Ravagnani lascia il sacerdozio, la sorprendente verità dietro la sua scelta

La scelta di lasciare il sacerdozio di Don Alberto
La decisione di Don Alberto Ravagnani di abbandonare il sacerdozio segna una svolta nel rapporto tra fede, istituzione e comunicazione digitale. Il 33enne ex sacerdote dell’Arcidiocesi di Milano, diventato noto come “prete influencer”, ha spiegato pubblicamente le ragioni di una scelta maturata nel tempo, tra discernimento spirituale, fatica interiore e desiderio di autenticità.
Nel podcast di Giacomo Poretti, PoretCast, ha ufficializzato l’addio all’abito talare, chiarendo che la fede personale resta intatta, mentre cambia il modo di viverla e condividerla con gli altri.
Dissonanza tra ruolo sacerdotale e vocazione personale
Ravagnani descrive il sacerdozio come un “ruolo sociale” con aspettative precise, obblighi e un campo d’azione limitato. Negli anni ha percepito una crescente distanza tra ciò che “doveva” essere come prete e ciò che sentiva di essere nella coscienza. Questa dissonanza lo ha portato a ritenere “non sano” continuare a forzarsi dentro un abito esistenziale che gli stava stretto, fino alla decisione di lasciare il ministero per non svuotare di senso il proprio rapporto con Dio.
Parla di stessi “treno” e “viaggio”, ma “binari” diversi.
Libertà interiore e oltre i confini della Chiesa
L’ex sacerdote riconosce di aver scoperto solo recentemente di non essere davvero libero quanto credeva. Il legame istituzionale con la Chiesa cattolica era percepito come vincolo, talvolta freno nel dialogo con chi è lontano dalle parrocchie. Oggi desidera parlare anche a chi non vuole “entrare dentro” l’istituzione, senza l’etichetta di prete. La scelta, afferma, è stata compiuta per non “morirci dentro” e non sprecare il bene fatto, salvaguardando un rapporto diretto con Dio, non mediato dal ruolo.
Sottolinea che, pur sentendosi interiormente prete, per l’autorità ecclesiale non lo è più.
Le radici della vocazione e la conversione giovanile
Per comprendere l’addio di Don Alberto al sacerdozio è decisivo ripercorrere le origini della sua vocazione. Cresciuto in una famiglia non credente, l’incontro con la fede avviene in adolescenza, a 17 anni, attraverso una confessione che lui stesso definisce un punto di svolta esistenziale. Da lì nascono la conversione, l’ingresso in seminario e l’ordinazione nella diocesi di Milano nel 2018, fino alla notorietà social dal 2020.
Dalla confessione alla scelta del seminario
Il racconto della prima confessione è centrale: si descrive “chiuso, introverso, con bassa autostima” prima di quell’esperienza. Dopo, dice di aver percepito amore, gioia di vivere, fiducia in sé stesso, al punto da dare il nome “Dio” a quel cambiamento. Inizia a pregare, leggere il Vangelo, conoscere Gesù come “maestro di vita” e “Signore dell’esistenza”.
L’innamoramento spirituale lo porta a chiedersi perché non donare completamente la propria vita a Dio, fino alla decisione, quasi “naturale”, di entrare in seminario e intraprendere il cammino verso il sacerdozio.
Desiderio di vita piena e servizio agli altri
Alla base della scelta sacerdotale, Ravagnani colloca non solo la dimensione religiosa, ma un forte desiderio di vita piena, realizzata, felice e orientata al servizio. La vocazione viene letta come risposta a domande fondamentali: “Da dove vengo, dove vado, che cosa vuol dire amare, qual è il mio posto nel mondo?”. Il sacerdozio rappresenta per anni la forma concreta di questo progetto esistenziale.
Con il tempo, però, la stessa spinta originaria verso una vita “piena” lo porta a interrogarsi se restare prete sia ancora la forma più autentica per viverla, aprendo la strada alla decisione di cambiare binario senza rinnegare l’ispirazione iniziale.
Impatto mediatico, comunità e prospettive future
L’addio di Don Alberto Ravagnani ha un forte impatto mediatico perché coinvolge uno dei più noti “preti influencer” italiani. Ordinato nel 2018, nel 2020 esplode sui social con contenuti rivolti soprattutto ai giovani, tra YouTube, Instagram e podcast, con centinaia di migliaia di follower. La sua scelta interroga oggi non solo la Chiesa, ma anche il rapporto tra fede, comunicazione digitale e figure carismatiche.
Il ruolo di “prete influencer” e il rapporto con i giovani
La popolarità online di Ravagnani nasce da un linguaggio diretto e comprensibile, capace di tradurre temi complessi del cristianesimo in contenuti brevi, video, rubriche e incontri virtuali. Ha cercato di mostrare un volto accessibile della Chiesa di Milano, parlando di vocazione, affettività, fragilità, fede quotidiana. L’etichetta di “prete influencer” riassume la capacità di intercettare il mondo digitale mantenendo riferimenti teologici e pastorali.
La sospensione del ministero non cancella questa eredità comunicativa, ma la rilancia in forme nuove, non più istituzionali ma personali.
Timori, responsabilità e reazioni della comunità
Nel dialogo con Giacomo Poretti, Ravagnani ammette timore per il futuro senza l’“abito” che lo ha protetto per otto anni. Parla del rischio di “rompere qualcosa di importante” e di non voler sprecare il bene costruito. Voci vicine, come il messaggio di Maria Castelluccio sui social, leggono la sua scelta come fine di una forma, non di una fedeltà o di una chiamata.
Ora si apre la fase più delicata: riformulare identità, lavoro, impegno pubblico e spirituale, mantenendo coerenza con la propria coscienza e con le aspettative di una comunità che continua a seguirlo online.
FAQ
Perché Don Alberto Ravagnani ha lasciato il sacerdozio?
Ravagnani parla di dissonanza crescente tra il ruolo di prete, con regole e confini istituzionali, e ciò che si sente chiamato a vivere interiormente. Non voleva continuare a forzarsi in un ruolo che percepiva ormai troppo stretto e non più autentico per lui.
La fede di Don Alberto è cambiata dopo l’addio all’abito talare?
No. Sottolinea che la sua fede in Dio e nel messaggio di Gesù resta intatta. Cambia la forma con cui la vive: non più come ministro ordinato della Chiesa cattolica, ma come credente che desidera annunciare il Vangelo fuori dagli schemi tradizionali.
Che ruolo hanno avuto i social nella sua storia?
I social hanno amplificato la voce di Don Alberto, trasformandolo in un riferimento per molti giovani. Attraverso video e contenuti divulgativi ha reso accessibile il linguaggio della fede, diventando uno dei volti più noti del dialogo tra cristianesimo e cultura digitale.
Come ha reagito la comunità alla sua decisione?
Le reazioni sono miste: dispiacere per la perdita di un sacerdote vicino ai giovani, ma anche rispetto per il coraggio di una scelta vissuta alla luce della coscienza. Alcune voci sottolineano che è finita una forma, non la fedeltà alla chiamata di Dio.
Che cosa farà ora Don Alberto nella sua vita quotidiana?
Non ha definito pubblicamente un progetto professionale dettagliato. Ha espresso però il desiderio di continuare a occuparsi degli altri, parlare di fede e spiritualità e dialogare anche con chi è lontano dalla Chiesa, ma senza i vincoli del ministero presbiterale.
Qual è la fonte principale delle dichiarazioni di Don Alberto?
Le affermazioni più significative sulla scelta di lasciare il sacerdozio sono state rilasciate da Don Alberto Ravagnani come ospite del podcast PoretCast condotto da Giacomo Poretti, cui si aggiungono ricostruzioni giornalistiche e commenti social.




