Startup italiane, ecco chi sono davvero i venture capital che contano

Indice dei Contenuti:
Venture capital in Italia: numeri, trend e nodi irrisolti
Il mercato del venture capital in Italia nel 2025 ha consolidato il rimbalzo post-crisi, superando il 2024 sia per numero di round sia per capitale investito, con 1,735 miliardi di euro distribuiti in 436 operazioni e un record assoluto nel quarto trimestre grazie al ritorno dei round superiori ai 25 milioni. La fotografia arriva dal report di Growth Capital in collaborazione con Italian Tech Alliance, che evidenzia anche l’aumento del peso degli investitori internazionali fino al 46% del totale.
Nonostante questo progresso, l’ecosistema italiano rimane sbilanciato sull’early stage: si registra una media di circa 50 Serie A all’anno, ma i round di Serie B sono ancora pochi e i Serie C+ in calo, con un evidente collo di bottiglia nel late stage che limita le possibilità di exit significative. Le analisi di Osservatorio Startup & ScaleUp Hi-tech del Politecnico di Milano e del Barometer di EY, pur con numeri leggermente diversi (poco sopra 1,4 miliardi), confermano lo stesso scenario.
Il ritardo strutturale negli investimenti in intelligenza artificiale rispetto a Europa e USA è un ulteriore fattore critico, sia in termini di capitali allocati sia di qualità e maturità dei progetti finanziati. Come sottolinea Fabio Mondini de Focatiis, Founding Partner di Growth Capital, la sfida per il Paese è trasformare l’ampia pipeline early stage in un flusso più robusto di round avanzati ed exit, condizione necessaria per attrarre ulteriori capitali globali e trattenere i migliori founder.
In questo contesto, la geografia del venture capital italiano mostra una forte concentrazione in Lombardia e in particolare a Milano, ma negli ultimi anni si è assistito alla crescita di poli regionali in Lazio, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Trentino, Umbria e Campania, con strumenti pubblici e privati che agiscono in modo complementare.
L’ibridazione tra fondi privati, corporate venture capital e veicoli promossi da enti pubblici o camere di commercio sta diventando una caratteristica distintiva del modello italiano. Questo mix, se ben coordinato, può accelerare la crescita delle startup e delle pmi innovative, ma richiede governance trasparente, orizzonte di lungo periodo e una maggiore cultura del rischio da parte di tutti gli attori coinvolti.
Per founder e investitori, conoscere le specificità territoriali e settoriali dei fondi è ormai essenziale: l’accesso al capitale non dipende solo dalla qualità del progetto, ma dalla capacità di dialogare con il veicolo giusto nella fase giusta, sfruttando sinergie tra acceleratori, incubatori, fondi generalisti e verticali.
Dove si concentra il capitale: Milano, Roma, Torino e i nuovi poli
Il baricentro del venture capital italiano resta Milano, dove operano decine di veicoli specializzati: da fondi early stage come B Heroes, P101, Prana Ventures e Step Fund, fino a player verticali su deep tech, scienze della vita e digitale come Indaco Venture Partners sgr, Panakes Partners, Xyence Capital, Sofinnova Partners. A questi si aggiungono piattaforme ibride e corporate come Azimut con i suoi veicoli VC, il corporate VC TechEnergy Ventures del gruppo Techint e gli operatori con forte imprinting imprenditoriale come Growth Engine, The Techshop e United Ventures.
Nel capoluogo lombardo la filiera è particolarmente articolata: coesistono fondi generalisti per startup digitali, veicoli per agritech e foodtech come Linfa Ventures di Riello Investimenti Partners sgr, operatori focalizzati su impatto sociale come Oltre Impact e Opes Impact Fund, oltre a incubatori e venture builder come Startup Gym, Key Capital e Como Venture. Questa densità crea un ecosistema in cui capitali, competenze e deal flow si alimentano a vicenda.
Nel Lazio, il ruolo propulsivo di Roma è sostenuto da player istituzionali e corporate: CDP Venture Capital sgr, Invitalia, i veicoli regionali FARE Venture (con Lazio Venture e Innova Venture), il corporate Angelini Ventures e il fondo early stage Lumen Ventures. A questi si affianca Zest (nata dalla fusione tra Digital Magics e LVenture Group), che integra programmi di accelerazione, open innovation e investimenti seed, con sedi anche a Milano e Torino.
Il Piemonte, e in particolare Torino, si è affermato come hub di trasferimento tecnologico grazie a soggetti come LIFTT, Neva sgr, Claris Ventures (biotech), Innogest e il veicolo a impatto SocialFare Seed. Il legame strutturale con Politecnico di Torino e Compagnia di San Paolo favorisce la nascita di startup deep tech e sociali derivate dalla ricerca accademica.
Nel Veneto, il fondo Rialto Ventures sta costruendo un ponte operativo tra Venezia e la Silicon Valley, con un modello “hands-on” che replica le migliori pratiche americane sui progetti B2B in Serie A. In Emilia-Romagna, realtà come Gellify e Utopia sis alimentano la crescita di startup B2B e life science tra Bologna e l’area metropolitana.
Altre regioni sviluppano strumenti mirati: il Fondo Rotativo Imprese Innovative della Camera di Commercio di Pisa e Sici sgr in Toscana, Trentino Sviluppo in Trentino-Alto Adige, Gepafin in Umbria, Vertis sgr in Campania. Qui il venture capital si intreccia con politiche di sviluppo territoriale, spesso con capitale misto pubblico-privato e focus su pmi innovative ad alto potenziale di crescita.
Come scegliere il fondo giusto e preparare la startup al VC
Per i founder italiani non basta individuare “un” investitore: serve identificare “il” fondo giusto in base a settore, fase di sviluppo, ticket medio, geografia e valore aggiunto offerto oltre al capitale. Fondi verticali come Panakes Partners o Xyence Capital sono adatti a progetti medtech e life science con forte componente regolatoria, mentre veicoli come Rialto Ventures, P101, United Ventures o Step Fund sono più indicati per software B2B, fintech, insurtech e soluzioni digitali scalabili.
La preparazione al processo di fundraising richiede una due diligence accurata su governance, cap table e proprietà intellettuale, oltre a metriche solide su trazione, retention e unit economics. I fondi italiani, soprattutto quelli con co-investitori internazionali, adottano sempre più standard anglosassoni nella valutazione: storytelling e pitch deck non bastano se non sono supportati da dati coerenti e da un piano di crescita credibile su 18-24 mesi.
Un ulteriore elemento distintivo è il supporto operativo: fondi “operational” come Prana Ventures, piattaforme come Gellify o veicoli di impatto come Oltre Impact combinano capitale, advisory su prodotto e go-to-market, accesso a corporate e network industriali. Per molte startup early stage questo tipo di accompagnamento può valere quanto il denaro, soprattutto in mercati complessi o regolamentati.
Dal punto di vista dei criteri ESG, l’evoluzione è evidente: fondi come Kairos Ventures ESG One integrano parametri ambientali, sociali e di governance nella selezione e nel monitoraggio delle partecipate, e sempre più investitori istituzionali richiedono report di impatto strutturati. Le startup che adottano fin da subito policy di sostenibilità e trasparenza hanno un vantaggio competitivo nella negoziazione, sia in termini di valutazione sia di accesso a capitali pazienti.
Per ridurre il gap con gli ecosistemi più maturi, servirà però una maggiore integrazione tra fondi generalisti, veicoli regionali e corporate venture capital, soprattutto sui round di Serie B e successivi. La capacità di costruire club deal cross-border, di coinvolgere co-investitori esteri e di accompagnare le scaleup verso exit internazionali sarà il vero banco di prova dell’ecosistema italiano nei prossimi cinque anni.
Per i founder, la parola d’ordine è pianificazione: mappare in anticipo i fondi più allineati, preparare materiali in linea con gli standard internazionali, sfruttare acceleratori e programmi di open innovation per creare relazioni prima di chiedere capitale. Un approccio professionale e data-driven al fundraising è ormai imprescindibile per competere nell’arena europea.
FAQ
D: Quanto è stato investito in venture capital in Italia nel 2025?
R: Nel 2025 sono stati investiti circa 1,735 miliardi di euro in 436 round, secondo il report di Growth Capital e Italian Tech Alliance.
D: Qual è il principale limite dell’ecosistema italiano di venture capital?
R: Il nodo critico è il late stage: pochi round di Serie B e quasi assenza di Serie C+, con conseguente scarsità di exit di grandi dimensioni.
D: Perché Milano è il principale hub del venture capital in Italia?
R: Perché concentra la maggior parte dei fondi, corporate VC, incubatori, scaleup e operatori finanziari, creando un effetto rete unico nel Paese.
D: Quali settori attirano più capitali VC in Italia?
R: Digital e software B2B, fintech, healthtech e life science, deep tech e, in crescita, agritech e foodtech.
D: Esistono fondi italiani specializzati nell’impatto sociale?
R: Sì, tra i principali ci sono Oltre Impact, Opes Impact Fund e il veicolo SocialFare Seed focalizzato su startup a impatto sociale.
D: Che ruolo hanno gli attori pubblici come CDP Venture Capital e Invitalia?
R: Agiscono da catalizzatori, attivando capitali privati, programmi di accelerazione e strumenti di co-investimento su tutto il territorio nazionale.
D: Come può una startup scegliere il fondo di venture capital più adatto?
R: Valutando fase di investimento, settore, ticket medio, track record, supporto operativo offerto e compatibilità strategica di lungo periodo.
D: Qual è la principale fonte di riferimento per i dati sul venture capital italiano citati in questo testo?
R: I numeri e molte informazioni sono basati sui dati e le analisi pubblicate da Growth Capital, Italian Tech Alliance e dalla testata specializzata EconomyUp.




