Oro alle stelle, il motivo sorprendente dietro la corsa all’acquisto

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Oro: oggi un grammo vale 138 euro. Perché “tutti” lo comprano: c’è un motivo preciso
Prezzo alle stelle
Un’oncia troy di metallo giallo ha superato quota 5.000 dollari e un grammo oggi vale circa 138 euro, un livello senza precedenti per un bene fisico così facilmente negoziabile. Il movimento non è lineare: l’impennata degli ultimi 12 mesi è il culmine di un trend iniziato anni fa, ma diventato quasi verticale tra inizio 2024 e gennaio 2025, quando le quotazioni hanno sfiorato i 3.000 dollari l’oncia per poi accelerare ancora.
Chi guarda i futures osserva volumi e volatilità in crescita: gli strumenti derivati che replicano il prezzo amplificano sia la corsa al rialzo sia il rischio di correzioni rapide. In parallelo, l’effetto contagio ha coinvolto anche altri metalli preziosi: l’argento ha superato 100 dollari l’oncia, il platino ha toccato un massimo storico oltre 2.880 dollari.
La narrativa del “nuovo record” attrae risparmiatori alla ricerca di rendimento facile, ma ogni rally di questa portata riflette anche tensioni profonde: geopolitica instabile, timori di recessione globale, sfiducia nelle valute. Più cresce la percezione di fragilità del sistema, più il metallo fisico viene visto come assicurazione estrema, con il paradosso che proprio questa corsa difensiva contribuisce a gonfiarne ulteriormente le quotazioni.
Perché tutti lo cercano
Nel lessico dei mercati il metallo giallo è il tipico “bene rifugio”: non produce cedole né dividendi, ma viene percepito come riserva di valore quando azioni, obbligazioni e valute scricchiolano. Le recenti mosse di leader come Donald Trump, dallo scontro sul Venezuela al riaccendersi del dossier Groenlandia, hanno alimentato un clima di incertezza che si riflette direttamente nelle quotazioni. Le minacce di dazi verso l’Europa e la tensione tra Washington e Bruxelles hanno riaperto lo spettro di una guerra commerciale incontrollata, scongiurata solo da un accordo sbilanciato a favore degli Stati Uniti.
Sul fronte interno americano, il braccio di ferro al Senato tra il leader democratico Chuck Schumer e i repubblicani sui finanziamenti al Dipartimento della sicurezza interna è percepito come un ulteriore segnale di fragilità istituzionale. Per chi gestisce aziende o patrimoni, seguire contemporaneamente crisi geopolitiche, trade war e instabilità fiscale è sempre più complesso.
In passato, nelle fasi più dure – crisi finanziaria del 2007-2008, crisi del debito sovrano europeo – il metallo giallo ha segnato picchi proprio mentre altri asset crollavano. Cronologia e dati empirici consolidano l’idea di “polizza contro il caos”: quando la fiducia nel sistema si incrina, investitori istituzionali e retail comprano fisico, ETF o futures, accettando un rendimento incerto in cambio di una maggiore percezione di sicurezza rispetto alle valute emesse dagli Stati.
Dollaro debole, bond nervosi
La corsa al metallo prezioso si intreccia con due dinamiche chiave: indebolimento del dollaro e turbolenze sui titoli di Stato statunitensi. Il recente deprezzamento della valuta americana erode il potere d’acquisto di chi detiene liquidità in biglietti verdi, mentre i rendimenti a lunga scadenza dei Treasury sono risaliti intorno al 5%, segnale che il mercato pretende un premio di rischio più alto per finanziare il debito di Washington.
La decisione del fondo pensione danese AkademikerPension di liquidare circa 100 milioni di dollari di Treasury non è sistemica in sé, ma è un termometro del nervosismo diffuso. Nella tabella delle principali controparti estere emergono attori chiave come Giappone, Regno Unito, Cina, Canada, Francia, Irlanda, Svizzera, fino al blocco dell’Unione Europea che, complessivamente, detiene una fetta significativa del debito federale USA. Anche l’Italia, pur con una quota modesta, è esposta.
Se l’appetito globale per i Treasury rallenta, il mercato cerca riparo altrove: una parte di questi capitali si riversa sugli asset reali, con il metallo giallo in prima fila. Le banche centrali dei Paesi emergenti, preoccupate dalla dipendenza dal dollaro, stanno progressivamente aumentando le proprie riserve in lingotti, consolidando una domanda “strutturale” che si somma all’ondata speculativa. Questo mix di fattori – geopolitici, valutari e obbligazionari – spiega perché oggi un grammo può valere 138 euro e perché la percezione di “alternativa al sistema” resta così potente.
FAQ
D: Perché il metallo prezioso è salito così in fretta nell’ultimo anno?
R: Per la combinazione di tensioni geopolitiche, timori di recessione, dollaro debole e ricerca di beni rifugio da parte di investitori e banche centrali.
D: Cosa significa che il metallo giallo è un bene rifugio?
R: È un asset considerato relativamente sicuro nei periodi di crisi, perché non dipende dall’affidabilità di governi o aziende e mantiene valore nel lungo periodo.
D: Perché un grammo oggi vale circa 138 euro?
R: Il prezzo in euro deriva dal record oltre 5.000 dollari l’oncia troy e dal cambio euro-dollaro: meno forte è il dollaro, più alta può risultare la quotazione in valuta europea.
D: Come influenzano i futures il prezzo reale?
R: I futures aumentano liquidità e volatilità: grandi volumi speculativi possono accentuare sia le fasi di rialzo sia quelle di correzione, incidendo sulle quotazioni spot.
D: Che ruolo hanno le crisi politiche negli Stati Uniti?
R: Gli scontri al Congresso sui bilanci federali e le minacce di shutdown alimentano dubbi sulla stabilità fiscale USA e rafforzano la domanda di beni rifugio.
D: In che modo il debito americano detenuto da Paesi esteri pesa sul mercato?
R: Se grandi creditori come Giappone, Cina o Paesi UE riducono l’esposizione ai Treasury, i rendimenti salgono e cresce la ricerca di asset alternativi come il metallo prezioso.
D: Le banche centrali cosa stanno facendo?
R: Molte, soprattutto nei Paesi emergenti, stanno aumentando le riserve in lingotti per diversificare rispetto al dollaro e rafforzare la propria posizione in caso di shock finanziari.
D: Qual è la fonte giornalistica originale citata?
R: I dati e il racconto di contesto riprendono un’analisi pubblicata da Open.online, integrata con elaborazioni dell’Osservatorio conti pubblici italiani su dati del Dipartimento del Tesoro USA (giugno 2025).




