Stati in errore proibendo i social, libertà digitale a rischio

Liberalizzazione della marijuana negli Stati Uniti: dati, rischi e governance
Negli ultimi tredici anni la regolazione della marijuana negli Stati Uniti si è capovolta: da sostanza vietata quasi ovunque a prodotto legale per uso ricreativo nella maggioranza degli Stati federali. Parallelamente, le evidenze scientifiche e sanitarie mostrano una crescita di consumi intensivi e patologie correlate, che interrogano la tenuta dei sistemi di prevenzione e di cura.
Il dibattito aperto da un editoriale del New York Times e accelerato dalle scelte dell’amministrazione Donald Trump rende necessario valutare gli impatti reali delle politiche di liberalizzazione, andando oltre slogan proibizionisti o libertari e concentrandosi su dati, responsabilità pubblica e strumenti di regolazione.
Dalla criminalizzazione alla normalizzazione del consumo
Tredici anni fa nessuno Stato americano consentiva la marijuana per uso ricreativo; oggi la maggioranza delle giurisdizioni federali l’ha legalizzata, mentre il governo ha progressivamente allentato le restrizioni federali.
I numeri fotografano una trasformazione profonda: secondo le proiezioni citate, almeno 18 milioni di americani fumano cannabis ogni giorno o per almeno cinque giorni a settimana, contro il milione del 1992 e i sei milioni del 2012. In molti Stati più cittadini “si fanno una canna” che bevono alcol. La marijuana, da pratica di nicchia, è diventata un’abitudine di massa con effetti sociali ancora sottovalutati.
Dipendenza, costi sanitari e ruolo della fiscalità
Le autorità sanitarie americane segnalano forme gravi di dipendenza e circa tre milioni di persone colpite da sindrome da vomito ciclico correlato alla cannabis, con ricadute sulla capacità di lavorare e guidare.
Il New York Times sostiene che non sia realistico tornare indietro, e che la chiave stia in una regolazione stringente: tassazione selettiva, limiti di marketing, informazione obbligatoria sui rischi, standard di qualità del prodotto. Come per alcol e tabacco, la leva fiscale può disincentivare gli abusi, generare risorse per prevenzione e cura e trasformare una liberalizzazione di fatto in una governance responsabile dei consumi.
Proibizione dei social ai minori in Australia: un modello esportabile?
Mentre l’America amplia gli spazi di libertà sulla marijuana, l’Australia imbocca la direzione opposta sui social network. Il governo di Canberra ha approvato un divieto generalizzato di accesso alle principali piattaforme per i minori di 16 anni, con sanzioni pesanti non per le famiglie ma per le aziende tecnologiche che non controllano adeguatamente l’età degli utenti.
Questa scelta, definita “socialproibizionista”, nasce da ricerche che evidenziano rischi psichici, educativi e sociali per una generazione connessa quasi ininterrottamente fin dall’infanzia.
Il provvedimento australiano e le evidenze sul benessere dei minori
Uno studio commissionato nel 2025 mostra che il 96% dei ragazzi tra i 10 e i 15 anni utilizza i social, spesso esposti a contenuti misogini, violenti, pro-anoressia o incitanti al suicidio, oltre a dinamiche di cyberbullismo.
Per ridurre l’impatto di questi ambienti, l’Australia ha vietato account su TikTok, X, Facebook, Instagram, YouTube, Snapchat, Threads, Reddit ai minori di 16 anni, concentrando la responsabilità sulle piattaforme. L’obiettivo dichiarato è limitare l’esposizione a schermi e contenuti nocivi, intervenendo a monte del processo di profilazione e ingaggio algoritmico dei più giovani.
Libertà individuale, genitorialità e rischio di illegalità diffusa
Il nodo critico è l’equilibrio tra protezione dei minori e libertà personale. Un divieto così invasivo rischia di sostituire lo Stato all’autorità educativa dei genitori e di spingere i ragazzi verso l’elusione sistematica delle regole, come già avvenuto con il consumo di cannabis in contesti proibizionisti.
In un quadro liberaldemocratico, la strategia più sostenibile potrebbe essere un’alleanza strutturata tra istituzioni, famiglie, scuole e piattaforme: educazione digitale obbligatoria, strumenti di parental control avanzati, trasparenza degli algoritmi, sanzioni mirate per abusi, invece di un controllo statale esclusivamente repressivo e centralizzato.
Educazione, etica e responsabilità collettiva davanti a droghe e social
La coesistenza tra liberalizzazione della marijuana e proibizione dei social mette in luce una contraddizione di fondo: cittadini trattati prevalentemente come consumatori da gestire, più che come soggetti titolari di diritti e doveri.
Nella lunga storia occidentale, il governo dei comportamenti a rischio è sempre passato anche da movimenti etici ed educativi, religiosi, sindacali e civili. Oggi, invece, la regolazione tende ad alternare permissivismo economico e moralismo normativo, lasciando scoperto il terreno della formazione della coscienza individuale e collettiva.
Dal movimento per la temperanza ai nuovi attori morali
In passato leghe per la temperanza, “eserciti della salvezza” e comitati socialisti contro l’alcolismo lavoravano per ridurre l’abuso di vino in Italia o di gin in Gran Bretagna, anche per difendere la capacità dei lavoratori di tutelare i propri diritti.
Queste esperienze mostrano che la regolazione efficace non si limita a vietare o tassare, ma costruisce comunità, alternative culturali e modelli di comportamento condivisi. Senza un’infrastruttura etica e associativa, tanto la liberalizzazione delle droghe quanto la restrizione dei social rischiano di fallire i loro obiettivi di lungo periodo.
Il caso Turning Point e il bisogno di una nuova alfabetizzazione etica
L’esperienza dell’associazione “Turning point” (la Svolta) guidata da Charlie Kirk, capace da ventenne fino ai trent’anni di parlare di moralità a centinaia di migliaia di giovani, dimostra che un discorso etico è ancora possibile e richiesto.
La sua vicenda, segnata da contrasti durissimi con chi sostiene che, con Dio, sia morta anche ogni ricerca di una vita moralmente degna, indica la necessità di affiancare norme e mercati con programmi di educazione critica, spirituale o laica. In assenza di questo pilastro, le politiche su marijuana e social continueranno a oscillare tra liberalizzazione economica e proibizionismo emergenziale.
FAQ
Perché la marijuana è stata liberalizzata in molti Stati americani?
Per ragioni economiche (tassazione e nuovi mercati), giudiziarie (riduzione dei reati minori) e per un cambiamento culturale che considera la cannabis meno pericolosa di altre droghe, pur con rischi spesso sottostimati.
Quali sono i principali rischi sanitari collegati all’uso intensivo di cannabis?
Dipendenza, disturbi cognitivi, problemi psichiatrici in soggetti vulnerabili e sindrome da vomito ciclico, che negli Stati Uniti colpisce milioni di persone con costi sociali e sanitari crescenti.
Che cosa prevede il nuovo divieto sui social in Australia?
Vieta ai minori di 16 anni di aprire account su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, imponendo pesanti sanzioni alle aziende che non verificano efficacemente l’età degli utenti.
Perché molti esperti criticano l’approccio socialproibizionista?
Temono che incentivi l’uso clandestino di account falsi, indebolisca il ruolo educativo dei genitori e non affronti il problema centrale: la qualità dei contenuti, il design delle piattaforme e l’educazione digitale.
Quale ruolo può avere la fiscalità nel controllo della marijuana?
La tassazione progressiva, sul modello di alcol e tabacco, può scoraggiare consumi eccessivi, finanziare prevenzione e cura e rendere più responsabile l’industria della cannabis legale.
Come si può proteggere i minori senza ricorrere solo ai divieti?
Con alleanze tra Stato, scuole e famiglie, programmi di alfabetizzazione digitale, strumenti di parental control efficaci, trasparenza algoritmica e limiti al marketing aggressivo verso i giovani.
Perché è importante recuperare il “fattore educativo ed etico”?
Perché norme e mercati da soli non bastano: serve formare persone capaci di scegliere responsabilmente, valutare rischi e costruire stili di vita equilibrati in rapporto a droghe e tecnologie.
Qual è la fonte originale delle analisi su marijuana e social citate?
Le riflessioni riprendono e rielaborano un articolo pubblicato su Libero Quotidiano, che discute l’editoriale del New York Times e il nuovo provvedimento del governo di Canberra.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
PUBBLICITA’ – COMUNICATI STAMPA – PROVE PRODOTTI
Per acquistare pubblicità CLICCA QUI
Per inviarci comunicati stampa e per proporci prodotti da testare prodotti CLICCA QUI





