Sanremo svela in anteprima le 30 canzoni che cambieranno il Festival

Indice dei Contenuti:
Sanremo 2026, il primo ascolto delle 30 canzoni in gara
Colori e temi di un cast trasversale
Al primo ascolto, il mosaico delle 30 canzoni mostra l’ambizione di Carlo Conti di costruire un vero “campionario d’Italia” musicale. Pop romantico, rap, rock, latin e richiami country convivono in una line-up dove i veterani condividono il palco con debuttanti molto giovani, intercettando pubblici diversi senza rinunciare alla riconoscibilità autoriale.
Le ballate emozionali di artisti come Enrico Nigiotti, Francesco Renga, Raf, Malika Ayane, Mara Sattei, Michele Bravi e Leo Gassmann puntano sul racconto intimo: amori finiti, fragilità maschili, insonnie pop, ricordi adolescenziali, nostalgia filtrata da un linguaggio contemporaneo e arrangiamenti che strizzano l’occhio alle radio.
Sul fronte del pop d’autore e cantautorale spiccano le scritture personali di Arisa, quasi autobiografica, e di nomi come Fulminacci, Levante, Maria Antonietta con Colombre, e Tommaso Paradiso, che lavorano sulla memoria, sulla voglia di fuga dalla pressione sociale e su relazioni familiari complesse. Nel frattempo l’immaginario urbano e partenopeo respira nei brani di LDA, AKA 7even, Luchè, Sal Da Vinci e Samurai Jay, dove Napoli diventa personaggio, scenario e codice sonoro.
Rap, ironia e sguardo sul presente
La componente rap e urban è uno degli assi portanti del cast: Dargen D’Amico firma un brano che gioca con l’AI e l’iper-connessione, mentre Nayt, con produzione di Zef, propone uno dei testi più crudi e riflessivi sul bisogno di rapporti veri oltre le convenzioni sociali. Tredici Pietro lavora sull’immagine dell’“uomo che cade”, tra vulnerabilità e orchestrazioni pop, collocandosi in una terra di mezzo tra rap e canzone.
L’ironia esplicita è il marchio di fabbrica di J-Ax, che costruisce un potenziale tormentone country-pop sulle contraddizioni dell’“italiano medio” tra cantieri eterni, furberie e indignazioni mal indirizzate. In chiave satirica e veloce si muove anche Sayf, che tocca temi come malavita, proteste, memoria di Luigi Tenco e persino un imprenditore politico senza mai nominarlo, inserendo riferimenti pop funzionali alla viralità.
Nel pop urbano e ibrido si inseriscono pure Chiello e Samurai Jay, che trattano la fine dell’amore e la dipendenza dalla musica con linguaggio diretto e ritmiche latine o uptempo. La collaborazione tra Fedez e Marco Masini fonde rap e melodia in un racconto di caduta e riscatto, parlando apertamente di salute mentale, ipocrisie e necessità di insegnare ai figli che i “mostri” vivono anche nella quotidianità.
Donne, tradizione e sperimentazioni pop
Le voci femminili alimentano gran parte della varietà: Ditonellapiaga firma un elenco ironico e impietoso di idiosincrasie contemporanee su base elettropop, mentre le Bambole di pezza portano un pop rock compatto e inclusivo sulla necessità di restare uniti nei tempi d’odio. Serena Brancale cambia registro rispetto al passato e sceglie una ballata cinematografica, perfetta per valorizzare le sue doti vocali.
La dimensione più iconica è affidata a Patty Pravo, con un inno scritto da Giovanni Caccamo che valorizza unicità e follia come forma di resistenza esistenziale, e a Elettra Lamborghini, che costruisce un omaggio esplicito a Raffaella Carrà in chiave dance, con l’obiettivo di dominare l’estate e portare leggerezza sul palco dell’Ariston. Sul versante più ritmato, Malika Ayane e Maria Antonietta con Colombre combinano groove funk, percussioni e velocità per raccontare relazioni che cercano spazi di libertà.
Sul piano della scrittura, colpisce il brano di Ermal Meta che, tra ritmi sostenuti e incrocio di sonorità latine e balcaniche, mette al centro il dramma di una bambina palestinese, portando sul palco la guerra e le sue ferite. Sperimentazioni calibrate e incroci generazionali, come quelli firmati da Sal Da Vinci con i producer Merk & Kremont o da Raf con il figlio Samuele, ancorano il Festival a una tradizione in evoluzione costante.
FAQ
D: Quante canzoni partecipano al Festival 2026?
R: In gara ci sono 30 brani, scelti dalla direzione artistica per rappresentare generi e pubblici diversi.
D: Quali generi musicali sono più presenti quest’anno?
R: Predominano pop, cantautorato, rap e urban, con incursioni in latin, rock, country-pop ed elettronica leggera.
D: Che ruolo ha la città di Napoli nel cast in gara?
R: Napoli è centrale nei brani di diversi artisti, diventa scenario narrativo, identità sonora e cifra culturale riconoscibile.
D: Ci sono collaborazioni tra artisti di generazioni diverse?
R: Sì, spiccano i duetti come Fedez con Marco Masini e i progetti familiari come Raf con il figlio Samuele o LDA erede di Gigi D’Alessio.
D: Quali brani trattano temi sociali e politici?
R: I riferimenti più espliciti arrivano da Dargen D’Amico, Nayt,
D: L’intelligenza artificiale viene citata in qualche canzone?
R: Sì, è al centro del testo di Dargen D’Amico, che la usa come spunto ironico e metafora del nostro tempo digitale.
D: Da quale testata proviene il primo resoconto giornalistico sui brani?
R: Il primo racconto dettagliato dei pezzi è stato pubblicato dal team di Rolling Stone Italia, che ha ascoltato in anteprima le canzoni.
D: Quanto pesa la componente autobiografica nei testi?
R: È molto forte in diversi brani, soprattutto in quelli di Arisa, Tommaso Paradiso, Enrico Nigiotti e Michele Bravi, che attingono apertamente alle proprie esperienze personali.




