Sigfrido Ranucci racconta il mistero della bomba sotto casa e delle intercettazioni

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Vivere sotto tiro
Fare giornalismo d’inchiesta in Italia significa convivere con l’idea che qualcosa possa accadere in qualsiasi momento. Per chi indaga sui poteri forti, la minaccia non è un’ipotesi astratta ma una presenza costante, che entra in casa, nella vita privata, nella routine quotidiana. La notte in cui una bomba distrugge l’auto di un cronista e quella di sua figlia, parcheggiate davanti alla villetta di una cittadina alle porte di Roma, è solo l’ultima tappa di una pressione che dura da anni.
Le notti insonni, la scorta che diventa “famiglia allargata”, i telefoni presumibilmente sotto controllo, le lettere anonime, gli attacchi mediatici e giudiziari: tutto concorre a costruire un clima in cui la paura è reale ma non può diventare l’ultima parola. Il giornalista d’inchiesta sviluppa strategie di sopravvivenza, come quella “del trapezista”: quando diventi un bersaglio, devi saper cambiare velocemente argomento, contesto, traiettoria, per renderti meno prevedibile e più difficile da colpire.
Dietro ogni servizio tv o pagina di libro che denuncia abusi di potere, affari opachi, conflitti d’interesse, esiste un prezzo personale da pagare. Famiglie spaventate, figli che chiedono di mollare, matrimoni che si incrinano. Eppure, per chi ha fatto della ricerca della verità una vocazione, fermarsi significherebbe legittimare il ricatto della violenza: basterebbe una bomba, una minaccia credibile, una campagna diffamatoria per chiudere una voce scomoda.
La macchina infernale delle inchieste
Dietro un grande programma di approfondimento non c’è mai un solo volto in video, ma una squadra compressa tra ambizione editoriale e fragilità strutturale. Quando un format passa da 16 puntate da 80 minuti a 24 puntate da 160, la matematica diventa politica industriale: servono almeno tre nuove inchieste originali ogni settimana, con una redazione ridotta, giornalisti freelance o a partita Iva, filmmaker, montatori e tecnici che vivono in un limbo contrattuale. La macchina dell’informazione di servizio pubblico, così, somiglia sempre più a una “macchina infernale”.
Da un lato, gli ascolti e l’impatto sull’agenda politica spingono a rilanciare: inchieste sul fosforo bianco usato a Falluja, documenti inediti sui rapporti tra boss e politici, video di incontri riservati tra leader e uomini dei servizi segreti, fino alle rivelazioni su software spia installati sui computer dei magistrati. Dall’altro, l’azienda fatica a stabilizzare chi quelle inchieste le costruisce sul campo, rischiando di svuotare le redazioni più esposte proprio nel momento di massimo bisogno di competenze.
Sul fronte legale, il bilancio è paradossale: decine e decine di contenziosi, centinaia se si considerano gli anni di carriera, e tutte le cause vinte. Persino una maxi-multa del Garante della Privacy per la diffusione di un audio imbarazzante tra un ministro e la moglie viene annullata dal tribunale. Ogni volta, però, la fatica di difendersi è enorme: spese, energie, tempo sottratto alla ricerca. E la domanda che torna ciclicamente è sempre la stessa: chi glielo fa fare, a continuare?
La nuova sorveglianza: colonizzazione digitale
Il fronte più inquietante non è più solo quello degli attentati fisici o delle querele temerarie, ma quello invisibile della sorveglianza digitale. L’installazione di software spia sui pc dei magistrati non è un incidente isolato, ma la spia di un sistema in cui poteri pubblici e privati competono – e talvolta colludono – per il controllo dell’informazione e dei dati. Non sono solo toghe e giornalisti a essere osservati: l’intera società vive dentro una gigantesca infrastruttura di monitoraggio, resa possibile da anni di “colonialismo tecnologico” della tecno-destra della Silicon Valley.
L’operazione è stata raffinata: creare dipendenza dai servizi digitali, offrire piattaforme gratuite e irresistibili, costruire ecosistemi chiusi in cui tutto – conversazioni, spostamenti, preferenze politiche, abitudini di consumo – diventa dato monetizzabile e leva di potere. Così, mentre i colossi mantengono intatti capitali e supremazia, cittadini, magistrati, attivisti e giornalisti consegnano ogni giorno pezzi di privacy a un sistema che difficilmente può essere fermato solo con le leggi nazionali.
In questo scenario nascono progetti editoriali pensati per i più giovani, come libri-game che insegnano a “navigare senza paura”: riconoscere le trappole del digitale, capire come funziona la profilazione, distinguere l’informazione verificata dalle fake news. Educare alla sicurezza e alla consapevolezza online diventa una forma di resistenza civile, tanto quanto l’inchiesta televisiva sul potere politico o finanziario.
FAQ
D: Perché il giornalismo d’inchiesta è così esposto a minacce?
R: Perché tocca interessi economici, politici e criminali che hanno molto da perdere dalla trasparenza e cercano di intimidire chi indaga.
D: In che modo una redazione tv può reggere decine di inchieste l’anno?
R: Solo con una squadra affiatata, competenze specialistiche, tempi lunghi di verifica e una direzione editoriale disposta a sostenere costi e rischi.
D: Che ruolo hanno le querele nel tentativo di zittire i cronisti?
R: Spesso vengono usate come strumento di “lawfare”: non per vincere in tribunale, ma per logorare economicamente e psicologicamente i giornalisti.
D: Cosa significa “colonialismo tecnologico” della Silicon Valley?
R: Indica la creazione di una dipendenza strutturale da piattaforme e servizi digitali controllati da pochi colossi, che così accumulano dati e potere.
D: Perché la sorveglianza digitale riguarda anche i cittadini comuni?
R: Perché ogni dispositivo connesso raccoglie informazioni utili per profilazione commerciale, manipolazione dell’opinione pubblica e controllo sociale.
D: I software spia sui pc dei magistrati cosa dimostrano?
R: Dimostrano che persino chi dovrebbe garantire la legalità può diventare bersaglio di operazioni occulte interessate a orientare indagini e decisioni.
D: Come si possono proteggere ragazzi e famiglie online?
R: Con educazione digitale a scuola e in casa, uso consapevole di social e app, attenzione alle impostazioni di privacy e fonti d’informazione affidabili.
D: Qual è la fonte delle citazioni e degli episodi raccontati nell’articolo?
R: Le informazioni sono ispirate a un’intervista e a materiali pubblicati da Vanity Fair e da libri usciti per editori italiani.




