Signorini sfida Google, YouTube e Meta sul caso Corona: la battaglia che può ridisegnare i confini della privacy

Indice dei Contenuti:
Signorini denuncia Google e diffida YouTube e Meta sul caso Corona. Perché è importante per tutti
La mossa legale di Signorini contro i colossi del web
Alfonso Signorini ha presentato denuncia contro Google Italia e Google Ireland, accusando le due società di non aver rimosso video ritenuti gravemente diffamatori diffusi da Fabrizio Corona nel format online “Falsissimo”. Secondo gli avvocati Domenico Aiello e Daniela Missaglia, le ripetute diffide inviate ai referenti legali di Google sono state gestite con risposte generiche, tardive e sostanzialmente negative rispetto alla richiesta di cancellazione dei contenuti da YouTube.
La Procura avrebbe quindi iscritto nel registro degli indagati i rappresentanti delle due filiali per presunto concorso in diffamazione aggravata e continuata, con un effetto moltiplicatore sul danno d’immagine del conduttore televisivo e direttore del settimanale Chi. Parallelamente, Corona risulta già indagato per ipotesi di revenge porn legata ai materiali diffusi, che genererebbero importanti introiti pubblicitari, proprio grazie alla loro persistenza sulle piattaforme.
Nella ricostruzione difensiva, il nodo non riguarda soltanto il conflitto personale tra i due personaggi, ma il meccanismo economico che incentiva la permanenza online di contenuti lesivi: più visualizzazioni, più entrate per creator e piattaforma, meno incentivi a intervenire in via spontanea.
Libertà di espressione, responsabilità e Digital Services Act
Il 23 gennaio 2026 Fabrizio Corona si è presentato al tribunale di Milano per l’udienza sul ricorso d’urgenza promosso da Signorini, che chiede il blocco della puntata di “Falsissimo” annunciata per il 26 gennaio. Il legale di Corona, l’avvocato Ivano Chiesa, ha definito le accuse “totalmente infondate”, richiamando la libertà di stampa e sostenendo che non si possa impedire preventivamente a un cittadino di esprimersi, prima che il contenuto venga effettivamente pubblicato.
Corona ha dichiarato che proseguirà comunque la propria attività, anche trovando canali alternativi a YouTube, se necessario. Dal lato opposto, la nota dei legali di Signorini contesta la “deresponsabilizzazione dei signori del web”, che trarrebbero profitto dall’ospitare video illeciti, rifugiandosi dietro procedure interne opache o tempi di risposta incompatibili con la rapidità di diffusione virale dei contenuti.
L’azione annunciata non riguarda solo Google: in prospettiva, lo stesso fronte legale potrebbe essere rivolto contro Meta (con Facebook e Instagram) e TikTok, trasformando il caso in un test concreto di applicazione del Digital Services Act europeo sul terreno sensibile del rapporto tra libertà di espressione e tutela della reputazione.
Perché questo caso riguarda tutti gli utenti
La diffida dei legali del direttore di Chi richiama un arsenale di norme europee e italiane: il Digital Services Act (DSA), che obbliga le grandi piattaforme a intervenire in modo rapido sui contenuti illeciti; il diritto all’oblio, che consente di chiedere la rimozione di informazioni personali lesive; il GDPR, che disciplina il trattamento dei dati sensibili. Viene evocato anche il principio della “ricettazione di dati”: se i materiali fossero stati ottenuti illegalmente, le piattaforme potrebbero rispondere per averli ospitati e monetizzati.
In passato, YouTube e Meta hanno rimosso video su ordine dell’autorità o in presenza di violazioni manifeste, ma questo caso solleva la questione cruciale dei tempi e dell’efficacia degli strumenti di segnalazione a disposizione di cittadini e personaggi pubblici. L’inerzia o le risposte standardizzate rischiano di rendere illusorio ogni rimedio.
I possibili contenziosi civili con richieste di maxi-risarcimenti, uniti agli esposti di associazioni come Codacons presso Procura, Agcom e Garante Privacy, possono creare un precedente che definisca, per milioni di utenti europei, fino a che punto le piattaforme debbano farsi carico della rimozione di contenuti diffamatori e di come debbano conciliare algoritmi pubblicitari e diritti fondamentali.
FAQ
D: Chi ha sporto denuncia contro Google?
R: Il conduttore e direttore di Chi, Alfonso Signorini, tramite i suoi legali.
D: Qual è il fulcro dell’accusa verso Google e YouTube?
R: La presunta mancata rimozione, nonostante diffide formali, di video ritenuti diffamatori pubblicati da Fabrizio Corona su YouTube.
D: Perché viene citato il Digital Services Act?
R: Perché il DSA impone alle grandi piattaforme obblighi specifici nella gestione di contenuti illeciti e delle segnalazioni degli utenti.
D: Qual è la posizione di Fabrizio Corona?
R: Corona respinge le accuse, invoca la libertà di stampa e annuncia l’intenzione di continuare a comunicare anche fuori da YouTube.
D: Le piattaforme rischiano responsabilità anche se il creator non viene condannato?
R: Sì, secondo la tesi dei legali, per la possibile “ricettazione” e monetizzazione di contenuti ottenuti o diffusi in modo illecito.
D: Che ruolo hanno diritto all’oblio e GDPR in questo caso?
R: Servono a contestare la permanenza online di dati personali lesivi e l’eventuale trattamento illecito di informazioni sensibili.
D: Quali altre big tech potrebbero essere coinvolte?
R: Oltre a Google, vengono menzionate possibili azioni verso Meta (con Facebook e Instagram) e TikTok.
D: Qual è la fonte giornalistica originale che ha ricostruito la vicenda?
R: La ricostruzione è stata riportata dalla stampa nazionale italiana, in particolare da articoli pubblicati su Corriere della Sera e altre testate che seguono il caso Signorini–Corona.




