Powell difende la Fed e rilancia sulla vera forza dell’indipendenza

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Fed sotto pressione politica
La decisione della Federal Reserve di mantenere i tassi di interesse fermi tra il 3,50% e il 3,75% arriva in uno dei momenti più delicati per l’indipendenza della banca centrale statunitense. Nella conferenza stampa, il presidente Jerome Powell ha ribadito che l’istituzione resta autonoma: “Non l’abbiamo persa. Non credo che la perderemo”.
Per i mercati, il messaggio è chiaro: la Fed non intende farsi dettare l’agenda dalla politica di Washington nel breve periodo.
Ma le tensioni con la Casa Bianca continuano ad aumentare.
Il presidente Donald Trump ha infatti intensificato gli attacchi pubblici contro la gestione dei tassi, accusando la Fed di frenare la crescita economica. In un post su Truth Social lo ha definito “Jerome ‘Too Late’ Powell, un idiota testardo”, arrivando a suggerire che il Consiglio d’Amministrazione della Fed dovrebbe “assumere il controllo” se il presidente non procederà a tagli più aggressivi.
Questa escalation verbale, oltre a essere inusuale per un capo di Stato nei confronti della banca centrale, alimenta incertezza tra investitori e alleati internazionali.
Il rischio percepito: una politicizzazione strutturale della politica monetaria.
A complicare il quadro, la Fed deve fronteggiare il crollo del dollaro e il rally dell’azionario, due dinamiche difficili da conciliare in un’unica strategia di tassi. Il voto del Federal Open Market Committee è stato di 10 a 2 per lo status quo, con il dissenso dei governatori Stephen Miran e Christopher Waller, favorevoli a un taglio trimestrale in linea con le richieste dell’amministrazione.
Questo doppio dissenso segnala una crescente frattura interna sul ritmo di allentamento monetario.
E rende più complesso il compito comunicativo della Fed verso gli operatori globali.
Indagine, tassi e dollaro: cosa c’è in gioco
Dietro le quinte della disputa, pesano le citazioni in giudizio del Dipartimento di Giustizia alla giuria della Fed relative alla testimonianza di Powell al Congresso del giugno 2025. Il fulcro è la ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede centrale della banca centrale, un progetto immobiliare trasformato in caso politico e legale.
Questi sviluppi alimentano il sospetto, tra gli osservatori, che la pressione sulla Fed non sia solo economica, ma anche giudiziaria.
Powell, tuttavia, ha mantenuto il riserbo: “Non ho nulla da dire su questo”.
Sul fronte macroeconomico, la banca centrale ha già effettuato tagli complessivi per 175 punti base da settembre 2024, una traiettoria che la Fed descrive come prudente e basata sui dati. Secondo Powell, l’obiettivo resta quello di bilanciare il duplice mandato: controllare l’inflazione e sostenere il mercato del lavoro.
Il punto critico, oggi, è che parte dell’inflazione osservata è legata ai dazi commerciali imposti negli ultimi anni, che hanno generato un “aumento di prezzo una tantum” sui beni di consumo.
Ciò rende più difficile per i modelli previsivi distinguere tra shock temporanei e trend strutturali.
Contestualmente, il crollo del dollaro amplia il margine di incertezza: da un lato sostiene le esportazioni statunitensi, dall’altro alimenta timori di perdita di fiducia nella valuta di riserva mondiale. Il rally del mercato azionario, sostenuto dalle aspettative di tassi più bassi a medio termine, rischia di creare una divergenza tra condizioni finanziarie molto espansive e una banca centrale che vuole restare cauta.
La Fed è chiamata quindi a calibrare il ritmo dei futuri tagli in un ambiente in cui ogni parola del presidente viene letta anche in chiave politica.
L’errore di comunicazione, in questo contesto, potrebbe pesare quanto un errore di politica monetaria.
Successione a Powell e rischio di svolta politica
Il mandato di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve scade a maggio, e il tema della successione è già diventato un tassello critico per i mercati globali. Il presidente Trump avrebbe ristretto la rosa a quattro nomi: il governatore Christopher Waller, il direttore del Consiglio Economico Nazionale Kevin Hassett, l’ex governatore Kevin Warsh e il chief investment officer di BlackRock Rick Rieder.
Nelle ultime settimane, proprio Rieder avrebbe guadagnato terreno nelle scommesse dei mercati di previsione, diventando il favorito non ufficiale.
Ogni profilo porta con sé un diverso equilibrio tra ortodossia monetaria, sensibilità ai mercati e attenzione alla linea politica della Casa Bianca.
La posta in gioco è l’architettura stessa dell’indipendenza della banca centrale: un presidente percepito come troppo allineato all’esecutivo potrebbe ridurre la credibilità della Fed nella lotta all’inflazione, facendo salire i premi al rischio sui titoli di Stato e indebolendo ulteriormente il dollaro. Al contrario, un profilo più tecnico e assertivo nel difendere il mandato potrebbe generare frizioni immediate con la Casa Bianca, ma rassicurare investitori istituzionali e banche centrali estere.
Consapevole di questo equilibrio precario, Powell ha dichiarato di avere un solo consiglio da trasmettere al successore: “Non immischiarsi nella politica elettiva”.
Una raccomandazione che suona come un monito, ma anche come una difesa estrema della tradizione di indipendenza che ha guidato la Fed negli ultimi decenni.
Per Wall Street, Europa e Asia, la combinazione di indagini, pressioni presidenziali, crollo del dollaro e passaggio di testimone alla guida della banca centrale rappresenta un test cruciale sulla resilienza del modello americano di politica monetaria. Nelle prossime settimane, ogni leak dalla Casa Bianca, ogni dichiarazione di Trump sui tassi, ogni indiscrezione sui candidati alla successione sarà scrutinata in tempo reale dagli algoritmi di trading e dalle redazioni economiche di mezzo mondo.
La Fed, nel frattempo, tenterà di tenere la barra dritta, ancorando le sue scelte, almeno ufficialmente, a inflazione, occupazione e stabilità finanziaria.
Quanto a lungo riuscirà a farlo senza scontrarsi frontalmente con il potere politico resta la vera incognita dei prossimi mesi.
FAQ
D: Perché la Federal Reserve ha mantenuto invariati i tassi di interesse?
R: La Fed ha deciso di lasciare i tassi tra il 3,50% e il 3,75% per valutare gli effetti dei precedenti tagli e monitorare l’andamento di inflazione, dollaro e mercato del lavoro.
D: Qual è la posizione di Jerome Powell sull’indipendenza della Fed?
R: Powell sostiene che l’indipendenza non sia stata persa e ribadisce che la banca centrale continuerà ad agire con obiettività e integrità, al servizio del popolo americano.
D: In che modo Donald Trump sta esercitando pressione sulla Fed?
R: Trump critica pubblicamente Powell per non aver abbassato “abbastanza” i tassi e chiede tagli più rapidi, arrivando a ipotizzare un intervento del Consiglio d’Amministrazione della Fed.
D: Cosa sono le citazioni in giudizio del Dipartimento di Giustizia?
R: Si tratta di richieste formali di documenti e testimonianze sulla ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede centrale della Fed e sulla testimonianza di Powell al Congresso del 2025.
D: Perché il crollo del dollaro è un problema per la Fed?
R: Un dollaro debole può favorire le esportazioni ma, se percepito come perdita di fiducia internazionale, rischia di alzare i costi di finanziamento degli Stati Uniti e destabilizzare i mercati.
D: Chi sono i principali candidati a sostituire Powell?
R: I nomi in circolazione sono Christopher Waller, Kevin Hassett, Kevin Warsh e Rick Rieder, con quest’ultimo visto dai mercati come il favorito.
D: Qual è il rischio principale per l’indipendenza della politica monetaria USA?
R: Il rischio è che la scelta del nuovo presidente della Fed risponda più a esigenze politiche di breve termine che al mandato di stabilità dei prezzi e piena occupazione.
D: Qual è la fonte originale delle informazioni su Powell e sulle decisioni della Fed?
R: Le informazioni provengono dall’articolo originale pubblicato su Fortune.com, che analizza conferenza stampa, indagini e dinamiche politiche intorno alla Federal Reserve.




