Mediaset rompe il silenzio sul video di Corona e scatena polemiche

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Mediaset, linea dura sul video di Corona. “Falsi e insinuazioni. È gogna mediatica”
Reazione del gruppo televisivo
Nel nuovo episodio del format online condotto da Fabrizio Corona, trasmesso su YouTube con oltre quaranta minuti di ritardo rispetto all’orario annunciato, l’ex fotografo dei vip ha rivolto una lunga sequenza di attacchi a volti noti e professionisti che lavorano per il gruppo televisivo di Cologno Monzese. Il contenuto, costruito attraverso frammenti di vecchi video, spezzoni di film e testimonianze di seconda mano, è stato presentato come materiale d’inchiesta, ma poggia su un intreccio di illazioni e ricostruzioni non verificate.
Il gruppo televisivo ha replicato con una nota durissima, senza mai citare direttamente il protagonista del format, per evitare di alimentarne l’esposizione mediatica. L’azienda ha chiarito che quanto diffuso nelle ultime ore sul web e sulle piattaforme social “non ha nulla a che vedere con la verità, con il giornalismo, con il diritto di cronaca o con la libera manifestazione del pensiero”, definendo i contenuti una “reiterazione di falsità gravissime, insinuazioni e accuse prive di qualunque fondamento”.
Nella comunicazione ufficiale si sottolinea che tali affermazioni colpiscono una società quotata a Piazza Affari e, soprattutto, numerose persone e le loro famiglie, coinvolte “in modo vergognoso”. Il gruppo rimarca che “questo non è informare, questo non è denunciare: questo è monetizzare e lucrare attraverso l’insulto”, annunciando la volontà di tutelare azienda, artisti e professionisti “in ogni sede competente”.
Diritto di cronaca e limiti della diffamazione
La presa di posizione del broadcaster è stata affiancata da un intervento congiunto dell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, guidati rispettivamente da Carlo Bartoli e Alessandra Costante. I due esponenti sottolineano come la recente sentenza del Tribunale civile di Milano sul caso che coinvolge Corona abbia ribadito un principio cardine dell’ordinamento: “non esiste un diritto a diffamare”.
Viene giudicato “stonato” il richiamo al diritto di cronaca utilizzato per legittimare il progetto digitale, poiché il suo conduttore “non è un giornalista” e la piattaforma non è una testata registrata. Secondo i rappresentanti della categoria, non si è in presenza di un’attività giornalistica tutelata dalla Costituzione, ma di un’operazione “meramente commerciale” che utilizza linguaggi e strumenti dell’informazione per finalità di business personale.
I vertici di Ordine e Federazione precisano inoltre che non si tratta di censura, ma dell’applicazione di regole a tutela della dignità delle persone e del corretto esercizio del diritto di critica. Chiedono al Parlamento norme più stringenti contro chi “si traveste da giornalista”, sfruttando la rete per diffondere contenuti che, dietro la patina dell’inchiesta, avrebbero come effetto principale la delegittimazione pubblica di soggetti riconoscibili.
Gogna digitale e responsabilità online
Il caso esplode nel contesto di una comunicazione dominata dai social, dove il confine tra informazione, intrattenimento e linciaggio mediatico è sempre più sottile. Il gruppo televisivo definisce quanto accaduto una forma di “gogna mediatica” strutturata, in cui insinuazioni e accuse non documentate vengono amplificate dagli algoritmi delle piattaforme e dalla condivisione virale, rendendo difficile circoscrivere il danno reputazionale.
Le espressioni utilizzate nella nota aziendale – “falsità gravissime”, “menzogne che ledono la reputazione”, “monetizzare attraverso l’insulto” – configurano un quadro in cui il bersaglio non è solo il brand, ma l’intera comunità di lavoratori, professionisti e famiglie associata a quell’ecosistema televisivo. In questo scenario, la difesa passa anche attraverso azioni legali mirate alla rimozione dei contenuti lesivi e alla richiesta di risarcimento per il danno d’immagine.
Per gli osservatori dei media, la vicenda conferma come nel tempo dei social la calunnia non sia più un “venticello”, ma un’onda che si propaga in pochi minuti, incidendo su reputazioni costruite in anni di lavoro. Diventa centrale, in ottica di qualità informativa e tutela degli utenti, distinguere tra inchiesta giornalistica verificata e narrativa digitale basata su suggestioni, montaggi e testimonianze indirette, priva di controllo delle fonti e di responsabilità editoriale strutturata.
FAQ
D: Che cosa contesta il gruppo televisivo al video online?
R: Contesta la diffusione di accuse e insinuazioni ritenute false, prive di prove e lesive della reputazione di azienda e persone coinvolte.
D: Perché si parla di gogna mediatica?
R: Perché, secondo l’azienda, il contenuto punta alla delegittimazione pubblica di singoli e strutture, sfruttando la viralità dei social per esporli al pubblico ludibrio.
D: Il format digitale è considerato giornalismo?
R: No, l’Ordine dei Giornalisti e la FNSI precisano che non si tratta di testata registrata né di attività svolta da un iscritto all’albo.
D: Che ruolo ha avuto il Tribunale civile di Milano?
R: Una sentenza del Tribunale ha ribadito che non esiste alcun diritto a diffamare, nemmeno quando ci si appella a una presunta inchiesta.
D: È in gioco la libertà di espressione?
R: Le parti istituzionali coinvolte sostengono che la libertà di espressione non copre diffamazione, insulto sistematico o attività meramente commerciale mascherata da informazione.
D: Che cosa chiedono Ordine e sindacato dei giornalisti al Parlamento?
R: Invocano norme più severe per chi si presenta come giornalista senza esserlo, utilizzando il web per fare business con contenuti denigratori.
D: Qual è il rischio principale per le persone citate indirettamente?
R: Il rischio è un danno reputazionale immediato e duraturo, difficilmente reversibile nell’ecosistema digitale attuale.
D: Qual è la fonte giornalistica originale del caso?
R: Il caso e le dichiarazioni ufficiali sono stati ricostruiti a partire da articoli pubblicati da testate italiane di informazione nazionale, tra cui il quotidiano Il Giornale.




