Pensioni, il dibattito esplode sulla nuova legge che cambia tutto

Indice dei Contenuti:
La legge sulle pensioni di cui si parla sempre più spesso
Nuove tensioni sul fronte previdenza
Il capitolo previdenziale è tornato al centro dello scontro politico, con le opposizioni che chiedono all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni di fermare l’ennesimo innalzamento dell’età di uscita dal lavoro. La Cgil denuncia il rischio concreto della nascita di una nuova generazione di esodati, lavoratori rimasti senza stipendio né assegno mensile per effetto dei continui aggiustamenti normativi.
Alla base del progressivo slittamento del pensionamento non c’è una singola scelta dell’attuale maggioranza, ma un meccanismo automatico in vigore da oltre un decennio. È il legame tra requisiti previdenziali e aspettativa di vita rilevata dall’Istat, un sistema che riduce al minimo la discrezionalità politica ma amplifica l’impatto dell’invecchiamento demografico. In un paese in cui nascono sempre meno bambini e aumentano gli over 65, l’uscita dal lavoro è destinata a spostarsi in avanti quasi in modo strutturale.
Il timore dei sindacati è che, senza correttivi mirati per carriere discontinue, part-time involontari e lavori usuranti, questo modello produca nuove sacche di esclusi. Sullo sfondo, resta il vincolo di finanza pubblica: la spesa pensionistica italiana è fra le più elevate d’Europa in rapporto al Pil e limita i margini per riforme generose di breve periodo.
Come funziona l’aggancio alla longevità
Il collegamento tra requisiti di pensione e speranza di vita nasce nel 2010 con la cosiddetta riforma Sacconi, dal nome dell’allora ministro del Lavoro del quarto governo Berlusconi, Maurizio Sacconi. Quella legge ha stabilito che i parametri anagrafici e contributivi per accedere alle prestazioni vengano adeguati periodicamente utilizzando i dati prodotti dall’Istat. In pratica, se viviamo più a lungo, si lavora più a lungo.
Il sistema è diventato pienamente operativo con l’intervento del 2011 firmato dall’allora ministra Elsa Fornero, nel governo tecnico guidato da Mario Monti. Da quel momento, ogni due anni l’istituto di statistica comunica gli aggiornamenti sulla longevità media della popolazione e, di conseguenza, scattano gli aggiustamenti di età e anzianità richiesti per l’uscita. La cornice è stata confermata da tutte le maggioranze successive, senza alcuna abolizione del meccanismo di fondo.
Il quadro macroeconomico spiega perché nessun esecutivo sia intervenuto in modo radicale: l’Italia ha una tra le peggiori dinamiche demografiche al mondo, paragonabile al caso del Giappone, e una spesa previdenziale che spesso si colloca subito dietro quella della Grecia nel contesto europeo. Rompere l’aggancio alla longevità richiederebbe coperture strutturali difficili da reperire senza tagli o nuove imposte.
Regole attuali e cambiamenti dal 2027
Oggi l’uscita per vecchiaia è fissata a 67 anni, con almeno 20 anni di contributi e un importo minimo che, adeguato all’inflazione, è pari a 603,40 euro mensili (7.844,20 euro annui). Nel computo rientrano periodi come riscatto della laurea, servizio militare, indennità di disoccupazione Naspi e maternità, elementi decisivi per carriere frammentate. Parallelamente esiste una via residuale: chi compie 71 anni con almeno 5 anni di contribuzione effettiva può accedere alla prestazione anche se l’assegno è molto contenuto.
Fino al 2026 l’età di 67 anni resterà invariata, ma dal 1° gennaio 2027 i requisiti torneranno a muoversi con la speranza di vita. Gli ultimi dati, riferiti al 2023, indicano 81,3 anni per gli uomini e 85,3 per le donne, numeri che spingono verso un ulteriore slittamento. La manovra 2026 del governo Meloni ha già fissato un primo scatto: un mese in più dal 2027 e due mesi aggiuntivi dal 2028, con esclusioni per chi svolge mansioni gravose o usuranti.
L’assegno è calcolato con il metodo contributivo pro-rata e risente sia dell’andamento del Pil sia dell’inflazione. In prospettiva, senza una crescita robusta e una maggiore occupazione giovanile, i futuri pensionati rischiano assegni più bassi a fronte di carriere più lunghe, rendendo cruciale la scelta di strumenti integrativi come fondi negoziali o piani individuali.
FAQ
D: Perché l’età per lasciare il lavoro continua ad aumentare?
R: Perché è agganciata all’aspettativa di vita rilevata dall’Istat, che negli ultimi decenni è cresciuta in modo costante.
D: La politica può bloccare gli adeguamenti automatici?
R: Può intervenire con una nuova legge, ma ciò richiede coperture finanziarie rilevanti e il rispetto dei vincoli europei sui conti pubblici.
D: Cosa chiedono oggi i sindacati confederali?
R: La Cgil e le altre sigle sollecitano flessibilità in uscita, tutele per i lavori usuranti e salvaguardie per evitare nuovi esodati.
D: Qual è l’età minima ora per la pensione di vecchiaia?
R: Al momento è 67 anni, con almeno 20 anni di contributi e il raggiungimento di un assegno minimo indicizzato.
D: Chi svolge mansioni gravose ha regole diverse?
R: Sì, per alcune categorie sono previste deroghe agli aumenti dell’età e canali di uscita anticipata concordati nelle ultime manovre.
D: Che ruolo ha la demografia italiana?
R: La combinazione di popolazione anziana e calo delle nascite riduce il rapporto tra attivi e pensionati, spingendo verso requisiti più severi.
D: Da dove provengono i dati sul meccanismo di adeguamento?
R: Le informazioni sull’aggancio alla speranza di vita sono basate sui report ufficiali dell’Istat e su ricostruzioni giornalistiche di testate come Corriere della Sera.
D: Cosa possono fare i lavoratori più giovani per tutelarsi?
R: Verificare periodicamente la propria posizione contributiva, valutare il riscatto di periodi non coperti e considerare forme di previdenza complementare.




