Sicurezza affidata ai privati: il cortocircuito nascosto nei controlli aziendali

Indice dei Contenuti:
Sicurezza sul lavoro, le ispezioni? Affidate a privati in partita IVA che intanto possono lavorare per le aziende
Controlli pubblici in mani private
Le verifiche sulla sicurezza nei luoghi di lavoro stanno vivendo una trasformazione silenziosa ma dirompente, con un numero crescente di controlli affidati a professionisti in partita Iva che operano come consulenti esterni. Questa evoluzione apre interrogativi delicati su indipendenza, conflitti di interesse e reale tutela dei lavoratori.
In diversi territori, gli enti pubblici si appoggiano a tecnici autonomi per valutare il rispetto di norme su prevenzione infortuni, dispositivi di protezione, formazione obbligatoria, gestione di macchinari e sostanze pericolose. La stessa figura che certifica l’aderenza alle regole può, in altri momenti, vendere servizi alle imprese soggette a controllo, dalla redazione del Documento di valutazione dei rischi alla formazione del personale.
Questo modello ibrido, a metà tra vigilanza pubblica e consulenza privata, rischia di indebolire l’efficacia dei controlli se non accompagnato da criteri rigorosi di selezione, rotazione e incompatibilità. Senza barriere solide, il confine tra chi verifica e chi viene verificato può diventare troppo labile, con il pericolo di ispezioni più formali che sostanziali, soprattutto nei settori a maggiore pressione competitiva.
Conflitto di interessi e vuoti normativi
Il nodo centrale è la possibile sovrapposizione di ruoli: il professionista che controlla un’azienda oggi potrebbe diventarne domani il consulente di fiducia, o viceversa. Senza registri pubblici trasparenti e obblighi di disclosure, il rischio è che il sistema si basi solo sull’autodichiarazione del singolo ispettore in partita Iva.
In assenza di norme chiare, il principio di terzietà – cardine di ogni attività ispettiva credibile – può essere messo in discussione. La dipendenza economica da pochi grandi clienti e la paura di perdere incarichi possono condizionare la severità delle verifiche, soprattutto nelle realtà dove le sanzioni più pesanti hanno impatti immediati su appalti, gare e rating di legalità.
Alcune regioni e ispettorati stanno definendo protocolli interni su incompatibilità, rotazione e tracciabilità degli incarichi, ma il quadro resta frammentato. Senza un impianto nazionale omogeneo, costruito coinvolgendo ordini professionali, parti sociali e autorità di vigilanza, la qualità e l’indipendenza dei controlli rischiano di variare significativamente da zona a zona.
Verso un modello più trasparente
Per conciliare esternalizzazione e garanzia di imparzialità servono regole stringenti: elenchi pubblici degli ispettori accreditati, chiara separazione tra attività di verifica e consulenza, periodi di raffreddamento prima di lavorare per le aziende controllate, criteri di rotazione che impediscano rapporti troppo stabili con gli stessi soggetti.
La digitalizzazione può diventare un alleato decisivo: tracciamento degli incarichi, report ispettivi standardizzati, accesso controllato ai dati per organi di vigilanza e magistratura, segnalazioni anonime di eventuali condotte scorrette. Ogni passaggio dovrebbe essere verificabile, così da rendere misurabile la qualità dei controlli e ridurre gli spazi di opacità.
Fondamentale anche la formazione continua di chi opera sul campo: norme tecniche aggiornate, gestione dell’etica professionale, linee guida condivise su sanzioni, prescrizioni e sospensioni delle attività. Solo un sistema che premi competenza, indipendenza e tracciabilità potrà garantire che l’uso esteso di professionisti autonomi non si traduca in una mera delega formale, ma in un reale rafforzamento della prevenzione degli infortuni.
FAQ
D: Chi può svolgere controlli sulla sicurezza se è in partita Iva?
R: Possono farlo tecnici abilitati, ingegneri, periti e altri professionisti accreditati tramite convenzioni con enti pubblici o bandi specifici.
D: Perché l’affidamento a privati può creare problemi?
R: Perché chi controlla può allo stesso tempo offrire consulenza alle imprese, generando possibili conflitti di interesse.
D: Quali tutele servono per garantire imparzialità?
R: Regole su incompatibilità, rotazione degli incarichi, pubblicità degli elenchi e divieto di lavorare per le aziende appena controllate per un certo periodo.
D: Le ispezioni esternalizzate sostituiscono quelle pubbliche?
R: No, dovrebbero integrarle, restando sempre sotto il coordinamento di autorità pubbliche competenti.
D: Come possono difendersi i lavoratori da controlli poco rigorosi?
R: Segnalando criticità a sindacati, Rls, ispettorati territoriali e, se necessario, alle procure della Repubblica.
D: La digitalizzazione può ridurre i conflitti di interesse?
R: Sì, tramite registri degli incarichi, tracciabilità delle ispezioni e accesso controllato alle informazioni da parte degli organi di vigilanza.
D: Chi definisce gli standard tecnici di controllo?
R: Ministeri competenti, regioni, enti di normazione e organismi di vigilanza, spesso in collaborazione con ordini professionali.
D: Qual è la fonte giornalistica citata come modello di impostazione normativa?
R: L’impostazione è ispirata a contenuti di Adnkronos sulla regolazione europea, utilizzati come riferimento di stile e struttura informativa.




