Ranucci racconta il prezzo nascosto del suo giornalismo e della famiglia

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Il trapezista dell’inchiesta
La vita di un cronista d’inchiesta come Sigfrido Ranucci è una sequenza di salti nel vuoto, calcolati ma mai innocui. Ogni inchiesta è un trapezio: o lo afferri, o precipiti. Negli ultimi vent’anni, il conduttore di Report ha trasformato questa metafora in metodo di sopravvivenza, professionale e personale. Racconta di vivere da tempo con la consapevolezza di poter essere colpito in qualunque momento, senza però accettare la paralisi della paura.
Da Falluja, dove denunciò l’uso del fosforo bianco da parte delle truppe americane, fino al recupero dell’ultima intervista di Paolo Borsellino, il filo conduttore è sempre lo stesso: seguire le tracce del potere dove altri preferiscono voltarsi dall’altra parte. In quell’intervista, il magistrato parlava dei legami tra Marcello Dell’Utri, Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi, una triangolazione scomoda che anticipava molte domande rimaste irrisolte nella storia italiana recente.
Il repertorio di trapezi afferrati comprende anche il video dell’incontro in autogrill tra Matteo Renzi e l’agente segreto Marco Mancini, fino all’inchiesta sulle spese fuori scala dell’Autorità del Garante della Privacy. Ogni volta, lo schema si ripete: un’inchiesta che tocca nervi scoperti, una reazione durissima, poi il salto successivo. È questo ritmo che ha trasformato un cronista di Roma in un bersaglio permanente della controffensiva giudiziaria, politica e mediatica.
Minacce, scorta e resilienza
Le pressioni su Sigfrido Ranucci non sono mai rimaste sul piano simbolico. Dal 2021 vive sotto scorta, segno tangibile di un’escalation che ha superato la soglia dell’intimidazione verbale per sconfinare nel terreno dell’attacco diretto. La notte tra il 16 e il 17 ottobre, un ordigno ha distrutto l’auto del giornalista e quella della figlia, parcheggiate davanti alla villetta di Pomezia dove vivono. Un’azione che, per modalità e tempismo, ha il linguaggio inequivocabile del messaggio mafioso: “Sappiamo dove sei, sappiamo chi ami”.
Pochi giorni dopo l’attentato, il conduttore è tornato in onda come se nulla fosse, ma quel ritorno non è stato un atto di incoscienza, bensì l’ennesimo salto sul trapezio successivo. Nel suo orizzonte professionale, fermarsi equivarrebbe a legittimare i mandanti, che contano proprio sulla ritirata dei cronisti per ristabilire il silenzio intorno a interessi opachi.
In questo scenario, la missione di Report si innesta sul principio cardine del servizio pubblico: il diritto dei cittadini a un’informazione completa, verificata e scomoda quando necessario. La narrazione dell’eroismo solitario non basta: dietro ogni puntata ci sono squadre di giornalisti, montatori, legali, funzionari interni che valutano rischi, incroci di fonti, conseguenze giuridiche. La resilienza non è solo individuale, è di sistema, e riguarda anche il ruolo della Rai come infrastruttura democratica.
Sorveglianza digitale e nuova colonia tecnologica
L’ultimo trapezio afferrato dal conduttore di Report riguarda un terreno ancora più insidioso: il controllo digitale. L’inchiesta su un software spia installato sui computer di alcuni magistrati ha aperto uno squarcio su un ecosistema di sorveglianza che potrebbe andare ben oltre le aule giudiziarie. Lo scenario che emerge è quello di una rete di monitoraggio pervasivo, in cui i confini tra sicurezza, intelligence, interessi economici e violazioni della privacy diventano sempre più sfumati.
Secondo la lettura proposta dal giornalista, l’origine del problema non è solo nazionale. Il riferimento è alla tecno-destra della Silicon Valley, accusata di aver costruito un nuovo colonialismo digitale: generare dipendenza tecnologica per imporre standard, raccogliere dati e mantenere supremazia economica e culturale. Non si tratta più soltanto di piattaforme social o motori di ricerca, ma di infrastrutture che possono incidere sulla capacità di un Paese di autodeterminarsi.
In questo quadro, la partita sull’intelligenza artificiale diventa decisiva. La tecnologia non si fermerà, avverte il cronista, e il rischio è una “deficienza naturale” dilagante: delegare tutto agli algoritmi senza comprenderli. Da qui l’idea di dedicare ai giovani un libro come Navigare senza paura, per colmare il divario tra abilità d’uso e consapevolezza dei rischi. È la stessa intuizione che lo spinse, anni fa, a convincere Milena Gabanelli a non sottovalutare i social: da minaccia potenziale a strumento cruciale per raccogliere segnalazioni, costruire comunità di lettori e difendere il giornalismo d’inchiesta.
FAQ
D: Chi è Sigfrido Ranucci?
R: È un giornalista d’inchiesta italiano, conduttore di Report su Rai 3, noto per inchieste su poteri politici, economici e criminali.
D: Perché vive sotto scorta?
R: A causa delle minacce e delle gravi intimidazioni ricevute per la sua attività giornalistica, culminate in un attentato esplosivo contro le auto sue e della figlia.
D: Quali sono le inchieste più note di Report guidato da Ranucci?
R: Dall’uso del fosforo bianco a Falluja, all’ultima intervista di Paolo Borsellino, fino alle indagini su Matteo Renzi, Marco Mancini e le spese del Garante della Privacy.
D: Che cos’è il “trapezio” di cui parla spesso?
R: È una metafora trasmessagli da Roberto Morrione: quando diventi un bersaglio, devi cambiare rapidamente posizione, cioè progetto e inchiesta, per sottrarti ai colpi.
D: Come vede il rapporto tra tecnologia e informazione?
R: Come un campo di battaglia decisivo: la tecnologia è inevitabile, ma senza conoscenza diventa uno strumento di controllo e dipendenza.
D: Perché Ranucci si rivolge in particolare ai giovani?
R: Perché i ragazzi dominano gli strumenti digitali ma spesso ignorano rischi, manipolazioni e dinamiche di sorveglianza che li riguardano direttamente.
D: In che modo i social network incidono sul suo lavoro?
R: Sono diventati canali fondamentali per ricevere segnalazioni, misurare reazioni, creare comunità attorno alle inchieste di Report.
D: Qual è la fonte originale del racconto su Ranucci e le sue inchieste?
R: La narrazione si ispira a un’intervista pubblicata su Vanity Fair nel numero 7 in uscita dal 4 febbraio 2026.




