Social sotto accusa, il processo che può riscrivere l’infanzia online

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Social e bambini, è partito il processo per determinare se le piattaforme creano dipendenza. Ecco perché può fare scuola
Il processo che può cambiare i social
Nel caso che vede protagonista la 19enne identificata come K.G.M., il tribunale di Los Angeles è chiamato a stabilire se determinate scelte di design delle principali piattaforme social possano generare una vera e propria dipendenza nei minori. Al centro del procedimento ci sono funzioni come lo scroll infinito, le notifiche push e i sistemi di raccomandazione algoritmica che aumentano il tempo di permanenza online.
Le società coinvolte hanno tentato di bloccare il procedimento richiamandosi al Communications Act e al Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, sostenendo di non poter essere ritenute responsabili per i contenuti fruiti dall’utente. Secondo la difesa, i problemi psicologici della ragazza deriverebbero da bullismo scolastico e dinamiche familiari, non dall’esposizione prolungata alle piattaforme.
La giudice Carolyn B. Kuhl ha respinto le richieste di giudizio abbreviato, riconoscendo che la documentazione presentata dalla giovane configura basi probatorie sufficienti per un processo completo. La magistrata ha sottolineato che le avvertenze nascoste nei termini di servizio non equivalgono a informazioni chiare e visibili per i genitori.
Responsabilità di design e tutela dei minori
Per ottenere una condanna, il team legale guidato da Matthew Bergman, fondatore del Social Media Victims Law Center, dovrà dimostrare che il danno subito da K.G.M. deriva dalle specifiche scelte di progettazione delle piattaforme, e non dai singoli contenuti. Questo spostamento del fuoco dal messaggio allo strumento apre un fronte inedito per il diritto digitale.
La società cinese ByteDance, proprietaria di TikTok, ha sostenuto che la ragazza soffrisse già di fragilità psicologiche prima di usare l’app, nel tentativo di interrompere il nesso causale. Tuttavia la madre della giovane ha dichiarato che avrebbe limitato l’uso del servizio se fosse stata messa al corrente dei potenziali effetti sulla salute mentale.
L’esperto di politiche tecnologiche Clay Calvert, dell’American Enterprise Institute, evidenzia che il nodo è quantificare l’impatto di ogni singola piattaforma sul quadro clinico, distinguendo il contributo dei vari elementi di engagement. Un compito reso ancora più complesso dal fatto che la dipendenza da social media non è formalmente riconosciuta in molte giurisdizioni.
Le ricadute globali tra ricerca e diritto
Il caso ha valore di precedente potenzialmente “esportabile” anche in Europa, dove il Digital Services Act e le norme sui minori stanno spingendo verso standard di sicurezza più stringenti. Se il tribunale dovesse riconoscere che determinati meccanismi di design producono danni prevedibili, le piattaforme potrebbero trovarsi obbligate a riprogettare l’esperienza d’uso per i giovanissimi.
La docente di salute pubblica Tamar Mendelson, della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, ricorda che la letteratura scientifica ha evidenziato solo una correlazione, e non un rapporto causale dimostrato, tra uso intenso di social e peggioramento della salute mentale. Questa incertezza empirica potrebbe indebolire in parte le pretese risarcitorie, ma non elimina l’urgenza di regole più chiare.
L’esperto di diritto di internet Eric Goldman ha spiegato al Washington Post che uno degli ostacoli principali sarà descrivere e misurare con precisione ogni singolo danno riconducibile alle piattaforme. Nel frattempo, l’azione legale americana sta già influenzando il dibattito italiano su limiti d’età, trasparenza algoritmica e obblighi di informazione verso le famiglie.
FAQ
D: Che cosa si discute in questo processo?
R: La possibile responsabilità delle piattaforme social nel rendere i minori dipendenti tramite specifiche scelte di design.
D: Chi è la giovane coinvolta nella causa?
R: È una 19enne indicata con le iniziali K.G.M., che sostiene di aver subito danni alla salute mentale per l’uso intensivo dei social.
D: Perché il caso è considerato innovativo?
R: Perché sposta l’attenzione dai contenuti generati dagli utenti ai meccanismi di progettazione che incentivano l’uso compulsivo.
D: Come si sono difese le piattaforme?
R: Hanno richiamato il Communications Act e il Primo Emendamento, oltre a fattori esterni come bullismo e problemi familiari della ragazza.
D: Che ruolo hanno i genitori nella vicenda?
R: La madre sostiene che non fosse adeguatamente informata sui rischi e che avrebbe posto limiti rigorosi se avesse ricevuto avvisi chiari.
D: Cosa dicono gli esperti di diritto?
R: Sottolineano la difficoltà di quantificare i danni e di attribuirli in modo preciso a ciascuna piattaforma.
D: Cosa afferma la ricerca scientifica attuale?
R: Secondo studiosi come Tamar Mendelson, esiste una correlazione tra uso intenso dei social e salute mentale, ma non una causalità provata.
D: Qual è la fonte giornalistica originale di riferimento?
R: L’analisi del caso e delle posizioni delle parti è stata riportata dal Washington Post e ripresa da diverse testate internazionali.




