali che avrebbero segnato l’inchiesta fin dalle prime ore. Le perquisizioni effettuate solo il 5 gennaio, giorni dopo il rogo, sono state bollate dagli esperti come un ritardo inaccettabile in un’indagine che richiede la massima tempestività nella raccolta delle prove. In parallelo, la scomparsa di account e post collegati al locale Le Constellat mentre le vittime non erano ancora state identificate solleva interrogativi pesanti sulla tutela delle tracce digitali.
Il sequestro tardivo dei telefoni cellulari dei presenti e il mancato coinvolgimento formale del Comune nelle indagini alimentano il sospetto di una sorta di zona franca istituzionale. A rendere ancora più incandescente il clima è arrivata la revoca del fascicolo al sostituto procuratore Marie Grétillat il 7 gennaio, da parte della stessa Beatrice Pilloud. Una decisione maturata dopo le critiche per aver escluso i legali delle famiglie dalle audizioni dei testimoni, scelta definita “senza dubbio indecente” dall’avvocato Romain Jordan.
Secondo Jordan, la conferenza stampa concessa al sindaco e il suggerimento di avvocati “amici” da parte della procura sarebbero il segnale di una rete di prossimità fra amministratori, magistrati e professionisti. “Nel Vallese tutti gli avvocati e i procuratori si conoscono”, ha denunciato, evocando l’immagine di un sistema in cui i ruoli di controllore e controllato rischiano di sovrapporsi pericolosamente.
Questa percezione mina la fiducia in un’inchiesta che dovrebbe apparire non solo corretta, ma anche visibilmente imparziale.
Pressione internazionale e richiesta di trasparenza
Di fronte alla crescente sfiducia, il coinvolgimento diretto dell’Italia ha rappresentato una svolta politica e giudiziaria. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha spinto per la creazione di “squadre investigative comuni”, un meccanismo di cooperazione che consente alle autorità italiane di partecipare alle attività di indagine sul suolo elvetico. Per le famiglie delle vittime italiane, questa presenza è percepita come un argine potenziale alle pressioni locali e alle opacità.
La collaborazione transnazionale, già sperimentata in casi di terrorismo e criminalità organizzata, viene ora applicata a una tragedia civile che interroga gli standard di sicurezza, i controlli amministrativi e le responsabilità penali. L’auspicio degli avvocati è che l’incrocio di competenze tra magistrature diverse contribuisca a ricostruire con maggiore precisione la catena degli eventi: dai permessi concessi al locale Le Constellat alle eventuali violazioni delle norme antincendio, fino al ruolo delle autorità comunali e cantonali.
Nel frattempo, l’opinione pubblica si interroga su come evitare che casi simili finiscano intrappolati in logiche di protezione territoriale. Esperti di diritto comparato sottolineano la necessità di rafforzare gli strumenti di controllo esterno sulle procure, soprattutto in contesti ristretti come quello del Vallese, dove la prossimità sociale può trasformarsi in conflitto d’interessi strutturale.
La battaglia delle famiglie non riguarda solo l’accertamento di colpe individuali, ma anche la richiesta di un modello di giustizia più trasparente, verificabile e aperto allo scrutinio internazionale.
FAQ
D: Quante vittime ha causato il rogo di Crans-Montana?
R: L’incendio ha provocato 40 morti e 116 feriti, secondo i dati diffusi dalle autorità svizzere.
D: Chi guida l’inchiesta sulla tragedia?
R: L’indagine è formalmente coordinata dalla procuratrice di Sion, Beatrice Pilloud, a capo della procura del Vallese.
D: Perché si parla di “cricca di Crans-Montana”?
R: L’espressione richiama l’idea di una rete ristretta di interessi e amicizie locali che potrebbe condizionare le decisioni giudiziarie.
D: Quali irregolarità vengono contestate alla procura?
R: Vengono criticati soprattutto i ritardi nelle perquisizioni, nel sequestro dei cellulari e nella tutela delle prove digitali collegate al locale Le Constellat.
D: Perché è stato revocato il fascicolo a Marie Grétillat?
R: La revoca è arrivata dopo le polemiche per l’esclusione dei legali delle famiglie dalle audizioni dei testimoni.
D: In che modo l’Italia partecipa alle indagini?
R: Attraverso la costituzione di “squadre investigative comuni” che permettono a magistrati e forze di polizia italiane di collaborare direttamente con le autorità svizzere.
D: Che cosa chiedono oggi le famiglie delle vittime?
R: Chiedono un’inchiesta indipendente, la piena trasparenza sugli atti e l’accertamento delle eventuali responsabilità istituzionali.
D: Qual è la principale fonte citata nel dibattito pubblico?
R: Le informazioni e le dichiarazioni richiamate provengono da atti e ricostruzioni giornalistiche sul rogo di Crans-Montana pubblicate dalla stampa svizzera e italiana.




