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La sfida esistenziale per l’Occidente secondo Mike Pompeo
L’intervento di Mike Pompeo all’Ispi ha proposto una lettura radicale delle tensioni globali, definendo la fase attuale come una sfida “esistenziale” per l’Occidente sul piano politico, morale e civile. Presentando l’edizione italiana del libro “Mai un passo indietro. In lotta per l’America che amo” (Liberlibri), in un incontro moderato da Maurizio Molinari e introdotto dalla presidente Mariangela Zappia, l’ex segretario di Stato ha messo in discussione l’intera architettura multilaterale nata dopo la Seconda guerra mondiale, giudicandola non più adeguata al nuovo equilibrio di potere, in particolare di fronte all’ascesa del Partito comunista cinese. Per Pompeo la posta in gioco è la tenuta della civiltà occidentale e della sua leadership globale.
Da qui la richiesta agli alleati europei di assumere un ruolo più assertivo, non solo sul piano militare ma soprattutto culturale e psicologico, recuperando fiducia nei propri valori fondativi. L’alternativa, avverte, è accettare un progressivo slittamento verso modelli autoritari guidati da Cina, Russia e Iran.
Buoni e cattivi: la mappa geopolitica semplificata
Rispondendo a Mariangela Zappia, Pompeo sintetizza la sua visione con una formula netta: esistono “good guys” e “bad guys”. Nel primo campo colloca Stati Uniti, Europa, Giappone, Australia, Corea del Sud, India, Sud-Est asiatico e Paesi del Golfo, purché arginino il radicalismo islamista.
Nel secondo elenco inserisce Russia, Cina, Iran, Corea del Nord e Venezuela, un blocco che percepisce come sempre più coordinato. Gli Stati Uniti, avverte, non possono sostenere da soli questo confronto: l’Europa deve rafforzare difesa e autonomia strategica, ma soprattutto la propria autostima politica e culturale, condizione essenziale per evitare di trasformarsi in “vassallo di Pechino”.
Architettura multilaterale in crisi e ruolo dell’Europa
Pompeo ritiene che strutture come l’Onu abbiano garantito per decenni stabilità e prosperità, ma oggi non riflettano più i rapporti di forza reali, in particolare l’influenza sistemica del Partito comunista cinese. Il problema, sostiene, non è solo tecnico-istituzionale ma culturale: popolazioni e aspettative sono mutate, mentre l’Occidente fatica a difendere dignità umana, diritti di proprietà e sovranità nazionale.
L’Europa, in questa lettura, non può limitarsi a una gestione “negoziale” dei dossier Cina, Russia e Iran. È chiamata a riconoscere il carattere strategico e valoriale dello scontro, investendo in capacità militari ma anche in narrazioni pubbliche che riaffermino la legittimità del proprio modello democratico.
Cina, dipendenze strategiche e responsabilità politiche


Nel colloquio con Adnkronos, Pompeo insiste sulle vulnerabilità accumulate dall’Occidente nei confronti di Pechino, in particolare sulla dipendenza da terre rare, principi attivi farmaceutici e segmenti cruciali delle catene del valore. A suo giudizio non è una necessità tecnica, ma l’esito di scelte politiche “pigre”, che hanno esternalizzato produzioni costose o ambientalmente sensibili. Né in Europa né negli Stati Uniti, sostiene, c’è piena consapevolezza del rischio sistemico. Quando questa maturerà, mercato e investitori “reagiranno in modo razionale”, riallocando capitale verso contesti più affidabili, a condizione che i governi creino ecosistemi competitivi e stabili.
Per l’Italia, Pompeo indica una traiettoria centrata su attrattività normativa, innovazione, capitale umano e formazione avanzata, come risposta concreta alle sirene di un riavvicinamento a Pechino.
Italia, investimenti e riduzione della dipendenza da Pechino
Alla domanda su cosa debba fare l’Italia, Pompeo lega la sicurezza strategica alla capacità di attrarre investimenti privati alternativi alla dipendenza cinese. Il governo, afferma, deve garantire un quadro regolatorio prevedibile, un sistema finanziario favorevole all’innovazione, una forza lavoro qualificata e istituzioni formative in grado di produrre competenze avanzate.
In questo quadro, le scelte di imprese, banche, fondi privati e capitale industriale diventano determinanti: saranno loro a decidere dove collocare crescita e ricerca. Pompeo legge questa fase come un “cambiamento di civiltà, generazionale”: chi lo comprenderà per tempo potrà riposizionarsi, chi sottovaluta la posta in gioco resterà incagliato in dipendenze strutturali difficili da correggere.
Capitale umano, aziende cinesi e gestione della pandemia
Pompeo sottolinea che “il cervello conta più della marina e dell’esercito”: per decenni la Cina ha assorbito capitale umano occidentale tramite università e ricerca, per rafforzare un sistema che oggi non intende cooperare in modo trasparente. Arriva a negare l’esistenza di un vero settore privato cinese: “quando parli con un’impresa, parli con il Partito”.
Sulla pandemia, ribadisce la convinzione di una fuga del virus dal laboratorio di Wuhan e punta l’accento non sull’eventuale incidente, ma sulla scelta politica di non contenere il contagio, permettendone la diffusione globale. Attribuisce a Xi Jinping una totale indifferenza per le conseguenze umanitarie: “Xi Jinping non ha perso un’ora di sonno davanti a tutto questo”. Per Pompeo, questa è la misura del divario valoriale tra modelli “di decenza” e regimi “di brutalità”.
Guerra in Ucraina, Iran e ridefinizione delle alleanze
Sul conflitto in Ucraina, Pompeo interpreta la guerra come parte di una sfida coordinata di Russia e Cina contro l’Occidente. A suo avviso Vladimir Putin non paga ancora un prezzo sufficiente e ha convenienza a proseguire l’aggressione, che non si limiterebbe a Kyiv ma comprenderebbe Baltici, Moldavia e Georgia. Colpisce anche il ruolo della Corea del Nord, descritta come strumento del Partito comunista cinese più che alleato autonomo di Mosca. Su Iran, Israele e Accordi di Abramo, Pompeo intreccia la questione del regime di Teheran con il posizionamento dell’Arabia Saudita e la tenuta dell’ordine regionale, collocando la partita mediorientale dentro una più ampia competizione tra democrazie e sponsor del terrorismo.
Ucraina, Corea del Nord e costo della deterrenza
Pompeo sostiene di aver parlato con Vladimir Putin per circa dieci ore (“nessuno me le ridarà indietro”, ironizza) e di averne ricavato la convinzione che i territori ucraini, baltici, moldavi e georgiani siano da lui considerati “parte integrante della Russia”.
Per modificare il calcolo del Cremlino, propone di colpire in modo più deciso infrastrutture militari, energetiche e industriali russe, evitando obiettivi civili, e ritiene improbabile una rappresaglia nucleare. Il coinvolgimento di migliaia di soldati di Kim Jong-Un in Europa viene definito “impensabile fino a pochi anni fa”, ma interpretato come decisione strategica di Pechino, non di Pyongyang. “La Corea del Nord non è un Paese indipendente nel senso pieno del termine”, afferma, ma una pedina manovrata dal Partito comunista cinese.
Iran, Accordi di Abramo, Nato e Sud globale
Sollecitato da Maurizio Molinari, Pompeo descrive le recenti proteste in Iran come le più profonde dalla fine della Guerra fredda, per composizione sociale e radici economiche. Denuncia una repressione con “decine di migliaia di morti in poche decine di ore” e giudica “ingenuo” qualsiasi negoziato con un regime che considera “il più grande sponsor statale del terrorismo” dal 1979. Un accordo, sostiene, è realistico solo dopo un cambio di regime.
Rivendica il valore storico degli Accordi di Abramo e individua in Arabia Saudita il tassello mancante, frenato dall’aggressività di Teheran. Sulla Nato esclude rischi di disgregazione, ma chiede un aggiornamento dell’Alleanza a minacce ibride e influenza cinese. Nel Sud globale, dall’America Latina all’Africa, condanna il modello cinese fondato su corruzione, dumping e dipendenza, frutto – a suo giudizio – di anni di distrazione occidentale.
FAQ
Perché Mike Pompeo parla di sfida esistenziale per l’Occidente?
Perché ritiene che siano in gioco non solo interessi economici o militari, ma l’intero impianto valoriale dell’Occidente – dignità umana, diritti di proprietà, sovranità nazionale – insidiato da modelli autoritari guidati da Cina, Russia e Iran.
Qual è la posizione di Pompeo sul ruolo dell’Europa?
Chiede all’Europa di “fare la sua parte” rafforzando difesa, sicurezza e autonomia strategica, ma soprattutto recuperando fiducia nella propria identità politica e culturale, senza rifugiarsi in un approccio puramente negoziale verso le potenze revisioniste.
Cosa suggerisce Pompeo all’Italia nei rapporti con la Cina?
Invita l’Italia a riconoscere il rischio di dipendenza da Pechino e a creare condizioni interne – normative, finanziarie e formative – che rendano attrattivi investimenti alternativi, riducendo l’esposizione strategica verso la Cina.
Come interpreta Pompeo la guerra in Ucraina?
La considera un fronte avanzato di una sfida globale in cui Russia e Cina operano in modo coordinato contro l’Occidente, con obiettivi che vanno oltre Kyiv e includono Baltici, Moldavia e Georgia.
Qual è la sua valutazione del regime iraniano e dei negoziati sul nucleare?
Giudica il regime di Teheran il principale sponsor statale del terrorismo e definisce “ingenuo” puntare su accordi duraturi finché la stessa leadership resta al potere, ritenendo possibile un’intesa solo dopo un cambio di regime.
Cosa rappresentano gli Accordi di Abramo secondo Pompeo?
Per Pompeo sono una svolta storica: il riconoscimento, dopo decenni, del diritto all’esistenza di Israele da parte di diversi Paesi arabi, con l’Arabia Saudita indicata come tassello decisivo ancora mancante.
In che senso Cina e Russia non sono dossier separati?
Pompeo sostiene che Mosca e Pechino agiscano in modo coordinato su vari teatri, dall’Ucraina al sostegno alla Corea del Nord, fino al Sud globale, inserendo ogni crisi locale in una competizione sistemica contro l’ordine occidentale.
Qual è la fonte originale delle dichiarazioni riportate?
Le posizioni e le citazioni attribuite a Mike Pompeo derivano dall’intervento all’Ispi e dall’intervista riportata dall’agenzia Adnkronos, nell’articolo firmato da Giorgio Rutelli.
DIRETTORE EDITORIALE
Michele Ficara Manganelli ✿
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