Moretti rompe il silenzio sul ritrovo segreto e la misteriosa soffiata

Nove giorni sotto la lente degli inquirenti
Per gli inquirenti svizzeri i nove giorni intercorsi tra il rogo che ha distrutto l’impero di Jacques Moretti e il suo arresto rappresentano oggi il segmento temporale più sensibile dell’intera inchiesta. In questo arco di tempo, secondo quanto filtra dagli atti, si concentrerebbe il sospetto di possibili pressioni su testimoni, ex dipendenti e consulenti legali. L’ipotesi investigativa, ancora tutta da dimostrare, è quella di una potenziale “collusione” organizzata in fretta, approfittando del vuoto operativo seguito alla strage e al caos societario.
Gli interrogatori del 20 gennaio, riferiti da fonti vicine al dossier, avrebbero puntato su telefonate, visite in alberghi discreti e contatti mediati da terzi. Non si tratta solo di ricostruire chi ha visto chi, ma di capire se da quelle interazioni possano essere partite convergenze di versioni, cancellazioni di documenti o manovre sui flussi finanziari.
Il contesto è quello di un impero economico frammentato: holding, veicoli lussemburghesi, filiali operative tra Ginevra, Milano e piazze offshore. Ogni tassello di quei nove giorni può diventare decisivo per dimostrare, o smentire, la tesi di un tentativo di ripulire tracce compromettenti prima del fermo di Moretti.
Silenzio parziale e rete di relazioni
Davanti agli inquirenti, Jacques Moretti ha inizialmente sostenuto di non ricordare con precisione la sequenza di chiamate e incontri successivi al rogo. Poi ha ammesso che, su consiglio dei legali, gli sarebbe stato raccomandato di “non comunicare troppo con il mondo esterno o con i nostri ex employés”. Ufficialmente, dunque, una strategia di isolamento per evitare accuse di inquinamento probatorio.
Questo isolamento, però, appare solo parziale. I tabulati telefonici e i dati di geolocalizzazione – spiegano fonti investigative – indicano contatti regolari con un ristretto cerchio di collaboratori storici, oltre che con l’erede di una nota famiglia di orologiai svizzeri, amico personale di Moretti e grande appassionato di auto sportive.
Proprio questa figura, rimasta a lungo nell’ombra, emerge ora come snodo chiave: avrebbe garantito supporto logistico, accesso a liquidità immediata e, secondo alcuni testimoni, messo a disposizione residenze private lontane dai riflettori. Per la procura, il confine tra solidarietà personale e potenziale complicità operativa resta labile e merita ulteriori approfondimenti incrociando movimenti bancari e testimonianze.
La cauzione, i capitali e il rischio di collusione
Il pagamento della cauzione che ha permesso la temporanea liberazione di Jacques Moretti è un altro capitolo finito al centro dell’indagine. A sbloccare una cifra definita “significativa” sarebbe stato proprio l’erede della famiglia di orologiai, legato al finanziere da un’amicizia ventennale e dalla stessa passione per le auto d’epoca. Gli inquirenti vogliono capire l’origine effettiva di quei fondi, se si tratti di denaro personale o di risorse riconducibili, direttamente o indirettamente, alle società bruciate dal rogo.
La procura svizzera teme che la disponibilità immediata di capitali e appoggi internazionali possa aver consentito a Moretti di agire in quei nove giorni con un margine di manovra insospettato: possibili trasferimenti lampo, contatti con fiduciari, correzioni dell’architettura societaria.
Gli investigatori, che operano in coordinamento con le autorità italiane e con i supervisori finanziari, stanno incrociando flussi bancari, scambi di mail cifrate e i primi elementi forensi raccolti sul luogo del rogo. L’obiettivo è verificare se l’ipotesi di “collusione” regga alla prova dei fatti o se, al contrario, l’intera sequenza di eventi possa essere letta come una reazione caotica ma non criminale a un disastro industriale senza precedenti per il gruppo riconducibile a Moretti.
FAQ
D: Perché i nove giorni tra rogo e arresto sono così importanti?
R: Perché in quel lasso di tempo potrebbero essersi verificate pressioni su testimoni, aggiustamenti di versioni e movimenti di capitali difficili da tracciare.
D: Chi è il principale indagato nell’inchiesta?
R: Il principale indagato è il finanziere franco-svizzero Jacques Moretti, proprietario dell’impero economico colpito dal rogo.
D: Qual è il ruolo della famiglia di orologiai citata nel caso?
R: Un erede di una storica famiglia di orologiai svizzeri avrebbe sostenuto economicamente Moretti, in particolare nel pagamento della cauzione.
D: Cosa si intende per “collusione” in questo contesto?
R: Il termine indica il rischio che l’indagato abbia coordinato, manipolato o condizionato testimoni, ex dipendenti o collaboratori per alterare la ricostruzione dei fatti.
D: Perché l’isolamento di Moretti è definito “parziale”?
R: Perché, nonostante l’indicazione di limitare i contatti, emergono telefonate e incontri con un ristretto nucleo di persone chiave.
D: Che cosa stanno verificando gli inquirenti sui movimenti di denaro?
R: Stanno controllando l’origine dei fondi usati per la cauzione, eventuali trasferimenti urgenti e possibili spostamenti di capitali legati alle società del gruppo.
D: Le autorità italiane sono coinvolte nell’indagine?
R: Sì, le autorità svizzere collaborano con quelle italiane e con i supervisori finanziari per tracciare flussi e responsabilità transfrontaliere.
D: Qual è la fonte principale delle ricostruzioni sul caso Moretti?
R: Una delle fonti centrali è quanto riportato dal quotidiano italiano Corriere della Sera, integrato con informazioni provenienti dagli atti giudiziari.




