Meloni sorprende su Crans-Montana e rilancia indagini condivise con Svizzera

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Su Crans-Montana Meloni tenta la strada delle indagini condivise con la Svizzera. Di cosa si tratta
Nuova strategia tra Roma e Berna
La proposta avanzata dalla presidente del Consiglio **Giorgia Meloni** a **Crans-Montana** segna un cambio di passo nei rapporti giudiziari tra Italia e **Svizzera**. Dopo la liberazione su cauzione di **Filippo Moretti**, coinvolto nella tragedia di Capodanno, la premier ha suggerito l’attivazione di una squadra investigativa comune, sul modello delle **SIC** (Squadre Investigative Comuni) previste dal diritto europeo.
L’obiettivo è permettere a magistrati e forze di polizia dei due Paesi di lavorare fianco a fianco, condividendo prove, testimonianze e atti processuali in tempo reale. Un meccanismo che, nelle intenzioni di **Meloni**, dovrebbe evitare sovrapposizioni di competenze, conflitti di giurisdizione e lentezze dovute alle tradizionali rogatorie internazionali.
Sul piano politico, la mossa punta a rassicurare l’opinione pubblica italiana sulla volontà di ottenere piena chiarezza sulle cause e le responsabilità della tragedia di montagna. Allo stesso tempo, invia a **Berna** un segnale di collaborazione strutturata e non polemica, cercando di incardinare il caso in un quadro istituzionale stabile, utile anche per futuri procedimenti transfrontalieri.
Come funzionano le indagini condivise
Le squadre investigative comuni sono organismi temporanei, composti da inquirenti di più Stati, che operano sotto un accordo scritto e con regole predeterminate. Nel caso italo-svizzero, l’eventuale intesa dovrebbe coordinare procure, forze di polizia e autorità giudiziarie federali elvetiche, definendo chi fa cosa, in quali tempi e con quali limiti di utilizzo delle prove raccolte.
L’elemento centrale è la circolazione dei dati: documenti, intercettazioni, perizie e testimonianze possono essere scambiati direttamente, senza passare ogni volta dai canali diplomatici. Ciò riduce tempi morti e rischi di contraddizioni tra ricostruzioni parallele, favorendo una narrativa probatoria coerente davanti ai tribunali dei due Paesi.
Un altro aspetto tecnico riguarda la tutela dei diritti della difesa. Una squadra congiunta deve garantire che ogni atto sia utilizzabile nei diversi ordinamenti, nel rispetto delle garanzie procedurali previste sia in Italia sia in Svizzera. Da qui la necessità di un accordo dettagliato, che disciplini accesso agli atti, modalità di interrogatorio e criteri di validità delle prove digitali e scientifiche.
Diplomazia e tempi della giustizia
La dimensione politica della vicenda passa anche per la Farnesina. Il vicepremier e ministro degli Esteri **Antonio Tajani** ha incontrato alla **Farnesina** l’ambasciatore italiano a **Berna**, **Gian Lorenzo Cornado**, per fare il punto sui canali diplomatici e sulle interlocuzioni con le autorità svizzere. L’obiettivo è allineare linea politica e iniziativa giudiziaria, evitando frizioni pubbliche che possano rallentare la cooperazione.
Dal punto di vista diplomatico, Roma punta a trasformare un caso di alta sensibilità emotiva in un precedente di buona pratica nella gestione di inchieste transfrontaliere. Per **Tajani**, una risposta coordinata e rispettosa delle competenze elvetiche rafforza la credibilità internazionale dell’Italia e tutela al contempo le aspettative delle famiglie coinvolte.
Resta il tema dei tempi: la creazione di una squadra comune richiede negoziati tecnici e politici, mentre l’opinione pubblica chiede risposte rapide. Il bilanciamento tra esigenza di verità, rispetto dei diritti degli indagati e necessità di non trasformare il caso in un contenzioso diplomatico sarà il vero banco di prova per la strategia annunciata da **Meloni**.
FAQ
D: Cos’è una squadra investigativa comune tra Stati?
R: È un gruppo congiunto di magistrati e forze dell’ordine di due o più Paesi che indaga sullo stesso fatto, condividendo atti e prove in base a un accordo formale.
D: Perché l’Italia propone questo strumento con la Svizzera?
R: Per ottenere una ricostruzione unitaria della tragedia di Capodanno e superare i limiti delle tradizionali rogatorie internazionali, spesso lente e frammentarie.
D: Chi ha avanzato pubblicamente la proposta?
R: La presidente del Consiglio **Giorgia Meloni**, dopo la liberazione su cauzione di **Filippo Moretti** da parte delle autorità elvetiche.
D: Qual è il ruolo di Antonio Tajani nel dossier?
R: In qualità di ministro degli Esteri, **Antonio Tajani** coordina il fronte diplomatico, mantiene i contatti con **Berna** e supporta l’eventuale accordo tecnico-giuridico.
D: Che cosa ha fatto l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado?
R: L’ambasciatore **Gian Lorenzo Cornado** ha incontrato **Tajani** alla **Farnesina** per riferire sugli sviluppi con le autorità svizzere e valutare i margini per una cooperazione rafforzata.
D: Come vengono tutelati i diritti degli indagati in un’indagine congiunta?
R: Attraverso un accordo che armonizza le garanzie previste dai diversi ordinamenti, assicurando che ogni atto sia valido nei due sistemi e rispettoso del diritto di difesa.
D: Questa formula potrà essere usata anche in altri casi?
R: Sì, un eventuale successo del modello italo-svizzero potrà diventare riferimento per future inchieste transfrontaliere su reati complessi o ad alto impatto mediatico.
D: Qual è la fonte giornalistica principale di riferimento?
R: Le informazioni di contesto e le dichiarazioni richiamate si basano sulla ricostruzione pubblicata dalla stampa italiana, in particolare da testate nazionali come **la Repubblica**, che hanno seguito il caso e il dibattito sulle indagini congiunte.




