Paolo Crepet demolisce Belve: attacco frontale e giudizio spietato che fa discutere
Crepet contro il format: accuse di voyeurismo e “disperazione”
Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, boccia senza appello Belve e il metodo d’intervista di Francesca Fagnani, definendolo “disperazione allo stato puro”. In una lunga conversazione ripubblicata dal Corriere della Sera, il professore denuncia un approccio che, a suo giudizio, privilegia inciampi, errori e rivelazioni intime a scapito di contenuti realmente significativi. “Perché ha successo? Perché la gente è disperata”, afferma, sostenendo che la trasmissione cerchi scientemente lo scivolone, riducendo gli ospiti a bersagli di una curiosità predatoria. Crepet chiarisce di non essere mai stato invitato e ribadisce che rifiuterebbe comunque: il problema, insiste, non è l’intervistatrice in sé, ma la logica editoriale che incentiva la ricerca della caduta sulla “buccia di banana”.
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Secondo il professore, la deriva non è casuale: la definisce l’evoluzione della “televisione trash” verso un modello “animalesco”, dove titoli come “Belve” o “Le Iene” diventano manifesti di un racconto privo di empatia. Per Crepet, non c’è nulla di realmente umano nella spettacolarizzazione del privato; cita l’ipotesi di un’intervista a una cantante come Giorgia per sottolineare come il focus, in quel formato, finirebbe quasi esclusivamente sul dolore personale, anziché sulle opere o sul percorso artistico. Il paragone con Giuseppe Verdi è tagliente: ridurre un gigante della musica a un episodio biografico non muta il valore dell’Aida e impoverisce il contesto culturale.
La critica si allarga al sistema dei media: per Crepet l’odierna domanda di confidenze e confessioni è il sintomo di un “declino culturale evidente”. I mezzi di comunicazione, accusa, avrebbero esaurito temi sostanziali e alimentato una necessità voyeuristica, al punto da normalizzare domande sul privato anche a figure come il maestro Riccardo Muti. Un costume che, dice, un tempo sarebbe stato liquidato come “livello da lavandaia”. Nella sua visione, l’esposizione del sé in tv come merce d’intrattenimento non è segno di trasparenza, ma di impoverimento del discorso pubblico, con effetti deleteri soprattutto sugli adolescenti, spettatori di una spietatezza elevata a linguaggio dominante.
la replica dei sostenitori: l’intervista come svelamento dell’umano
I sostenitori di Belve rovesciano la prospettiva: il format di Francesca Fagnani non inseguirebbe il pettegolezzo, ma la frattura autentica tra immagine pubblica e vulnerabilità privata. L’approccio diretto e senza sconti viene letto come dispositivo giornalistico che scardina la retorica promozionale dei “salotti” televisivi tradizionali, dove spesso l’ospite è trattato in modo deferente e prevedibile. L’interrogazione serrata, per chi difende la trasmissione, non è un esercizio di crudeltà ma un metodo per far emergere responsabilità, contraddizioni, paure e coraggio di chi vive di visibilità. Da questa angolatura, l’“umano” non si esaurisce nella confidenza morbosa: è l’assunzione di una verità scomoda davanti al pubblico.
Secondo questa lettura, la richiesta di chiarimenti su scelte personali o su posizioni pubbliche – dalle adesioni ai diritti della comunità LGBTQ+ alla postura rispetto ai temi politici e sociali – non equivale a un’invasione gratuita. È un banco di prova: dimostra se un personaggio noto è disposto a rispondere in modo trasparente, senza rifugiarsi nel marketing di sé. Chi sostiene il programma osserva che proprio l’ammissione delle zone d’ombra, quando non diventa facile confessionismo, rafforza la credibilità dell’ospite e restituisce al pubblico un ritratto meno patinato e più complesso.
L’idea di “televisione animalesca” viene respinta come riduttiva: l’incalzare delle domande, sostengono, non è fine a sé stesso ma serve a scalfire l’autonarrazione di comodo. In questo senso il confronto può farsi duro, ma rimane ancorato a una logica di accountability: se un artista capitalizza sulla propria notorietà, deve anche rendere conto delle scelte e dei silenzi. La differenza sta nella cornice: a Belve l’ospite non viene celebrato, viene messo alla prova. Per i supporter, proprio qui si manifesta la “natura umana” del personaggio, che esce dall’intervista con un profilo più definito – talvolta più spigoloso, talvolta sorprendentemente empatico – rispetto a quello con cui è entrato.
In quest’ottica, bollare tutto come “disperazione” e “livello da lavandaia” appare una semplificazione che ignora l’evoluzione del linguaggio televisivo e delle aspettative del pubblico. L’esposizione del sé non è automaticamente degrado culturale: dipende da come viene mediata, dal contesto e dal valore informativo che produce. Quando il dialogo su fragilità, errori, responsabilità e ricomposizione non scade nella fiera del dolore, la confessione smette di essere una merce e diventa conoscenza. È qui, affermano i difensori del format, che l’intervista si fa strumento per “svelare” e non per umiliare, riportando al centro la complessità della persona dietro la celebrità.
il dibattito sulla tv pubblica: confine tra informazione e trash
Al centro della discussione c’è il ruolo del servizio pubblico e l’equilibrio tra intrattenimento, interesse pubblico e tutela del discorso civico. La televisione sostenuta dal canone ha il mandato di informare, educare e riflettere la pluralità del Paese, ma deve anche intercettare l’attenzione di un pubblico frammentato. In questo contesto, format ad alto impatto come Belve sollevano una questione chiave: quando l’indagine sul personaggio contribuisce alla comprensione di fenomeni culturali e sociali, e quando scivola nel consumo di intimità come spettacolo. Il discrimine non è la notorietà dell’ospite, ma il valore informativo delle domande, la proporzionalità del tono e la rilevanza dei temi trattati.
Per la tv di servizio pubblico, il confine operativo passa da alcuni criteri minimi: contestualizzazione editoriale, chiarezza dell’obiettivo giornalistico, verifica dei fatti e proporzione tra dimensione privata e responsabilità pubbliche. Chiedere conto di prese di posizione, comportamenti e contraddizioni è legittimo se il collegamento con l’interesse generale è esplicito. La deriva “trash” emerge quando il focus si sposta su dettagli privi di nesso con la sfera pubblica, quando il montaggio enfatizza il sensazionalismo o quando l’intervistato è ridotto a materia emotiva. La linea guida, in sostanza, è rendere intellegibile al pubblico perché un determinato aspetto personale sia rilevante per valutare credibilità, coerenza e impatto sociale del protagonista.
Nell’ecosistema contemporaneo, in cui social e piattaforme amplificano il frammento e premiano la clip virale, la tv generalista è chiamata a responsabilità ulteriori: costruire cornici narrative che non alimentino la polarizzazione, bilanciare il ritmo incalzante con la cura del contesto e preservare la dignità dell’ospite senza rinunciare alla fermezza. Questo implica scelte di regia, conduzione e scrittura che evitino lo “shock value” come leva primaria e che premino la trasparenza sulla scorciatoia del pettegolezzo. L’obiettivo non è sterilizzare il confronto, ma ancorarlo a criteri di interesse pubblico: diritti civili, cultura, etica professionale, impatto delle scelte individuali nella sfera collettiva.
La percezione di “trash” o “informazione” non dipende soltanto dal tema, ma dal metodo. Un’intervista serrata può essere pienamente compatibile con la missione della tv pubblica se dimostra di cercare risposte utili alla comprensione del personaggio come attore sociale e non come protagonista di un diario intimo. Nello stesso tempo, il pluralismo interno dei palinsesti impone che coesistano linguaggi differenti, a patto che ciascuno rispetti standard editoriali chiari. In questa logica, programmi come Belve devono misurarsi su accountability, qualità delle domande, pertinenza delle incursioni nel privato e capacità di restituire al pubblico conoscenza, non solo emozione.
FAQ
- Qual è il criterio principale per distinguere informazione e trash nella tv pubblica?
La rilevanza pubblica delle domande e la contestualizzazione dei contenuti: ciò che illumina responsabilità e impatto sociale è informazione, ciò che esplora il privato senza nesso è trash. - Un’intervista incalzante è compatibile con il servizio pubblico?
Sì, se il metodo resta proporzionato, verifica i fatti e collega i temi personali a questioni di interesse generale. - Quando il focus sul privato di un ospite è legittimo?
Quando chiarisce coerenza, credibilità e scelte che incidono sul ruolo pubblico dell’intervistato. - Quali responsabilità aggiuntive ha la tv generalista nell’era delle clip virali?
Evitare il sensazionalismo, fornire contesto e preservare la dignità dell’ospite, pur mantenendo rigore e domande scomode. - Come si misura la qualità editoriale di un format come Belve?
Accountability delle domande, proporzione tra privato e pubblico, chiarezza dell’obiettivo informativo e utilità delle risposte per il pubblico. - Il pluralismo dei palinsesti giustifica qualsiasi linguaggio televisivo?
No, pluralismo significa coesistenza di stili diversi nel rispetto di standard: verifica, pertinenza, trasparenza e interesse pubblico.




